Epifani: Finanziaria chi l’ha vista?

23/09/2005
    22 settembre 2005 anno li – n.37

      Economia

        CONTI PUBBLICI / IL PIANO DEL SINDACATO

        Finanziaria
        chi l’ha vista?

        Il governo non se ne occupa ancora. Eppure servono decisioni urgenti. Aiuti ai pensionati. Un taglio alle imposte sulla benzina. E meno tasse sui conti correnti. Il leader Cgil lancia le sue proposte

          colloquio con Guglielmo Epifani di Maurizio Maggi

            A Berlusconi chiede di tamponare. A Prodi, se il centro-sinistra vincerà, chiederà di volare. Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, non ha soverchie aspettative sulla Finanziaria per il 2006. "Per la prima volta si è arrivati a metà settembre e non solo non c’è un contorno credibile della Finanziaria, ma sembra quasi che nessuno se ne occupi. La vicenda di Bankitalia e le difficoltà interne del centrodestra ci consegnano una situazione preoccupante e imbarazzante". È tranciante, il capo della Cgil: "Se il governo continua così, sarà una Finanziaria che non produrrà niente di buono, autoreferenziale, in cui il contributo delle parti sociali non sarà assolutamente preso in considerazione".

            E voi come vi preparate a reagire?

              "Insieme a Cisl e Uil abbiamo stabilito di chiedere cose precise e concrete. Non ci aspettiamo grandi colpi d’ala da un governo che ha mal governato. Indicheremo con chiarezza capitoli e priorità".

              Il sindacato vuole tagliare le tasse?

                "Berlusconi parla tanto di riduzione delle tasse, ha promesso uno sgravio Irap consistente alle imprese: per me, invece, sono prioritari interventi fiscali a favore di lavoro dipendente e di aiuto ai redditi dei pensionati. L’andamento dei consumi dice che c’è bisogno di dare un sostegno soprattutto alle fasce popolari, che hanno perso molto potere d’acquisto. La via maestra è la restituzione di una parte del drenaggio fiscale che in questi anni ha eroso sensibilmente il salario reale".

                Come realizzare questa restituzione?

                  "Per i pensionati si può agire sia con operazioni fiscali sia con un incremento delle pensioni legato all’aumento dei prezzi. La legge Dini stabiliva che dopo dieci anni, cioè adesso, le parti avrebbero verificato lo scostamento della dinamica dei redditi da pensione e del costo della vita: è un tavolo da aprire, giacché lo scostamento c’è stato ed è stato rilevante".

                  E sul fronte del lavoro dipendente?

                    "Una priorità è il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali. Le risorse sono finite a metà anno perché il numero dei casi di crisi è stato superiore al previsto. È uno stillicidio e bisogna rifinanziare cassa integrazione e mobilità. Sennò ci ritroviamo in autunno con i lavoratori senza copertura".

                    Ma concorda sui tagli all’Irap?

                      "Non abbiamo mai sottaciuto qualche pesantezza dell’Irap, imposta che grava maggiormente sui settori e sulle aziende a più alta occupazione. Le imprese che vanno meglio pagano meno Irap di quelle manifatturiere, con più lavoratori e anche più problemi. Però bisogna stare attenti perché l’Irap è la tassa con cui si finanziano gran parte della Sanità e il trasferimento diretto di risorse correnti dallo Stato alle Regioni".

                      Quindi l’Irap bisogna limarla o no?

                        "Prima di dire che cosa fare, si dovrebbe sapere quale tipo di risorse il governo può liberare in questa direzione. Riterrei più utile una riduzione o del cuneo contributivo o fiscale, fiscalizzando i mancati introiti. La seconda ipotesi alleggerisce maggiormente il costo del lavoro salvaguardando il salario netto, quindi nel rapporto tra impresa e lavoratori crea un quadro di convenienza reciprocamente vantaggioso".

                        Sugli ultimi passaggi della riforma della previdenza complementare qual è il suo giudizio?

                          "Noi non abbiamo condiviso la delega ma abbiamo lavorato per migliorare il decreto applicativo. Ci sono passi avanti ma c’è ancora indeterminazione sui regimi fiscali e restano aperti il problema dei riscatti e, per le imprese, quello delle compensazioni finanziarie".

                          È d’accordo sul bonus contro il caro-greggio di cui si sta parlando?

