Epifani: la Cgil ora è pronta a riprendere il dialogo

12/08/2010

Intervista
Il leader Cgil: non ci mettiamo di traverso, noi vogliamo la qualità delle auto

ROMA — Continuare con la politica del «braccio di ferro» non serve a nessuno. «Ricominciamo a ragionare» assieme. A proporre la riapertura del confronto sulla riorganizzazione produttiva della Fiat partendo dall’accordo su Pomigliano è il leader della Cgil, Guglielmo Epifani. Il quale all’indomani della sentenza del Tribunale di Melfi che ha reintegrato i tre lavoratori della Fiat licenziati dall’azienda, contesta l’immagine di una Cgil contraria ad ogni soluzione di rilancio interessata solo a mettersi di traverso rispetto a Cisl e Uil e a surriscaldare il clima, come ieri ha denunciato nell’intervista al Corriere il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. «Lo sciopero di luglio lo avevamo fatto tutti perche la Fiat aveva aumentato i turni di lavoro ma l’azienda se l’è presa soltanto con i delegati della Fiom» dice Epifani che a Bonanni risponde: «Non c’è una Cgil che non vuole ristrutturare anche ampiamente l’industria del settore per salvare posti di lavoro».
La Fiom, il sindacato dei metalmeccanici della Cgil, però non ha firmato l’accordo su Pomigliano, siglato invece dalle altre sigle sindacali e votato dalla maggioranza dei lavoratori. Questo non vuol dire mettersi di traverso?
«Ancora non si capisce perché si sia voluto forzare la situazione di Pomigliano. Comunque so bene che è stato firmato un accordo votato dai lavoratori, seppure con un dissenso molto forte. Ma ci deve essere lo spazio per approfondire la riflessione anche con Cisl e Uil e riprendere in mano la situazione per eliminare la distanza tra alcune norme di quell’accordo – e mi riferisco al diritto di sciopero sugli straordinari e alla malattia – e quanto prevedono la legge e i contratti. La nostra disponibilità c’è» Quale disponibilità, scusi? «Possiamo valutare e discutere innanzitutto sui 18 turni settimanali: si renderebbe inutile tutta la normativa illegittima sullo sciopero. Quanto alla malattia, bisogna rendersi conto che non si possono danneggiare i veri malati ma bisogna trovare il modo di colpire i furbi, i veri assenteisti: la responsabilità individuale è un diritto che non può essere toccato. E poi c’è il comune obiettivo di aumentare la produttività e difendere i posti di lavoro ma anche qui allargando il discorso, facendo qualche passo in più». Cosa suggerisce? «Di confrontarci su due fronti. Il primo riguarda l’ambito contrattuale che bisognerebbe allargare e non restringere al settore auto, andando controtendenza con quello che sta succedendo altrove. Si pensi per esempio al contratto collettivo sulla mobilità con cui abbiamo superato le differenze tra le varie categorie del settore dei Trasporti. Anche la Confindustria si era detta disponibile a rendere più grandi i contratti nazionali recuperando al loro interno per esempio anche le filiere produttive e prevedendo regole generali per tutti ed eventuali riferimenti specifici per le diverse attività industriali. Senza contare che si rafforzerebbe la contrattazione di secondo livello». L’altro fronte? «Riguarda l’assetto produttivo della Fiat che deve affrontare una sfida difficile: non tanto negli Usa, dove il cammino della Chrysler appare già ben disegnato, e nel Sud America. Quanto soprattutto in Italia ed in Europa e quindi nell’Asia dove sono più evidenti i segni di debolezza. Con la Fiat non c’è da discutere solo i problemi di riorganizzazione produttiva e di salvaguardia dei diritti dei lavoratori, ma anche quelli di qualità del prodotto. La Casa torinese ha sfruttato gli incentivi per la rottamazione per aiutare il mercato dei modelli di fascia bassa, le piccole cilindrate, e delle tecnologie di risparmio energetico ma questo ora non basta più. Per vincere la sfida in Europa la Fiat deve anticipare i nuovi modelli e decidere quali fare in Italia e quali no e come indirizzare gli investimenti nella fascia di modelli nelle medie e alte cilindrate. Non basta insomma discutere dove produrre la Panda».
La discussione sui nuovi modelli dovrebbe far parte del confronto coi sindacati?
«Come ho detto il confronto si dovrebbe svolgere su riorganizzazione produttiva, diritti dei lavoratori e piano industriale con gli investimenti per l’innovazione e la nuova offerta di prodotti su cui si gioca la sfida competitiva».
Lei sollecita la riapertura del confronto con Fiat e assieme a Cisl e Uil. Ma se la Cgil restasse isolata?
«Siamo tutti interessati – Fiom, Fim e Uilm e Fiat – a riorganizzare e rilanciare la produzione dell’auto in Italia e con essa i posti di lavoro».
La sentenza di reintegro dei lavoratori di Melfi, dopo il licenziamento, può contribuire a rilanciare la trattativa?
«Sono due cose diverse. Comunque sono soddisfatto della sentenza perché fa verità e giustizia su un provvedimento che avevamo subito. Sapevamo che non c’era stato boicottaggio che è un accusa pesante se rivolta a dei lavoratori di un’azienda del Mezzogiorno che lottano per mantenere la produzione e il posto di lavoro. Abbiamo ancora altri due casi di licenziamenti in piedi. Ma spero che intanto l’azienda rispetti la sentenza del Tribunale di Melfi e si torni a discutere in un ambito di correttezza».