Epifani: i metalmeccanici non sono un sindacato a parte

13/09/2007
    giovedì 13 settembre 2007

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    IL LEADER

    Epifani: ora il chiarimento
    I metalmeccanici non sono
    un sindacato a parte

    Se il referendum sindacale approverà l’accordo, la manifestazione del 20 sarebbe contro l’opinione di lavoratori e pensionati

      Sergio Rizzo

        ROMA — Ha votato contro il «solito» Giorgio Cremaschi. Con lui, altri due. Tre su quattrocento, per stare alle cifre di Guglielmo Epifani. Ma chi ha partecipato ai direttivi unitari di Cgil, Cisl e Uil che hanno dato il via libera al referendum sul protocollo del welfare, descrive un’atmosfera surreale. Un’ovazione per Carla Cantone, applausi scroscianti per Raffaele Bonanni: commozione e occhi lucidi quando il segretario della Cisl ha ricordato Bruno Trentin.

        Ammette Epifani: «Sono stato molto colpito dal clima di unità, autonomia e determinazione che si respirava. Impressionante davvero». Soprattutto dopo le coltellate del giorno prima. «Sarà stata anche la reazione alle divisioni che si sono prodotte, alle lacerazioni. Ma ho avvertito un grande bisogno di unità. E anche un richiamo alle forze politiche per l’autonomia del sindacato», dice il segretario generale della Cgil. Che era stato il primo ad ammonire i partiti della sinistra radicale, in piena fibrillazione dopo lo strappo della Fiom, a proposito della manifestazione del 20 ottobre. Per Epifani «il voto di oggi conferma questa riflessione. La manifestazione è stata decisa prima del referendum. Nel momento in cui la parola passa ai lavoratori e ai pensionati, è chiaro che le cose non restano come prima. E va da sé che se il referendum dovesse dare sostegno all’accordo, qualsiasi manifestazione contro finirebbe per essere contro l’opinione di lavoratori e pensionati. Di fronte a una scelta importante, che non si faceva da dieci anni, non dico che sarebbe stata opportuna una tregua, ma almeno rinviare le valutazioni a una fase successiva al voto».

        Una riflessione che però, oltre alla sinistra radicale, sembra avere come destinatario la Fiom di Gianni Rinaldini, autore di uno strappo clamoroso e senza precedenti con il «no» al protocollo sul welfare. «Avevo chiesto alla Fiom di rispettare le indicazioni generali della scelta della Ggil, pur senza rinunciare al profilo critico. Invece la Fiom ha preferito esprimere un dissenso formale. E naturalmente questo apre un problema, siamo in presenza di un fatto totalmente nuovo», argomenta Epifani. Chiedendosi: «Perché la Fiom ha fatto questo? Perché il giudizio dei metalmeccanici Cgil è tanto diverso non solo rispetto a quello dell’organizzazione nel suo complesso, ma anche a quello dei nostri pensionati, dei tessili, degli edili, dei braccianti, degli alimentaristi….?».

        Tuttavia è una domanda per lui ancora senza una risposta. «Un accordo così complesso non va valutato nella logica ristretta dei propri problemi e della propria rappresentanza. Va fatto prevalere un giudizio generale, e da questo punto di vista votare no ha una conseguenza davvero paradossale. Perché significa dire no anche all’aumento delle pensioni, dell’indennità di disoccupazione, della totalizzazione dei contributi per i lavoratori precari, alla piena pensionabilità dei periodi di disoccupazione, no alla salvaguardia dei lavori usuranti ed ad altro ancora. Per questo il giudizio si doveva basare su una logica confederale. Se no si finisce per corporativizzare tutto». Quanto poi al rapporto con la sinistra radicale, alla spinta che la politica abbia potuto esercitare sulle scelte della Fiom, Epifani non esclude «che ci possa essere anche questo. Ma per una forza sindacale le scelte vanno misurate sulle conseguenze sindacali, e non politiche, che possono avere. Mentre la Fiom è impegnata in un rinnovo contrattuale delicato, insieme a Fim e Uilm, una posizione che la divide dagli altri certamente la indebolisce».

        E conseguenze ce ne saranno, eccome. Dice il segretario della Cgil: «Ora siamo impegnati in un referendum importantissimo. Per quattro settimane dovremo lavorare lealmente per favorire la partecipazione al voto e alla fine si valuterà. Poi, naturalmente, si aprirà una riflessione su tutto. Anche sui comportamenti che ci sono stati e sui problemi impliciti con la scelta della Fiom». Perché, continua Epifani, «se una struttura vota contro un accordo approvato dalla maggioranza si pone un problema molto serio. Il sindacato non può che favorire il pluralismo. Ma mentre la diversità di opinioni è fisiologica nelle diverse aree, una intera struttura, una intera categoria non può stare in minoranza. In questo modo si aprono fossati, si divide anziché unire. Questa è la discussione, pacata e non burocratica, che bisognerà fare». E quanti più consensi arriveranno dal referendum alla linea del segretario, tanto più i rapporti di forza, in quella discussione, saranno a suo favore. Diversamente, tutto diventerebbe più complicato. Lascia intendere Epifani pur senza dirlo esplicitamente, anche per la maggioranza e per lo stesso governo di Romano Prodi (a cui la manifestazione del 20 ottobre, se il referendum non andasse come spera il segretario della Cgil, potrebbe assestare un colpo durissimo), alle prese con una Finanziaria per certi versi più complicata di quella dello scorso anno. Con il balletto delle cifre che è già cominciato.

        «Il governo non commetta l’errore dello scorso anno », avverte Epifani. «Dia le cifre soltanto quando sono state ben definite. E accanto alle cifre metta bene in chiaro quali sono le priorità», aggiunge il segretario della Cgil. Senza negare qualche timore: «Proprio partendo dalle preoccupazioni sulle cifre abbiamo chiesto a Prodi di avere subito un incontro per fare il punto sulla preparazione della Finanziaria. Prima che tutti i giochi siano decisi. Ci aspettiamo una Finanziaria equa, che punti allo sviluppo ma anche al welfare. Prima di tutto per i giovani e gli anziani non autosufficienti. In secondo luogo bisogna che ai lavoratori dipendenti e ai pensionati si dia anche una risposta in termini di redistribuzione fiscale».