Epifani: «Anche lo sciopero per fermare la guerra»

28/02/2003



  Politica




28.02.2003
Epifani: «Anche lo sciopero per fermare la guerra»
di Enrico Fierro


 Dall’inviato
LIVORNO.
«Né un centimetro della nostra terra, né un minuto del nostro lavoro per questa guerra». Pace: in campo c’è la Cgil. Perché «la guerra – spiega Guglielmo Epifani, leader del più grande sindacato italiano – non ti consente di stare in mezzo». No: un conflitto che avrà effetti rovinosi come quello, non ancora dichiarato, ma di fatto già in atto contro l’Iraq, ti impone di stare o di qua o di là. E «noi – dice Epifani – siamo contro la guerra e per la pace». Sappia il governo, avverte, «che avrà di fronte la Cgil. Noi metteremo in campo tutte le iniziative per fermare la guerra. Anche lo sciopero».

«Lo sciopero ha un valore simbolico, ma insieme può avere anche degli effetti. Lo sciopero si fa quando è utile e quando lo si ritiene necessario, talvolta anche testimoniare una presa di posizione di principio che si ritiene importante».
Porto di Livorno, in uno dei magazzieni della stazione marittima ora destinato a sala per grandi raduni, ci sono migliaia di lavoratori della Toscana. Uomini, donne e tanti giovani. "Osservatori" del movimento come Vittorio Agnoletto. Bandiere rosse delle categorie e il segretario generale della Cgil. Che avverte Berlusconi: «Un governo che inizia l’avventura della guerra avendo contro quattro cittadini su cinque è minoranza nel Paese. È bene che il primo ministro lo sappia». La sala letteralmente esplode. Sventolano le bandiere arcobaleno e "impallano" le telecamere. Epifani ricorda la richiesta di incontro che le tre confederazioni in modo unitario hanno avanzato al governo dopo la concessione di strade, stazioni, porti e aeroporti per il trasporto di armi. Cosa trasportano quei treni? Quali sono i rischi per la sicurezza dei lavoratori, per chi viaggia, per il territorio? «Non si sono degnati neppure di farci una telefonata», dice il segretario della Cgil. «Ma che governo è mai questo?».

Il sindacato in campo. Tocca a Guido Abbadessa, segretario generale della potente confederazione dei trasporti, indicare le prossime tappe della battaglia pacifista. «Hanno militarizzato il territorio, le stazioni, le autostrade, i porti e finanche gli aeroporti per trasportare armi. Ma carri armati e gipponi blindati dovranno essere imbarcati, e allora vedremo». Le vene ai polsi dei portuali presenti in sala fremono. I giovani lavoratori del porto oggi sono dei tecnici specializzati, muovono tonnellate di merci al giorno, sono anima e cervello del complesso sistema portuale, i loro padri, i vecchi "camalli", sanno cosa vuol dire fare battaglie dure. Nel ’69, ai tempi della guerra in Viet-Nam, issarono sul pennone di una nave Usa la bandiera rossa dei viet-cong.

La pace è nel Dna dei portuali. Dei vecchi e dei giovani. Sommergono di applausi il segretario generale della Filt quando dal palco dice che «non imbarcheremo mai a Livorno e in Italia né mezzi di guerra, né armi di distruzione. Livorno, Genova, Ravenna, Venezia: nessun porto per le armi». Roberto Piccini, capo della Culp, prima compagnia lavoratori portuali, oggi la più grande impresa privata portuale livornese, non ha dubbi: «Noi non siamo interessati a trasportare quella merce. Stop!».
La Cgil fino in fondo nella battaglia contro la guerra, ma Epifani pianta precisi "paletti". «La Cgil non vi lascia soli. Noi siamo qui per costruire un grande movimento che si batte per la pace e per i diritti». Perché le bombe, è il suo ragionamento, uccidono e distruggono, ma uno degli effetti più perversi della guerra è quello della compressione dei diritti delle persone. Anche per questo è fondamentale che «nella battaglia per la pace tutto si svolga secondo il principio del rispetto della legalità e del rifiuto della violenza». Perché «noi siamo un Paese che ha la fortuna di avere una Costituzione che si fonda sul lavoro e sui diritti e che all’articolo 11 ripudia la guerra, ecco perché con una carta fondamentale così, il principio del rispetto della legalità diventa un punto di forza». No a «chiusure e settarismi», dice Epifani, «il nostro compito è quello di rappresentare la maggioranza del Paese» che è contro la guerra. Quindi nessuna violenza: «Un regalo così non lo faremo a coloro che puntano ad andare in guerra».

Accanto al segretario della Cgil ci sono i sindaci di Livorno, Gianfranco Lamberti, di Pisa, Paolo Fontanelli, e il presidente della Provincia Gino Nunes. Il segretario della Cgil Toscana, Luciano Silvestri, fissa il calendario delle prossime iniziative del sindacato: il 5 marzo, in coincidenza con la giornata del digiuno lanciata dal Papa, ci saranno fiaccolate in tutte le città della regione. Poi la grande manifestazione nazionale di Milano per la pace e per i diritti.

Tocca poi al sindaco di Livorno Lamberti, parlare della sua città. «Livorno è un luogo di pace e di convivenza di nazionalità diverse da sempre». Il sindaco ricorda la sua esperienza di salernitano trapiantato in Toscana. «Devo prendere provvedimenti contro l’inquinamento per tutelare la salute dei cittadini – denuncia – ma nessuna autorità di governo mi informa sulla natura del materiale trasportato da quei treni. È pericoloso per la salute? Stiamo rischiando qualcosa?».

La Cgil in campo. Epifani è chiarissimo: «Se non ci muoviamo noi il fronte che si oppone alla guerra è più debole». Lo sappia Berlusconi: «Sì, questo governo è minoranza nel Paese. I lavoratori sono più forti».