Epifani, debutto con sciopero generale

20/09/2002

          20 settembre 2002

          Epifani, debutto con sciopero generale
          Il nuovo segretario della Cgil di fronte all’attacco del governo e della Confindustria

          Oreste Pivetta

          Dice Guglielmo Epifani: «Il
          lavoro del dirigente sindacale
          non è mai semplice.
          In trent’anni di attività non ricordo
          fasi o stagioni senza avversità».
          Ha cominciato trent’anni fa, poco
          più che ventenne, oggi diventa segretario
          generale della Cgil. Epifani
          guiderà un sindacato che vale
          cinque milioni e mezzo di iscritti,
          metà del mondo del lavoro, riferimento
          per altre migliaia di lavoratori
          che non si iscrivono perchè in
          certe fabbriche ai confini del
          sommerso, del nero, in certi uffici
          di vecchio e arretrato terziario
          la tessera della Cgil non è
          considerata dai padroni una
          gran bella cosa, anzi è sempre
          una ragione per metterti ai
          margini. Guiderà il sindacato in
          un mare tempestoso, non certo
          nella calma piatta che chiunque
          avrebbe desiderato ad un passaggio
          di consegne.
          Ma ha ragione: è capitato a tutti
          gli altri prima di lui, Di Vittorio,
          Novella, Lama, Pizzinato, Trentin,
          Cofferati. Sempre le stesse storie,
          alla fine, lavoro e diritti da
          difendere, prevedendo quando è
          possibile le novità, immaginando
          e costruendo un futuro, in condizioni
          che sono andate ovviamente
          mutando in modo clamoroso.
          Pensare all’Italia di Di Vittorio,
          l’Italia che usciva dalla guerra e
          dalla monarchia, l’Italia ancora
          bracciantile che si misura con
          l’epocale industrializzazione, per
          arrivare all’Italia della crisi industriale,
          della terziarizzazione, della
          divisione e della polverizzazione
          del lavoro, degli ultimi arrivati in
          veste di immigrati e di operai o di
          “collaboratrici domestiche”, dal
          fronte popolare al governo con la
          destra post fascista.
          Non sarà una bella Italia, non sarà
          soprattutto un’Italia facile quella
          di Guglielmo Epifani. Sarà un paese
          al cui orizzonte sono crisi globali
          e cambiamenti universali, questioni
          economiche che si intrecciano
          con crisi di valori, caduta di
          certezze, tramonto di pratiche politiche,
          consuete fino a poco fa. Il
          primo appuntamento per Epifani,
          sarà uno sciopero generale,
          per ora di un sindacato solo, il
          suo, il secondo sarà completare la
          raccolta di cinque milioni di firme
          contro le proposte del governo
          in materia di lavoro, terzo il
          possibile referendum contro la
          cancellazione dell’articolo 18. E
          poi ancora i contratti, tentando
          magari attraverso quelli la ricostruzione
          di un’unità sindacale,
          raggiunta dai suoi predecessori e
          sconciata da Berlusconi. Perfino,
          tra quattro anni, nel 2006, la festa
          per i cento anni della Cgil.
          Che cosa farà Epifani? La prima
          domanda, la domanda comune,
          sarà intanto quanto Epifani sarà
          diverso da Cofferati, nella politica
          e nei modi, nello stile che, allo
          stesso modo di Cofferati, non sarà
          sanguigno, tuonante, retorico,
          ma sempre pacato, seguendo le
          trame di un linguaggio discorsivo
          e persuasivo, di persona che sa
          ragionare parlando anche a milioni
          di ascoltatori, anche in una
          piazza come piazza San Giovanni,
          di un intellettuale che cerca di
          convincere con il ragionamento.
          D’altra parte questo è il compito
          di un sindacalista, che si ritrova
          accanto ai conflitti aspri di ogni
          epoca e di ogni circostanza anche
          la complessità del paesaggio
          contemporaneo, più complicato di
          un tempo anche nelle definizione
          degli schieramenti.
          Epifani è un vecchio sindacalista
          (trent’anni di sindacato, come ricordava),
          giovane negli anni e nell’aspetto,
          elegante. Dicono che
          piaccia alle donne e nella società
          dell’immagine, della televisione
          non sarà male anche se non è questo
          il problema. È nato a Roma
          nel 1950, è quasi coetaneo di Cofferati
          dunque, figlio di Giuseppe,
          umbro e cattolico, che ha ormai
          ottantotto anni ed è stato sindaco
          nel suo paese, Cannara, vicino ad
          Assisi. Giuseppe Epifani, che si
          era laureato in francese e aveva
          combattuto a Rodi, un giorno durante
          la guerra era sceso a Salerno
          per salutare alcuni parenti. Quel
          giorno era l’otto settembre e si
          ritrovò così al Sud nell’Italia divisa.
          Rimase tre mesi al Sud e conobbe
          Filumena. Finita la guerra, la
          sposò a Montecorvino, un paesotto
          in provincia di Salerno. In tempi
          di pace, Giuseppe divenne funzionario
          dell’ente di previdenza
          dei dipendenti pubblici e viveva
          tra Milano e Roma. Milano fu la
          città dell’infanzia di Guglielmo.
          Andava allo stadio, seguiva l’Inter
          d’Herrera, s’innamorò dei colori
          nerazzurri. A Roma, dopo il liceo,