                            "Preferisco un intervento modulare sulle accise, perché ha effetti più generali. Un bonus può essere una scelta di propaganda e non di sostanza".

                            Finora ha avanzato proposte che hanno tutte un costo. I conti pubblici possono sostenerle?

                              "Il governo ha detto che è in grado di ridurre le tasse? Noi chiediamo di spendere per aiutare le fasce meno abbienti. D’altra parte, con l’incremento del prezzo del petrolio lo Stato incassa di più, quindi si tratta di una partita abbastanza neutra".

                              Come replicherà a eventuali ‘niet’?

                                "Il confronto con l’esecutivo non deve essere una tavola rotonda ma un negoziato. O il governo risponde oppure assumeremo iniziative di lotta".

                                I punti da lei accennati sono già una proposta per l’Unione?

                                  "No. Con una nuova maggioranza sarei un po’ più ambizioso".

                                  Mesi fa lei diceva che i progetti del centrosinistra erano ancora poca roba...

                                    "A metà dicembre il programma ci sarà. E io confermo che non ci vuole solo un aggiustamento, sarebbe totalmente inutile. Ci vuole un piano di altissimo profilo. Perché la situazione del Paese a fine legislatura non sarà neanche paragonabile a quella di cinque anni fa, dopo cinque anni di crescita inesistente. Si devono reimpostare la politica industriale e quella per il Mezzogiorno. Ci sono da riprendere tutte le architetture dei sistemi a rete, a partire da quella dei trasporti. Di fronte a un nuovo governo ci dev’essere l’ambizione di un progetto che voli alto".

                                    Pure il governo di centro-sinistra vivrà in un quadro di pesanti vincoli europei.

                                      "Non c’è dubbio. E nel mondo del lavoro c’è grande consapevolezza della gravità della situazione. Non si potrà chiedere la luna al nuovo governo, però la direzione dev’essere quella. Tradotto: la parte d’Italia che in questi anni ha visto peggiorare la propria condizione non può essere più toccata. Stavolta, questa parte del paese va risarcita".

                                      Quali sono le sue proposte sulla tassazione delle rendite finanziarie?

                                        "Si deve fare come in Europa, dove l’aliquota su investimenti finanziari e risparmi è praticamente unica. Non capisco perché un deposito di conto corrente, che non dà interessi reali, deve essere tassato al 27 per cento! Ci si preoccupa tanto di Bot e Cct e non delle decine di milioni di conti correnti. La tassazione colpisce di più dove non c’è nessun vantaggio: è illogico, si fa pagare davvero la povera gente. Bisogna trovare una via di mezzo per l’aliquota unica, intorno al 18-19 per cento. Ci sono paesi in cui il guadagno finanziario s’incorpora nella progressività del reddito personale e nessuno lo trova scandaloso".

                                        Vuole la patrimoniale?

                                          "Con l’aumento dell’Ici – a cui i comuni si sono dovuti in molti casi piegare – il governo una piccola patrimoniale l’ha già fatta. Quel che ancora non ho digerito è l’abolizione della tassa di successione per le grandi ricchezze. È un punto da riformare, perché ingiusto e illiberale".

                                          Condivide la strenua difesa dell’industria nazionale francese?

                                            "I grandi paesi si stanno tutti riorganizzando intorno alle proprie missioni produttive e strategiche. Io compenetrerei di più campioni nazionali ed europei. Se crediamo a un’Europa che si dà una politica economica e industriale unitaria, ragioniamo sull’idea dei campioni europei".

                                            Meglio la via tedesca?

                                              "La Germania ha fatto una grande riorganizzazione della propria base industriale ed esporta più di cinque anni fa. Italia e Germania sono i paesi europei con la maggiore occupazione industriale. Siamo un grande paese industriale ma governato senza la consapevolezza di esserlo. Non c’è una guida, non c’è una regia: e ciò provoca in una parte delle imprese italiane un’accentuazione delle difficoltà che la globalizzazione già porta. Non a caso in Confindustria molti avrebbero voluto andare alle elezioni politiche subito dopo le regionali".

                                              Come valuta la presidenza Montezemolo?

