Epifani: la mia Cgil tra Prodi e Confindustria

14/10/2004



            giovedì 14 ottobre 2004

            Epifani: la mia Cgil tra Prodi e Confindustria

            «Con la Cisl per il momento l’obiettivo più alto raggiungibile è l’unità d’azione»


            Dario Di Vico

            ROMA – «Il patto tra produttori non è risolutivo», può essere una formula per riscaldare il dibattito di una serata di mezza estate, ma senza fare i conti con la politica non si percorre molta strada. Guglielmo Epifani sul dialogo con la Confindustria la pensa pressappoco così. All’ultimo piano di corso Italia il segretario occupa ancora la stanza da vice Cofferati, non ha mai voluto traslocare nell’ufficio che fu del suo ex capo. Non si illude che «il governo faccia negli ultimi 20 mesi ciò che non ha fatto in 40», vede prevalere nell’esecutivo la ricerca di «provvedimenti bandiera, come il taglio delle tasse». È convinto che un’azione congiunta industriali-sindacato «possa influenzare» le scelte di Palazzo Chigi ma scandisce: «Non mi faccio illusioni, il ciclo elettorale ci preclude l’apertura di un vero tavolo di negoziato con il governo e non posso certo trascinare gli industriali a scioperare contro Berlusconi!». La crisi italiana, si voglia usare o no la parola declino, avrebbe bisogno, a suo dire, di una terapia d’urto ma per metterla in campo bisogna aspettare una nuova stagione politico-programmatica. Che giocoforza finisce per identificarsi con un avvicendamento alla guida del Paese. Il risultato di questo puzzle è che il successo di due operazioni, assai diverse tra loro e che si chiamano rispettivamente Grande alleanza democratica (leggi Romano Prodi) e nuovo patto sociale (leggi Luca di Montezemolo), sono legate alle scelte che la più grande confederazione sindacale italiana ha fatto e farà. E il paradosso è che su molti temi alla buona sintonia che c’è tra Cgil e Confindustria facciano da contraltare crescenti dissapori tra Epifani e Savino Pezzotta.

            COME D’AMATO? - Nei giorni scorsi i segretari confederali della Cgil hanno inviato il loro programma a Prodi: il sospetto che circola a Roma è che in questo modo abbiano copiato l’operazione che fece D’Amato nel marzo del 2001 a Parma alla presenza di migliaia di imprenditori. In quell’occasione, agendo con grande tempestività, la Confindustria riuscì a influenzare le scelte programmatiche del centrodestra, l’impressione è che Epifani abbia fatto o punti a fare lo stesso con la Grande alleanza democratica. «Il nostro non è un diktat – si schermisce il segretario -. E non so come la Gad costruirà il suo programma. Noi abbiamo dato un contributo di parte e sappiamo che le idee sindacali non potranno mai coincidere con quelle del centrosinistra politico. E’ naturale che più la distanza sarà ridotta più ne saremo felici». Epifani aggiunge che la Cgil non ha alcuna intenzione di invadere il terreno della politica, «se in passato da noi qualcuno ha pensato al "partito del lavoro" ha sbagliato», il sindacato pensa solo ai contenuti. Ma siccome il legame tra scelte di merito e cambio di governo è più che evidente si può ben dire che la Cgil si sia portata avanti. Qualche prezzo lo ha pagato (vedi i mugugni della Cisl) ma Epifani può legittimamente pensare di intascare a posteriori un dividendo politico e magari evitare che i temi del lavoro siano monopolio dell’iniziativa di Fausto Bertinotti. Nel ’96 del resto accadde qualcosa del genere e Prodi scelse le 35 ore «contro» l’opinione di Cgil-Cisl-Uil al tempo rappresentata da tre big come Cofferati, D’Antoni e Larizza.