          l’Orazio (dove conobbe la futura
          moglie), si iscrisse all’università
          dove si laureò con una tesi di laurea
          su Anna Kuliscioff. Fu così
          che tra l’Università e la Kuliscioff
          conobbe il socialismo, nel senso
          del vecchio e tradizionale riformismo
          socialista. Non poteva prevedere
          che sarebbe diventato il primo
          segretario della Cgil, ex socialista
          o di formazione socialista nel
          senso del Psi. Ma sarebbero precisazioni
          superate, ormai…
          Quand’era socialista s’era avvicinato
          ad Agostino Marianetti, altro
          sindacalista della Cgil, e al
          gruppo di Mondoperaio. Alla
          svolta del Midas e di Craxi si trovò
          all’opposizione nel partito,
          sconfitto mentre sosteneva la necessità
          di una sinistra unita, di un
          rapporto tra Pci e Psi senza guerre
          e senza polemiche. La storia non
          si riscrive, ma Epifani non ha mai
          sconfessato la sua convinzione in
          quella strada di unità.
          Al sindacato Epifani arrivò attraverso
          i libri. Stava ancora all’università
          dopo la laurea, fece il ricercatore
          per quattro anni, quando
          Piero Boni, che era il vice di Luciano
          Lama, gli chiese di curare una
          raccolta di scritti di Bruno Buozzi.
          Ne nacque un libro che aprì la
          sua breve carriera editoriale. Dopo
          quel libro gli chiesero di occuparsi
          della casa editrice del sindacato,
          che stava a Roma in via dei
          Frentani nello stesso portone
          della federazione romana del
          Pci. Direttore della casa editrice
          Epifani rimase due anni,
          poi cominciò la pratica sindacale
          vera e propria con Marianetti
          all’ufficio industria della
          Confederazione.
          A ventinove anni gli proposero di
          andare a dirigere il sindacato dei
          poligrafici e cartai e conobbe di
          persona «l’esperienza mai semplice
          del dirigente sindacale». Eravamo
          tra la fine degli anni settanta e
          l’inizio degli anni ottanta, tante
          pratiche sul tavolo: dalla trasformazione
          industriale con l’ingresso
          delle nuove tecnologie informatiche
          alla crisi della Rizzoli, la Rizzoli
          di Tassan Din e della P2. Anche
          il sindacato cambiava: il suo,
          dei poligrafici e cartai, si unì a
          quello dell’informazione e dello
          spettacolo. Nel 1979 Epifani venne
          eletto segretario generale della
          Filis. Nell’aprile del 1990 entrò
          nella segretaria confederale della
          Cgil. Dodici anni per diventare segretario
          generale.
          Nell’ultimo congresso, a Rimini,
          gli toccò la risposta a Pezzotta. La
          previsione era che sarebbe stato
          eletto di lì a poche settimane. Poi
          si levò la tempesta delle lettere di
          Marco Biagi, il professore assassinato
          dai terroristi, e delle accuse a
          Cofferati. Si decise per il rinvio.
          In uno degli ultimi direttivi, nel
          luglio scorso, gli toccò spiegare
          perchè la Cgil non aveva sottoscritto
          quello che era stato definito
          «un patto per lo sviluppo e l’occupazione»,
          quando, a conclusione,
          ripropose la richiesta di incontro
          con tutte le forze politiche parlamentari,
          per «trasmettere le nostre
          valutazioni, le nostre critiche,
          la nostra lettura dei processi»,
          marcando l’autonomia del sindacato
          e spiegando: «…perchè abbiano
          di prima mano un’esatta valutazione
          delle contraddizioni e delle
          implicazioni delle decisioni che
          vengono prese ai tavoli e perchè
          non giudichino unicamente con
          un metro di astratta convenienza
          politica problemi e processi che
          riguardano il merito… perchè vi
          sia coerenza tra rapporti di merito
          e comportamenti futuri, perchè
          sia in sostanza trasparente
          non solo il punto di vista di ognuno,
          ma anche la responsabilità
          che ognuno nel suo campo intende
          assumersi». Richiamo alla concretezza
          e al rigore.
          Nei ritratti ovviamente entrano
          anche i particolari, quasi privati: il
          tifo per l’Inter, come abbiamo già
          detto, probabilmente per merito
          di Helenio Herrera, il calcio giocato
          da centrocampista, le letture
          colte, l’amore per i classici francesi,
          grazie alla presenza del padre,
          la chitarra e i cantautori come
          Tenco, De Andrè, Jacques Brel,
          Brassens.
          In un’intervista, a una domanda
          poco politica sui momenti della
          sua vita che avrebbe voluto rivivere,
          magari per cambiarli, rispose
          :«La giovinezza». E spiegò: «Non
          sono mai stato ragazzo. A 17 anni
          facevo il doposcuola nelle borgate
          e l’assistenza agli anziani. Dopo la
          maturità come premio andai a studiare
          a Parigi…».
          Rimpianto molto generazionale,
          di una generazione a sinistra che
          si è divertita poco e ha conosciuto
          molto presto l’impegno. Forse
          troppo presto, per non coltivare
          appunto qualche rimpianto, malgrado
          il vantaggio straordinario
          della cultura, dei valori, di uno
          sguardo su tante facce del mondo
          e della vita.