Epifani dovrà scegliere tra Cofferati e Lama

25/09/2002

ItaliaOggi (Economia e Politica)
Numero
227, pag. 4 del 25/9/2002
Mario Unnia



Le due strategie opposte all’interno dei Ds.
Epifani dovrà scegliere tra Cofferati e Lama

Quando un leader sindacale lascia il timone, la riflessione da fare sul successore è questa: la persona fa il ruolo, ma il ruolo fa la persona. Che sarà dunque di Guglielmo Epifani, promosso segretario generale della Cgil, come gestirà il potere che quel ruolo comporta, e quali saranno i suoi rapporti con la sinistra, e in particolare con i Ds?

Per rispondere a questo interrogativo giova osservare che il punto di arrivo del ciclo di Sergio Cofferati è assai diverso dal punto di partenza: s’è incrinata l’unità sindacale (si noti, si parla di sindacati al plurale, e non più di sindacato al singolare) il che non è poco, ma più rilevante ancora è il rapporto tra Cgil e Ds che s’è fatto problematico, per non dire teso negli ultimi due anni. Dunque, il nuovo segretario generale proseguirà nella via imboccata dal predecessore, o ritornerà a percorrere le strade che Cofferati aveva abbandonato?

Per comprendere i termini del dilemma che Epifani dovrà sciogliere suggerisco di fare un passo indietro, parecchio indietro, addirittura ai tempi di Togliatti. Il merito indiscusso di questo stratega politico è stato quello di costruire il grande partito della sinistra e poi di rinforzarlo, pur restando escluso dal governo centrale, facendo leva su due assi portanti: il governo locale, ai diversi livelli, comunale e provinciale, e la gestione del sociale inteso nella più ampia accezione, dal sindacato alla cooperativa, dai circoli culturali all’accademia. L’esito di questa strategia è stata la nascita e la crescita di due classi dirigenti della sinistra: da un lato, gli amministratori dei territori, capaci di gestire le risorse collettive attraverso le istituzioni conquistate col voto popolare, e consapevoli dei vincoli di bilancio; dall’altro, i sindacalisti, i manager delle cooperative, gli intellettuali militanti, i professori universitari schierati, capaci di mobilitare in modi diversi il sociale mediante le parole d’ordine, la rivendicazione sindacale, il solidarismo cooperativo e l’egemonia culturale, vera o presunta.

Il modello delle due leve si è concretizzato in modo perfetto in Emilia, dove il partito comunista per anni ha controllato sia le istituzioni del governo locale sia la piazza, con risultati positivi di buona amministrazione e di ordine pubblico, di supporto allo sviluppo economico e all’integrazione sociale. L’elemento caratterizzante del modello emiliano è stato il prevalere nella nomenclatura del partito, e dunque nel suo governo, della classe dirigente che s’era formata sul territorio, nelle istituzioni, a scapito di quella che s’era formata nel sociale, nel sindacato, nell’economia cooperativa, nella cultura militante.

Organizzare il consenso generale, fare politica e costruire larghe alleanze è stata considerata una palestra più formativa del firmare contratti, mobilitare gli insegnati, corteggiare intellettuali e accademici: al parlamento sono saliti gli amministratori piuttosto che i fiancheggiatori, ovvero gli animatori, a diverso titolo, del sociale, salvo rare eccezioni.

Questa linea strategica è stata ereditata da Enrico Berlinguer, e poi passata al Pds: ma occorre arrivare agli anni 90 per registrare un cambiamento. I Ds subiscono un significativo calo elettorale, a livello locale e nazionale, che per effetto penalizza la componente del partito che chiamiamo degli ´amministratori e dei parlamentari’; per contro, si rianima quel coacervo sociologico che è la ´società civile’ e che era in sonno dagli anni 80, i sindacalisti si risentono portatori di domande disattese dal partito, i cooperativisti ammiccano ai cattolici del non profit, gli intellettuali giacobini spalleggiano la magistratura irriducibile, e tutto questo alimenta il protagonismo politico della componente del partito che chiamiamo ´dei fiancheggiatori’, ovvero degli animatori del sociale.

Cofferati realizza che c’è una divergenza in atto nel partito tra le due componenti, e intravede ciò che Luciano Lama, segretario generale della Cgil dal ’75 all’86, aveva sempre escluso: la possibilità che sia la componente del movimento a guidare il partito. Le ragioni sono tante: il fare politica attraverso i partiti è inadeguato, servono nuovi modi di mobilitazione per canalizzare le domande, l’attivismo di piazza, seppure minoritario, viene amplificato dai media, nuovi attori si affacciano nel teatro politico, non legittimati dalla competenza e dal tirocinio, ma dalla fantasia e dalla facondia tribunesca.

Non è dunque venuto il momento per la Cgil, pensava fino a ieri Cofferati, di assumere un ruolo portante nella rifondazione del partito della sinistra, mettendo insieme i lavoratori, i pensionati, i non tutelati, i critici della globalizzazione, i movimenti del dissenso non distruttivo, prima che l’antagonismo no global di Fausto Bertinotti e il dissenso distruttivo egemonizzino la protesta sociale? E oggi, essendo fuori dalla Cgil e con gli occhi e la volontà puntati al rifondando partito della sinistra, Cofferati penserà di poter contare ancora sul suo sindacato per prendere il partito? Credo che Epifani dovrà schierarsi in questa partita, che si giocherà nel paese ma avrà per sbocco il controllo del partito della sinistra. Concorrenziati da Rifondazione e dai Verdi, e ostacolati dagli alleati moderati, i Ds, o almeno una parte, cercano una modalità di fare politica che ripercorra, adattata ai tempi, la strategia togliattiana, e ricomponga gli ideali e gli interessi che la caduta del Muro prima e la globalizzazione dopo hanno disarticolato. La troveranno? Non si sa. Nel frattempo c’è un test, lo sciopero generale indetto dalla sola Cgil per il 18 ottobre: se Epifani lo conferma segue Cofferati, se Fassino aderisce si arrende a Cofferati.

Mario Unnia