Epifani: avevamo ragione, dov’è finito il miracolo?

03/06/2003

        domenica 1 giugno 2003

        I sindacati apprezzano l’analisi ma dicono “no” al taglio delle pensioni
        Epifani: avevamo ragione
        Dov’è finito il miracolo?

        Roberto Rossi
        ROMA Un paese fermo, lontano dal miracolo promesso due anni fa, con un’economia in
        costante declino. Le parole di Antonio Fazio sono piaciute ai sindacati. Una relazione attenta,
        condivisibile in molti punti. Molti, ma non tutti. Come quando il governatore della Banca
        d’Italia ha indicato tra le ricette per risollevare il Paese dalle sue difficoltà il contenimento
        della spesa pubblica e in particolare di quella previdenziale.
        «Il miracolo economico – ha detto Guglielmo Epifani, segretario della Cgil – non c’è e
        non c’era allora. Il governatore ha messo da parte l’ottimismo degli ultimi due anni e dà
        una articolazione della situazione italiana molto vicina a quella della Cgil». Secondo Epifani
        il Paese è fermo. Ma per farlo ripartire non è accettabile una riduzione della spesa corrente
        e «insistere sul taglio delle pensioni». Per il semplice fatto – ha spiegato – che un paese che
        rallenta ha bisogno di tenere la spesa corrente su livelli sufficientemente alti se non altro per
        sostenere la domanda di consumi e dare certezze a cittadini e lavoratori. Bisogna rilanciare
        gli investimenti nella ricerca, il resto sono palliativi». Il rifermimento al patto per l’Italia,
        l’accordo per lo sviluppo e l’occupazione siglato da Confindustria, governo, Cisl e Uil, è
        conseguente. «Mi ha molto colpito – ha concluso il segretario – infine il silenzio sul Governo
        e sul patto per l’Italia».
        «Ho ascoltato – ha detto ancora Epifani – per la prima volta una analisi della situazione
        economica molto preoccupata e da questo punto di vista molto simile a quella che fa la
        Cgil quanto parla di rischio di declino produttivo e industriale italiano. È anche giusta la
        diagnosi – ha aggiunto – cioè un maggiore sforzo in investimenti, ricerca, formazione e
        innovazione tecnologica. Solo che da questo punto di vista mi sarei aspettato una proposta
        di grande respiro perchè la distanza tecnologica dell’Italia corre davvero il rischio di farle
        mancare prospettive di sviluppo».
        Di «fotografia chiara e abbastanza spietata sul declino della nostra economia» ha parlato
        il numero uno della Uil, Luigi Angeletti, secondo il quale il richiamo al contenimento
        della spesa e in particolare della riduzione della spesa previdenziale è stato «rituale». «In
        particolar modo – ha detto Angeletti – il governatore ha parlato della scarsa produttività delle
        piccole e medie imprese. C’è stato un richiamo rituale alle pensioni. Ma solo rituale, su 37
        pagine c’è solo una riga per dire di aumentare l’età pensionabile, una cosa che abbiamo già
        fatto».
        Più allarmato il giudizio del segretario generale della Cisl Savino Pezzotta. «Sulle pensioni
        e sull’aumento dell’età pensionabile – ha detto – abbiamo fatto già delle proposte al governo.
        Siamo favorevoli agli incentivi per restare al lavoro, siamo contrari ai disincentivi all’uscita al lavoro e alla decontribuzione».
        Ma Pezzotta ha anche detto di ritenere che «il problema del Paese sia la perdita di competitività».
        Un’implicita ammissione del fallimento del patto per l’Italia? Secondo il segretario no.
        Anzi. «Occorre – ha detto – andare sulla strada tracciata il 5 luglio 2002.
        È quello che stiamo facendo con Confindustria». Di «analisi realistica e in alcuni casi giustamente impietosa» ha parlato anche il responsabile economico dei Ds Pierluigi Bersani. «Finalmente – ha detto Bersani – si parla di industria e dei problemi delle nostre imprese. Finalmente si dice chiaramente che la finanza pubblica non è sotto controllo. La relazione è una scossa forte per l’azione di governo che mostra di non avere nessuna presa reale sulla situazione economica del paese».