Epifani: “Fiat faccia la prima mossa metà dipendenti senza rappresentanza”

17/01/2011

TORINO – La vicenda di Mirafiori? «Un sintomo del provincialismo italiano». Guglielmo Epifani ha guidato la Cgil nella prima fase dello scontro tra Marchionne e la Fiom. Dopo la conclusione del referendum dice: «C´è il rischio di una lunga fase di stallo. E´ ora di smetterla di fare il tifo, bisogna provare a usare la testa. Tutti capiscono che non si può lasciar fuori dalla fabbrica chi rappresenta la metà degli operai. La prima mossa, a questo punto, toccherebbe a Marchionne».
Epifani, perché parla di provincialismo?
«Mi chiedo in quale Paese europeo possa accadere che una decisione di tale importanza sul futuro del sistema industriale viene caricata sulle spalle di 5.000 lavoratori. Mi chiedo in quale Paese europeo un governo lascia che tutto questo accada senza intervenire. Mi chiedo ancora in quale Paese europeo viene consentito alla più importante azienda privata di lasciare senza rappresentanza sindacale la metà dei dipendenti. Tutto ciò può accadere solo nell´Italia di questo periodo».
Secondo lei il governo ha fatto il tifo a Mirafiori?
«Il governo ha fatto il furbo. Prima lesinando alla Fiat quegli incentivi che tutti gli altri Paesi europei hanno concesso nella fase più difficile della crisi. E poi diventando tifoso quando ha capito che lo scontro tra il Lingotto e i sindacati poteva favorire la divisione e isolare la Cgil. Un governo serio avrebbe provato a promuovere la mediazione. Così accade dappertutto. Qui invece abbiamo avuto il governo che fomentava la divisione, soffiando sul fuoco delle spaccature sindacali. Un comportamento da strapaese».
Lei parla di provincialismo. Non ritiene che Marchionne rappresenti la modernità in Italia?
«Non mi pare che la sua ricetta sia così moderna. Marchionne propone un modello, quello del sindacalismo aziendale, che è stato una delle cause del fallimento della Chrysler. Un modello che lascia ogni sindacato da solo, chiuso nella sua fabbrica, con un welfare aziendale che è il primo ad andare in crisi. Se oggi il sindacato è il principale azionista a Detroit è proprio per provare a riparare i guasti di quel sistema».
Quale altra responsabilità carica sulle spalle del Lingotto?
«Aver provato a scegliere i sindacati al posto dei lavoratori. Questo è un vulnus molto grave. In tutti i sistemi democratici, i rappresentanti vengono scelti dai rappresentati: è il cuore di ogni democrazia. Se io garantisco rappresentanza solo ai sindacati che sono d´accordo con l´azienda, metto in atto una grave lesione del sistema democratico».
In questa vicenda si è consumata una delle più gravi rotture sindacali. A suo parere, è componibile?
«In questi anni c´è stato un deterioramento progressivo dei rapporti unitari. Un processo che è iniziato nel 2001. Oggi siamo arrivati, in alcuni casi, alla rottura di rapporti personali. Per fortuna accade in alcune categorie e non nella maggioranza, ma è un fatto grave. Penso che per invertire la tendenza servirebbe abbandonare la logica del tifo e trovare sedi di mediazione. In genere è interesse dei governi creare le condizioni perché questo avvenga. Ma non mi sembra che oggi questa sia una delle principali preoccupazioni del nostro governo».
Che cosa dovrebbe fare la Fiom adesso?
«Penso che l´importante risultato raggiunto nel referendum obblighi la Fiom ad andare avanti per la sua strada. Bisognerà comunque trovare il modo di evitare che a Mirafiori il 46 per cento dei lavoratori sia senza rappresentanza. Per questa ragione credo che tutti dovrebbero smetterla di fare i tifosi».
A chi pensa?
«Innanzitutto alla Fiat. Non so come Marchionne possa pensare di far funzionare una fabbrica con metà dei dipendenti che hanno espresso esplicitamente il loro dissenso e un´altra fetta che ha dichiarato di approvare l´intesa solo per salvare il posto di lavoro. Poi penso alla Confindustria. Marcegaglia può oggi cantare vittoria, ma rischia di celebrare una vittoria di Pirro che può aprire la strada allo sfaldarsi progressivo dell´associazione degli imprenditori. E penso anche ai segretari di Cisl e Uil: sanno che così non si va da nessuna parte. Questa è stata una vittoria dimezzata per chi pensava di trionfare con l´80 per cento».
Come giudica il comportamento del Pd in tutta questa vicenda?
«Il Pd ha diverse anime ed era prevedibile che sul merito sindacale emergessero posizioni articolate. Quel che invece mi aspetto è che un partito che si chiama democratico metta la questione della rappresentanza in fabbrica in cima alla sua agenda. Cercando di approvare una legge in Parlamento che eviti di lasciare senza voce metà dei lavoratori della Fiat».
Lei parla di fase di stallo. Chi dovrebbe fare la prima mossa per uscirne?
«Penso che tocchi a Sergio Marchionne. Perché è stato il protagonista di questa vicenda, ha vinto il referendum e dunque da sabato ha una responsabilità ancora maggiore».