Epifani: «Lasciare l’Iraq non è una fuga»

16/04/2004



 
   
16 Aprile 2004

 


«Lasciare l’Iraq non è una fuga»
Il segretrario della Cgil Guglielmo Epifani torna a chiedere il rientro dei soldati italiani

ANDREA GAGLIARDI

ROMA
«Lasciare l’Iraq non è una fuga dalle responsabilità, ma serve a indicare un modo diverso di affrontare il terrorismo», prosciugando l’acqua che lo alimenta. Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani all’indomani dell’uccisione dell’ostaggio italiano Fabrizio Quattrocchi («un gesto barbaro, ultimo atto di una tragedia che va fermata») torna ad indicare come via d’uscita dalla spirale guerra-terrorismo il ritiro immediato delle truppe. Per il segretario della Cgil la dissociazione dell’Italia dall’occupazione dell’Iraq non è certo una resa. Sarebbe invece il segnale di quel «cambio radicale di strategia» indispensabile per uscire da una situazione che «rischia solo di aggravarsi». Se è vero che la guerra è la risposta che il terrorismo internazionale si aspettava, perché funzionale ai suoi obiettivi, allora per Epifani l’unico modo allora per rendere credibile il processo di ricostruzione politica e sociale dell’Iraq è un ampio coinvolgimento dell’Onu, istituzione alla quale sarebbe dovuto spettare «un ruolo diverso sin dall’inizio». Una posizione, quella del leader della Cgil, già espressa in occasione della marcia per la pace del 20 marzo scorso a Roma, e ieri ribadita senza arretramenti, di fronte all’escalation di una guerra che si conferma «assolutamente sbagliata». Epifani non è solo. La sua voce si leva, nel giorno del cordoglio unanime per l’assassinio della guardia del corpo italiana, insieme a quella della sinistra arcobaleno. Per la pacificazione dell’Iraq, argomenta Marco Rizzo (Pdci), non basta una pennellata blu-Onu ai caschi dei soldati americani, inglesi e italiani, ma occorre «il ritiro delle truppe occupanti, con l’invio di contingenti di paesi che non hanno partecipato né alla guerra né all’occupazione». Posizione condivisa dai parlamentari del forum contro la guerra, pronti a presentare, la settimana prossima, una mozione per il rientro dei nostri militari. A maggior ragione di fronte alla decisione dell’amministrazione Bush di stanziare altre truppe in Iraq. L’uccisione dell’ostaggio italiano è solo l’ennesima conferma del fatto che la presenza italiana in Iraq non è e non è mai stata di peace-keeping. «Ci troviamo in una guerra (e non in missione di pace) – ammonisce il verde Stefano Boco – senza che le camere si siano pronunciate». E Achille Occhetto insiste per un’azione di pressione sull’amministrazione Usa perché «solo il ritiro dei nostri soldati potrebbe spingere Bush a quella svolta che tutti invocano, cioè il passaggio dei poteri all’Onu».

Invita ad aprire gli occhi sul vero carattere della missione italiana Alex Zanotelli, che, al cordoglio alla famiglia dell’italiano ucciso, affianca un duro commento politico: «dobbiamo renderci conto una volta per tutte che le truppe impiegate nelle cosiddette missioni di pace non sono altro che truppe di occupazione». Ecco svelato allora il senso della presenza italiana in Iraq: «una partecipazione ad una guerra immorale, criminale e illegale». Anche l’Arci ricorda che è «l’occupazione ad alimentare la guerra in Iraq» e ammonisce il governo a fare di tutto per scongiurare altre morti, evitando di usare il dramma delle famiglie degli ostaggi per ammantare di patriottismo le sue scelte sbagliate». Mentre il comitato «Fermiamo la guerra» ribadisce le parole d’ordine della manifestazione del 20 marzo e chiama alla mobilitazione per il ritiro delle «truppe di occupazione».

A mettere in guardia dai rischi di unità nazionale di fronte al dramma degli ostaggi e a bollare come «disastrosa» la linea della lista unitaria, ci pensa Fausto Bertinotti, contrario alla costruzione di una «union sacrée» che «cancella il problema della guerra». Il segretario di Rifondazione, dopo l’uccisione della guardia del corpo italiana, ammonisce: «bisogna dividere la pietas umana dalla politica». E di fronte all’intiepidirsi del dissenso politico tra centrodestra (che ha avallato la guerra) e centrosinistra (che a suo modo l’ha contrastata) attacca: «la tragedia diventa un collante tra posizioni che dovrebbero essere inconciliabili». Anche per Giorgio Mele (sinistra Ds) è «sbagliata» ogni forma di apertura e «bisogna separare le responsabilità dell’opposizione da quelle del governo». Posizione condivisa da Occhetto, per il quale «per una politica bipartisan in tempo di guerra bisogna essere d’accordo sulle premesse». E non è questo il caso.