«Epifani accetta i diktat, Cremaschi no»

17/05/2005
    martedì 17 maggio 2005

      CONVERSAZIONE. IL SEGRETARIO DI FIOM LANCIA LA SFIDA CONGRESSUALE IN CGIL
      «Epifani accetta i diktat, Cremaschi no»

        «Il contratto degli statali? I sindacati hanno accettato il diktat di Confindustria, rinunciando alla piattaforma dell’8% e scendendo al 5%, meno di due anni fa, pronti a trattare sul 4,3% del governo. Dov’è finito il 3% di differenza? Le conseguenze sul contratto dei metalmeccanici? Pesantissime. Lo sciopero generale contro governo e Confindustria? Andava indetto subito, venerdì scorso, senza inutili attendismi. L’accordo del 23 luglio ’93? Una camicia di forza che va disdettata al più presto. Il vero Cofferati? Il moderato di oggi, non il finto radical di ieri. Il conflitto? Produce innovazion».

        Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom e militante (anche se oggi quasi «semplice», e non più delfino di Bertinotti) di Rifondazione comunista, ha sempre avuto idee chiare e decise. Oggi però l’area (sindacale) di cui è il riferimento ha deciso di uscire allo scoperto e presentare un documento, “Rete 28 aprile per l’indipendenza e l’autonomia sindacale”, che è stato discusso informalmente in un seminario a Roma una decina di giorni fa e che, a partire da questa settimana, sarà presentato in assemblee precongressuali (per ora) della Cgil. «Siamo forti non solo dentro la Fiom ma in tutte le categorie, poco solo nelle Camere del Lavoro e nelle strutture confederali – spiega – ma il malessere della base verso l’organizzazione è forte e credo che riserverà sorprese».

        Il documento, firmato in via «intimidatoria» – scherza Cremaschi – da cinque membri del direttivo (numero minimo a norma di statuto: gli altri quattro sono Baldini, Casavecchia, Vaccargiu e Danini) sta, di fatto, per diventare “la” mozione alternativa a quella della maggioranza. Che invece vedrà confluire non solo gli uomini del segretario Epifani ma anche riformisti e area Patta, cioè l’attuale minoranza di “Lavoro e società-Cambiare rotta”, in vista del congresso della primavera 2006. Epifani e i suoi spingono per un congresso a tesi (la commissione politica ha appena istruito il lavoro) ma la sinistra sindacale di Cremaschi – che discende dalla storica minoranza di Essere sindacato, ha il suo perno dentro la Fiom (anche se crea più di un grattacapo al segretario Rinaldini) e da lì e dal suo congresso straordinario vuole ripartire ma lancia segnali anche a parte dei Cobas – vuole scompaginare i giochi in nome del ticket pluralismo-democrazia e contro un congresso a tesi «di fatto inemendabili, con una visione del pluralismo interno dove la democrazia viene lottizzata per componenti, le liste sono precostituite e le minoranze proprietà privata dei capi corrente».

        In Cgil, dunque, non sarà possibile un congresso unitario. Non era ancora sicuro, da oggi è un fatto. «Siamo in una fase nuova. La lotta girotondina contro Berlusconi è finita perché è finito Berlusconi. Ne sono felice, bada – precisa – ma ora vengono fuori i veri guai: Bombassei che impone a governo e sindacati un contratto agli statali al ribasso, Biglieri di Federmeccanica che si dice pronto ad accettare le richieste, al ribasso, dei metalmeccanici solo se cedono su orari e flessibilità. Questo è il vero volto di Confindustria». Lo sciopero di categoria è pronto ma Cremaschi vuole quello generale.

          «Bisogna scegliere: moderatismo sindacale o nuova radicalità? Indipendenza o neoconcertazione?», si chiede. La risposta è scontata. Per Cremaschi i modelli sindacali sono lotte di Melfi e May Day, gli alleati i movimenti no global e la sinistra diffusa, sociale, non certo un’Unione annacquata, «contro la quale bisogna essere pronti a scioperare». Vanno denunciati gli accordi del 23 luglio, «odioso price cup sui salari, lo dice anche Angeletti», sottolinea, e disdettarli una volta per tutte. Cremaschi – che non crede all’unità sindacale («non ci crede più nessuno», dice) – teme come la peste la teoria del sindacato amico che non produca più conflitti permettendo a governi di finta sinistra e soprattutto ai padroni di ottenere quello che vogliono: contratti al ribasso, orari al rialzo, flessibilità dilagante, fondi pensione integrativi (pratica accettata anche dalla Cgil)». E tutto per fare il favore di chi, poi? Di industriali che a Cremaschi ricordano le cavallette («Lo dice anche l’Spd»): «Sanno chiedere solo riduzione del costo del lavoro e taglio dell’Irap, ma chi ne paga l’abolizione? Poteri forti e padroncini non vogliono mai pagare il prezzo della crisi. I lavoratori hanno già pagato, ora tocca a loro. E poi con più vertenze e più salari ci sarebbero più consumi e più imprese vere». E’ il conflitto che produce innovazione, per Cremaschi. Se solo quelle locuste di capitalisti capissero.