Epifani: «Con queste premesse si va alla rottura»

04/10/2001
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INTERVISTA
Roberto Ippolito

«Con queste premesse si va alla rottura»
Giovedì 4 Ottobre 2001
IL SEGRETARIO CGIL: «SIAMO PRONTI AL CONFRONTO, MA NON A MANDARE IN SOFFITTA L’ESPERIENZA DELLA CONCERTAZIONE CHE HA SALVATO IL PAESE»
Epifani: dialogo finto, il governo ascolta soltanto D’Amato
 
ROMA
ECCO l’inizio, molto brusco. «Il governo dice di volere il dialogo sociale, ma in realtà ascolta soltanto la Confindustria ed è pronto a fare da solo» accusa Guglielmo Epifani, segretario aggiunto della Cgil.
Epifani, la Cgil è pronta o no al dialogo sollecitato dal ministro Maroni?
«Siamo pronti ad aprire il confronto mettendo però subito in chiaro una valutazione generale sui comportamenti e sulle scelte del governo. Si tratta della conseguenza dell’affermazione politicamente più rilevante di Maroni, contenuta nel libro bianco sul mercato del lavoro: si dichiara finito il modello della concertazione espressa in Italia negli anni Novanta».
Una questione di metodo?
«Il libro bianco sul lavoro e le indicazioni della commissione incaricata di valutare l’effetto della riforma Dini per le pensioni hanno carattere unitario. Tutto deriva dalla piattaforma elettorale all’origine della nascita del governo».
Cioè?
«Il governo ha puntato su una forte ripresa in tempi brevi dello sviluppo per poter attuare il suo progetto di riduzione della pressione fiscale e alleggerimento dei contributi che gravano sul costo del lavoro. Vuole quadrare il rispetto del patto di stabilità europeo con la legge finanziaria, assicurando la competitività delle imprese con la riduzione del costo del lavoro e l’accentuazione della flessibilità e della precarietà del lavoro».
Cosa la preoccupa?
«Si vogliono ridurre i diritti sposando le ragioni dell’impresa sulla base del programma del convegno della Confindustria di marzo a Parma. Ma oggi questo è molto più difficile da realizzare e sconta un confronto duro con il sindacato e non solo con la Cgil e una perdita di consenso sociale maggiore del prevedibile».
Perchè secondo lei?
«Non c’è più alle porte quello sviluppo atteso o solo sognato. Il rallentamento economico e l’incertezza internazionale porteranno sofferenza come dimostra la legge finanziaria. Ci sarà una resistenza molto più forte contro la riduzione dei diritti dei lavoratori, l’accentuazione del precariato, la riduzione dei costi a favore delle imprese, le peggiori prospettive per occupazione, reddito e pensioni».
Ma nel mondo non si invoca più flessibilità?
«Si invocava con l’economia in crescita. Ma dalla strage americana dell’11 settembre, il quadro è cambiato. E anche l’amministrazione americana ha modificato la natura dei suoi interventi».
Ma negli Usa c’è più flessibilità, vero?
«Sicuramente, ma ora gli interventi americani puntano ad ampliare le garanzie per chi perde il posto. Il presidente Bush aumenta le tutele, il presidente Berlusconi vorrebbe ridurle e tagliarle. Lì si invitano i cittadini a riprendere i consumi, qui non si fa lo stesso: la finanziaria ha cancellato quel punto di discesa delle tasse già previsto dal governo precedente».
E’ davvero tutto così nero?
«In America sono allo studio investimenti per 200 mila miliardi per sostenere l’economia. In Italia si tagliano le risorse».
Il confronto avviato dal governo non riguarda però i problemi immediati.
«Ma se entriamo in una fase di incertezza è necessaria una manovra di carattere anticiclico: bisogna sostenere consumi e investimenti. La riduzione dei diritti dei lavoratori mentre l’economia rallenta accentua preoccupazioni e resistenze. Così gli enti locali protestano, la Confcommercio critica, le organizzazioni agricole sono scontente, le imprese meridionali si lamentano, il pubblico impiego è in rivolta, i sindacati della scuola sono scontenti».
Non sta esagerando?
«No, onestamente sono queste le reazioni. C’è scollamento tra l’ottimismo proposto dal governo, con il sostegno attivo della Confindustria e del suo giornale, e i timori e le opposizioni esistenti. Annunciando che non c’è più la concertazione ma il dialogo sociale, il governo pensa di ascoltare tutti e di decidere come vuole».
In democrazia il governo e il Parlamento decidono.
«Ovvio. Tutto rientra nelle regole del gioco. Ma sono chiare le conseguenze in questo caso. Non si può prendere il meglio della vecchia esperienza di politica retributiva moderata, la bassa conflittualità, la condivisione di obiettivi come l’euro e il risanamento finanziario e contemporaneamente non avere più concertazione nè i diritti nè il sistema contrattuale».
E qual è l’effetto per lei?
«Se non c’è più la concertazione e la politica dei redditi esistente, non c’è più la linea retributiva liberamente adottata».
Minaccia rivendicazioni a tappeto?
«Non si tratta di minacciare. Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Se il dialogo sociale consiste nel fatto che le parole delle parti sono irrilevanti, questo perde il senso: diventa come la coperta di Linus, un simbolo. Le tre deleghe richieste al Parlamento annunciate dal governo lo confermano. Sono previste per la metà di novembre a prescindere dall’esito del confronto con le parti sociali: il governo deciderà d’autorità anche senza alcun accordo».


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