Epifani: «É una grave rottura»

12/09/2007
    mercoledì 12 settembre 2007

    Pagina 3 – Economia

      IL RETROSCENA

      La scelta della Fiom obbliga la sinistra radicale a ridiscutere tutto. Cgil, resa dei conti dopo la consultazione

      Rifondazione, incubo scissione
      Epifani: "É una grave rottura"

      ROBERTO MANIA
      CLAUDIO TITO

      ROMA – «Non possiamo farci scavalcare dalla Fiom». La scelta era attesa. Quasi scontata. Quando, però, ieri il comitato centrale dei metalmeccanici Cgil ha ufficialmente bocciato l´accordo di luglio sulla riforma delle pensioni, dalle parti di Rifondazione comunista si è squarciato quel velo di pragmatismo che ha consentito di evitare lo scontro con il governo. Franco Giordano, il segretario del Prc, ha scaraventato le carte sul tavolo e a chiare lettere ha fatto capire che le istanze della federazione guidata da Rinaldini sono anche quelle del suo partito.

      Il confronto con Prodi, a questo punto, cambia natura. «Ad ogni mia osservazione, ad ogni mia richiesta – ha raccontato il capo di Rifondazione dopo il faccia a faccia della scorsa settimana con il premier – mi rispondeva solo con "vediamo, vediamo". Come se non volesse capire. Non può più farlo». Per la sinistra radicale il quadro è mutato. Il rischio di una ulteriore scissione a sinistra è lo spettro che può mettere in discussione persino il primo esecutivo nel quale siedono i rappresentanti di Rifondazione e del Pdci. Persino la granitica struttura della Cgil è messa a soqquadro. Dal ´46 mai era accaduto che una federazione votasse contro la segreteria nazionale. Anche nel ´95, in occasione della riforma Dini, il braccio di ferro tra i "contendenti" di allora, Cofferati e Sabattini, si risolse in modo incruento. Furono i lavoratori metalmeccanici a votare contro e non i vertici federali. «Stavolta invece – osserva con allarme Guglielmo Epifani – la Fiom ha scelto la rottura e questo è un problema vero». Già, un problema vero. Anche perché, racconta chi ha potuto ascoltare l´analisi esperta del presidente della Camera, Fausto Bertinotti, «in un momento di debolezza delle soggettività politiche, la cinghia di trasmissione paradossalmente funziona al rovescio. Quello che accade nel sindacato si riflette sulla politica».

      Romano Prodi lo ha capito. È «preoccupato». Sa che questo è il passaggio decisivo. Ma per il momento non cambia tattica: «Quell´accordo l´ha firmato tutta la Cgil e non una sua parte. Se cambiassimo i termini di quell´intesa, significherebbe rimettere tutto in discussione, con tutti. Ossia anche con gli altri». Quindi con le altre organizzazioni sindacali. È convinto di poter «persuadere» Giordano. In caso contrario, il risultato sarebbe disarmante anche per l´elettorato rifondarolo: il ripristino dello "scalone"

      Eppure dentro Rifondazione la mossa della Fiom «ha proprio cambiato tutto». A via del Policlinico, la sede del Prc, vedono annebbiarsi il futuro della "cosa rossa", ossia la federazione con Pdci, Verdi e con la Sinistra democratica. Temono che il fantasma di una ennesima scissione a sinistra si materializzi di nuovo. Basti pensare che a fine mese Sinistra critica, corrente all´opposizione di Giordano, ha organizzato un seminario insieme a Giorgio Cremaschi, leader della Fiom e fondatore della "Rete 28 aprile", e Piero Bernocchi, capo dei Cobas. Un incontro che dovrebbe portare alla convocazione di una assemblea nazionale a novembre. Le prove generali della "cosa rossissima". I cui effetti si potrebbero sprigionare in primo luogo al Senato, dove tre o quattro senatori della sinistra radicale si ritroverebbero in bilico tra la fedeltà alla esigua maggioranza di Palazzo Madama e il nuovo progetto politico.

      Non è un caso che l´incontro con Prodi, previsto oggi, per presentare il documento congiunto della sinistra radicale sia improvvisamente saltato. Quel testo non reclamava modifiche alla riforma previdenziale. Fabio Mussi – in sintonia con uno dei big della Cgil, Paolo Nerozzi – aveva infatti blindato il protocollo sulle pensioni. Quell´equilibrio ora traballa. Anzi, la manifestazione del prossimo 20 ottobre può assumere connotati più aggressivi nei confronti di Palazzo Chigi. Anche perché il segretario della Fiom Rinaldini non solo subisce il carisma di Cremaschi ma è anche intimo di Gabriele Polo, direttore del Manifesto e organizzatore insieme a Liberazione del corteo ottobrino. Un elemento che mette ancor più a repentaglio la "cosa rossa". Mussi, infatti, può vedersi respinta la richiesta di "ammorbidire" la piattaforma della manifestazione. Tant´è che Giordano, stretto tra il pressing alla sua sinistra e quello del governo, invita gli alleati a evitare «il corpo a corpo». Suggerisce di accettare l´iniziativa come un modo per diluire le tensioni nella sinistra radicale. «Se al contrario ci chiedono un prendere o lasciare – avverte – ogni conseguenza non può essere esclusa».

      In effetti, lo strappo della Fiom irrigidisce pure il campo riformista dell´Unione. Che non vuol più concedere sconti. Soprattutto se le concessioni compromettessero l´unità sindacale e arroccassero Cisl e Uil su una linea intransigente in difesa del patto di luglio. «È la prima volta – ha avvertito Epifani con voce grave nel corso della direzione della Cgil – che si verifica una cosa del genere nel nostro sindacato. Ne valeva la pena?». Il referendum tra i lavoratori si terrà i prossimi 8-10 ottobre. I vertici di Corso d´Italia sono sicuri che le urne saranno dalla loro parte. Ma sanno anche che subito dopo scatterà la «resa dei conti». Soprattutto se Rinaldini non seguirà l´esempio di Sabattini che nel ´95, pur contrario, difese nelle assemblee l´accordo siglato con Dini. Da allora, però, sono passati 12 anni. Tutto è cambiato. Nelle stanze della Cgil torna in mente l´epopea dell´autunno caldo quando la mitica Flm di Trentin, Carniti e Benvenuto era considerata la quarta confederazione. «Magari – dice malinconicamente Cremaschi – ma non ci sono le condizioni».