            LE MINIPATRIMONIALI - Nel merito Epifani nega che il suo sia un programma da sinistra radicale. «La patrimoniale? Nel testo quest’espressione non viene usata. E poi leggo che anche il governo pensa al riordino della tassazione delle rendite finanziarie. Il problema esiste: lavoro e impresa sono tassati con il criterio della progressività, la ricchezza mobiliare invece no». Insomma in Cgil sostengono che il centrodestra è a caccia di soldi per coprire il taglio delle tasse e un giorno sì/uno no promette minipatrimoniali. «E che cosa è altrimenti l’inasprimento della tassazione sulla seconda casa? E l’aumento dell’imponibile a partire dall’Ici, come lo vogliamo chiamare?». Non sono un estremista, spiega il segretario, e cita il caso Alitalia. «La mia organizzazione è la più forte tra i lavoratori di terra, il settore più colpito dai tagli di Cimoli, eppure noi ci siamo seduti al tavolo del negoziato e abbiamo contribuito a salvare la compagnia». Epifani aggiunge che non è l’unico caso: nelle banche, nelle telecomunicazioni, nelle ferrovie la Cgil ha scelto sempre un indirizzo responsabile e «anche quando, come in Fiat, chiamiamo alla lotta lo facciamo per salvare l’azienda». E la Fiom? Non è forse targato Cgil il sindacato più intransigente che vi sia sulla piazza? Risponde Epifani, cambiando leggermente il tono della voce: «Vogliamo che i tre sindacati metalmeccanici presentino una piattaforma comune per il rinnovo del contratto e il gruppo dirigente della Fiom sta perseguendo questo obiettivo. Piattaforme diverse porterebbero a non rinnovare il contratto e ciò non deve accadere».

            PATTI SENZA MAIUSCOLA - Il leader della Cgil pensa che una volta messo sui giusti binari il contratto dei metalmeccanici sarà possibile ragionare ancor più apertamente con la Confindustria. «Montezemolo non si nasconde i problemi e chiede una svolta di politica industriale. In più, rispetto al passato, non solo non vuole escludere la Cgil dal confronto ma è assolutamente rispettoso del nostro ruolo e del nostro contributo». Con queste premesse sono molte le cose che si possono fare assieme per il Mezzogiorno, la ricerca, la formazione permanente, «materie tutte importanti, anche se magari non sono evocative di grandi patti con la maiuscola». Il segretario ci tiene a sottolineare come anche sulla riforma dei contratti con la nuova Confindustria la sintonia sia ampia. «La verifica interna ha mostrato come la quasi totalità dei settori industriali preferisca avere un sistema centrato sul contratto nazionale e sulla negoziazione aziendale». E non su quella territoriale sostenuta a spada tratta dalla Cisl. «Da un punto di vista culturale so bene che il territorio è decisivo in un Paese come l’Italia, ma in campo contrattuale è meglio negoziare sul luogo di lavoro. Se l’immagina cosa succederebbe nelle ferrovie o nella pubblica amministrazione con contratti diversi a seconda del territorio? Magari avremmo salari più alti nelle regioni del Sud e comunque una rincorsa senza fine tra zona e zona».

            A braccetto di Montezemolo e aspettando Prodi la Cgil non rischia di perdere ancora una volta i contatti con la Cisl? Epifani giura che farà di tutto per evitarlo ma ricorda come con il bipolarismo per il sindacato sia diventato tutto più difficile. «Per questo motivo nel ’94 e nel ’96 elaborammo alla vigilia delle politiche un documento comune Cgil-Cisl-Uil, confrontammo i programmi dei Poli e dicemmo chiaramente che quello del centrosinistra era più vicino ai nostri interessi. Nel 2001 la Cisl non volle seguire questo metodo». Lo strappo, dunque, Epifani lo fa puntigliosamente risalire ad una scelta di Pezzotta anche se subito dopo tende la mano. «Sulla Finanziaria vogliamo muoverci unitariamente, non indiremo iniziative di lotta da soli se non vi saremo costretti». Ciò significa, comunque, che l’unità sindacale è destinata ad andare avanti a singhiozzo? «Diciamo – è la conclusione di Epifani – che oggi l’obiettivo più alto raggiungibile è l’unità d’azione, la più larga possibile per carità». Il realismo regna in Cgil, per i sogni e le illusioni non c’è spazio.


            /Politica

            La scheda
            GLI INIZI
            Guglielmo Epifani ha 54 anni. Romano, laureato in filosofia con una tesi su Anna Kuliscioff, è sposato con una compagna di liceo. Nel 1974 assume la direzione della casa editrice della Cgil, l’Esi. Dopo due anni passa all’Ufficio sindacale dove coordina le politiche contrattuali delle categorie. Nel ’79 inizia la carriera di dirigente sindacale
            L’ELEZIONE
            Nel ’94 Sergio Cofferati assume la carica di segretario generale e nomina Epifani vicesegretario. Nel settembre del 2002 Epifani viene eletto segretario generale della Cgil con 141 voti a favore, 3 contrari e 5 astenuti. Venerdì scorso Epifani ha inviato al leader dell’Ulivo Prodi un documento che rappresenta il contributo della Cgil al programma di governo del centrosinistra