Epifani: «A Governo e Regione sarda manca una politica industriale»

05/02/2010

CAGLIARI. «Non è un grido di dolore, ma una ragionata, forte e partecipata richiesta di cambiamento che rivolgiamo a chi ha in mano il governo del paese e della Regione. Lo sciopero generale di oggi è il punto più alto e visibile dell’iniziativa sindacale, ma la nostra lotta continuerà nei prossimi mesi con più vigore».
Guglielmo Epifani, e la Cgil con lui, non si arrendono al declino del sistema produttivo sardo. «La politica di un governo non si misura con quanti milioni di euro si buttano nelle fornaci della cig. Serve altro, serve una vera politica industriale».
Epifani, sessant’anni tra poco meno di due mesi, si laurea in filosofia con una tesi su Anna Kulishoff nel 1979; inizia la sua carriera di dirigente sindacale con l’incarico di segretario generale aggiunto della categoria dei lavoratori poligrafici. Dal 2002 è segretario generale della Cgil, dopo la conclusione del mandato di Sergio Cofferati, di cui è stato vice.
– Lo sciopero regionale cade in un momento delicatissimo per una delle maggiori fabbriche sarde, l’Alcoa. Cosa chiedete all’azienda?
«Speriamo che i vertici di Pittsburg decidano nel senso giusto, e capiscano che mantenere le produzioni in Italia è un vantaggio anche per tutti, anche per i loro azionisti.
– E al governo quale messaggio volete lanciare?
«Per trattare con le multinazionali serve una grande autorevolezza. Queste aziende hanno una logica ferrea e una forza immensa, hanno anche un loro cinismo, sanno valutare come pochi il rapporto costi-benefici. Dall’altra parte ci vuole una azione dell’esecutivo molto forte, che deve garantire la continuità produttiva. Il governo in questa partita si gioca un parte consistente di credibilità. Spero che ne sia consapevole».
– Ieri ci sono stati attimi di tensione e incidenti in stabilimento.
«L’esasperazione è molto forte, perché le ricadute sul territorio se Alcoa dovesse chiudere sarebbero devastanti. C’è rabbia che va capita, ma bisogna evitare che degeneri in atti non accettabili. Per questo serve una forte risposta del governo, subito».
– Lo sciopero di oggi ha nelle sue parole d’ordine Sviluppo e Lavoro. Nell’isola ci sono oltre 210mila disoccupati, e un sardo su quattro vive sotto la soglia di povertà. Quale è la prima richiesta del sindacato?
«Lo sciopero di oggi non è solo un grido di dolore. Contiene anche una forte richiesta di cambiamento della politica economica del governo. Berlusconi ha annunciato un anno fa il piano per il Sud, ma è tutto fermo. In questi dodici mesi l’esecutivo ha promesso solo la Banca per il Sud e il Ponte sullo stretto, ma i problemi del Mezzogiorno non si risolvono con gli effetti speciali. Servono strumenti e finanziamenti, e invece abbiamo visto il taglio delle risorse. Serve ammettere la crisi e intervenire, invece assistiamo a dichiarazioni superficiali che la negano, o che ammettono che prima o poi passerà anche senza fare nulla».
– I poli di sviluppo degli anni Settanta sono diventati il punti di maggior sofferenza, occupazionale e industriale. Quale può essere la ricetta, se non per risolvere i problemi almeno per alleviarli?
– «I più semplici manuali di economia delle imprese spiegano che la grande industria di trasformazione, se non è accompagnata da un valido indotto, è destinata a soccombere a fronte delle sfide provenienti dai mercati emergenti. I problemi della Sardegna nascono dagli anni passati, ma oggi la politica può fare molto più di prima. A Porto Torres, con la incredibile vicenda della Vinyls e a Portovesme, dove il ruolo di Enel può essere decisivo, si gioca la credibilità e la forza del governo. Come extrema ratio, bisogna mettere in campo uno strumento pubblico straordinario che governi le aree di crisi. Il ministro Tremonti ripete che il posto di lavoro va garantito. Bene, ma sinora i suoi sono più annunci che misure adottate».
– Il governo ha deciso di immettere più risorse per finanziare la cig. È la scelta giusta?
«Non da sola. Gli ammortizzatori sociali, l’indennità di disoccupazione per loro natura assistono i lavoratori in difficoltà espulsi dal ciclo produttivo, ma non sono un sostituto della politica industriale. Nel nostro paese, dalla Fiat ad Alcoa, da Marghera a Porto Torres, manca una linea di programmazione, che faccia scelte chiare, credibili e sostenibili nel tempo».
– La Sardegna è stata penalizzata da un diversa allocazione dei fondi Fas, che hanno ridotto la sua capacità di intervento finanziario. La Regione può in queste condizioni esercitare un ruolo?
«A condizione che recuperi capacità progettuale e autorevolezza politica. La crisi e le difficoltà di bilancio del nostro paese non hanno avuto lo stesso impatto su tutte le Regioni. Ci sono aree dell’Italia che a fronte di progetti di sviluppo hanno ricevuto finanziamenti anche cospicui. La Sardegna faccia altrettanto»