Epifani accusa: “E’ dura fare utili in cassa integrazione”

26/10/2010

L’allarme dei sindacati non può che essere generale, per quanto abituati alle minacce di Sergio Marchionne sul possibile abbandono dell’Italia da parte della Fiat. Forse male interpretando quanto hanno sentito, visto che per il responsabile delle relazioni industriali dell’azienda, Giorgio Giva, «tra chi guardava l’intervento in tv c’erano molti dipendenti della Fiat a cui sono stati confermati dall’ad gli investimenti previsti in Italia». Forse i dubbi saranno sciolti nell’incontro di giovedì prossimo.
LE MOLTE FACCE DI MARCHIONNE Nel frattempo, però, tra le organizzazioni sindacali qualcuno rinnova le preoccupazioni già espresse nei mesi scorsi. Mentre qualcun altro affronta pure lo smacco di aver ceduto alle richieste di un manager ancora in dubbio sui destini del progetto Fabbrica Italia. Così il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, può rispondere a muso duro alle lamentele dell’amministratore delegato del Lingotto sulla redditività degli stabilimenti italiani: «Se si produce meno, con tanta cassa integrazione, è difficile fare utili ». Attualmente sono infatti 20mila i dipendenti della casa automobilistica coinvolti da provvedimenti di cig. Un’informazione che Marchionne non può non avere. Il segretario generale di Corso d’Italia rileva dunque le «tante facce» del manager, che «tre anni fa ebbe posizioni condivisibili », ma che oggi pare ignorare l’ovvio: «Il problema è che i prodotti fatti in Italia trovano difficoltà sul mercato. Non si può far finta di pensare che da un turno dipende se Fiat va avanti o no nel mercato». Ancora più aspra la replica del leader Fiom, Maurizio Landini: «Secondo me Marchionne ha raccontato tante cose inesatte e un po’ di balle, ha fatto lo sprezzante ma si è rivelato anche ignorante». Ad esempio: «Le pause a Mirafiori forse non sa nemmeno perché ci sono,non servono a rompere il ritmo aziendale, ma a non fare rompere i lavoratori alla catena di montaggio». E soprattutto «lui non sta discutendo il piano industriale con nessuno, dice che ce l’ha, però non si sa qual è». Il che sposta il nodo della questione su tutt’altro piano, visto che «la Ferrari e la Sevel non sono in Lussemburgo, ma sembra che facciano degli utili». Di tutt’altro tenore la reazione del segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, che insiste sulla linea dialogante. Condivide la denuncia dell’amministratore delegato «che ha irritato maggioranza e opposizione perchè ha colto nel segno » ed anche le sue ultime decisioni: «Si sta facendo un ambaradan per 10 minuti di pausa in meno, per altro retribuiti. Alzare gli scudi è sbagliato: la paura più grande deve essere che l’azienda chiuda». Chi non nasconde la rabbia, invece, è il leader della Uil Luigi Angeletti: «Senza l’Italia, non vedo dove la Fiat possa costruire le auto da vendere in Europa». E soprattutto il segretario della categoria dei metalmeccanici Rocco Palombella: «Marchionne non deve continuare a umiliare i lavoratori e il sindacato che si è assunto la responsabilità di gestire anche accordi difficili. Chiarisca una volta per tutte quali sono le reali intenzioni dell’azienda».
L’ESECUTIVO IN IMBARAZZO Anche il solitamente plaudente Maurizio Sacconi sembra colto alla sprovvista dalle parole del manager del Lingotto: «Quella di Marchionne è una denuncia ruvida e non del tutto condivisibile, dedicata al governo e alle parti sociali. Credo sia una tattica per chiedere più competitività e produttività», ma un simile ragionamento, secondo il ministro del Lavoro, presenta «alcune premesse non condivisibili» come il dato che vede l’Italia è al 118 posto su 139 classificati per competitività. Chi dovrebbe rispondere direttamente di questa débacle industriale è Paolo Romani, neonominato ministro dello Sviluppo economico. Invece glissa: «Vedrò Marchionne il4novembre, mi riservo in quella sede di esaminare e approfondire i temi che l’amministratore delegato della Fiat ha evocato. Non vorrei togliermi il gusto di parlargli in maniera approfondita, non anticipo nulla».