                                                "La nuova Confindustria si rende conto che ci vogliono politiche industriali vere, che il tema della competitività del sistema produttivo va rimesso al centro delle scelte. Su questo tema c’è un comune sentire. Confindustria ammette la riduzione dei redditi reali dei lavoratori ma non ne trae le conseguenze e quando si siede ai tavoli contrattuali dice: ‘Non possumus’".

                                                Un esempio?

                                                  "Il contratto dei metalmeccanici. La trattativa è ferma, c’è una distanza abbastanza consistente tra richieste e offerte: e se si offrono al terzo livello dei metalmeccanici poco più di 40 euro lordi in due anni, si capirà che non è questa la maniera di rispondere a un problema salariale che c’è".

                                                  Ma le imprese hanno le risorse per concedere aumenti significativi?

                                                    "Si tratta di capirsi sul termine ‘significativo’. Aumenti inferiori o uguali all’inflazione ufficiale per me non sono significativi. I bilanci delle imprese più grandi, analizzati da Mediobanca, sono buoni. La possibilità di dare aumenti c’è, tanto più se ci sarà una piccola ripresa. Chiedo a Federmeccanica, per una volta, di scommettere sul futuro".

                                                    Qual è il suo giudizio del primo anno di Sergio Marchionne alla guida della Fiat?

                                                      "Marchionne è stato capace di un’operazione di risanamento finanziario di tutto rispetto. Apprezzo il modo con cui ha trattato con Gm, così come sta spostando l’attenzione sul profilo industriale. E non mi sfugge che ha fatto appello al rispetto nelle relazioni industriali. Però a volte sembra che la struttura Fiat non corrisponda in pieno a questa idea di dialogo. Quasi come se esistesse ancora una Fiat che quando deve discutere delle modalità organizzative con i sindacati – penso a Melfi di ieri e di oggi – ha il riflesso della vecchia concezione un po’ paternalista e molto unilaterale".


                                                      Ripresa d’autunno: tre questioni all’ordine del giorno

                                                      A partire dalle prossime settimane, il sindacato dovrà usare bene le sue carte, perché dovrà giocare un ruolo centrale su due riforme epocali, e incrociare le armi con il governo per la finanziaria

                                                      Partita Tfr
                                                      Se vuole avviare nel 2006 la riforma della previdenza complementare, con smobilizzo del Tfr a favore dei fondi pensione, il ministro del Welfare deve varare il provvedimento definitivo entro il 6 ottobre. Il 12 settembre, Roberto Maroni ha presentato il progetto, ritoccato dopo le molte critiche (dai sindacati alla Confindustria). La priorità ai fondi chiusi ha fatto scattare il no immediato delle assicurazioni.

                                                      Il nuovo contratto
                                                      L’incontro tra la Cgil, la Cisl di Savino Pezzotta e la Uil di Luigi Angeletti per superare le divergenze degli ultimi mesi è fissato per il 27 settembre. Sul tappeto, le regole unitarie per preparare le piattaforme rivendicative e chiudere i contratti (con la Cgil che spinge per arrivare sempre al voto dei lavoratori) e la centralità del contratto nazionale rispetto a quelli aziendali, altro tema assai caro al sindacato di Epifani.

                                                      Finanziaria per i deboli
                                                      La contrapposizione tra il ministro dell’Economia Domenico Siniscalco e
                                                      il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio ha rallentato il varo della legge finanziaria. Per il capo della Cgil, la gestione della vicenda Fazio è il simbolo del tramonto del governo. Dal quale si attende una Finanziaria abborracciata e contro cui lottare duramente se non prevede aiuti alle fasce più deboli.


                                                      Salari sempre più magri
                                                      Dal 2002 al 2004 i salari si sono mossi come il gambero: 824 euro persi in termini di potere d’acquisto, altri 423 sfumati per effetto del fiscal drug. Un impoverimento che non ha eguali tra i paesi europei. Ancora: della ricchezza prodotta tra il 1993 e il 2003, meno di un quinto è andato al lavoro, il resto in profitti e tasse. È da questa fotografia che parte il secondo rapporto dell’Ires-Cgil guidato da Agostino Megale su contrattazione e retribuzioni, per concludere che serve rifondare completamente la politica dei redditi. La causa principale di questa disfatta? Il fatto che il tasso di inflazione programmata, su cui si sono fondati i contratti, è stato fissato ben sotto qualsiasi realistica previsione. E sempre del 40 per cento sotto quello effettivo.