Enti previdenziali, il risiko delle poltrone dietro la riforma

02/01/2002






Nel progetto di riassetto da definire il ruolo delle parti sociali negli organi di controllo e gestione

Enti previdenziali, il risiko delle poltrone dietro la riforma

      ROMA – Gli episodi di scontro, più o meno gravi, sono innumerevoli. Ecco l’ultimo. Giovedì 27 dicembre il Civ, il consiglio di indirizzo e vigilanza, dell’Inpdap (l’istituto che gestisce le pensioni dei dipendenti pubblici) boccia e rinvia il preventivo 2002 al Cda, consiglio di amministrazione. Da quando, nel ’94, fu fatta la riforma degli enti previdenziali i due presidenti, quello dell’istituto e quello del Civ, non hanno perso occasione per litigare. Di qui la necessità della nuova riforma prevista dal disegno di legge delega sulle pensioni presentato da Maroni. Governo e parti sociali riprenderanno la trattativa dopo la Befana. Obiettivo della delega: «Maggiore funzionalità ed efficacia dell’attività» degli enti e «una complessiva riduzione dei costi gestionali». Ma è evidente che, con la riforma, si prepara anche una grande infornata di nomine che fa gola a molti. E che consentirebbe al governo di sbarazzarsi degli attuali presidenti degli enti (Massimo Paci all’Inps, Rocco Familiari all’Inpdap e Giani Billia all’Inail), nominati dal centrosinistra. La riforma del ’94, nata sull’onda di Tangentopoli e della decisione dei sindacati di uscire dai Cda, non ha garantito un governo efficiente degli stessi. Le divisioni dei compiti non sono chiare. Almeno tre gli organi che vantano funzioni gestionali: il Cda, il presidente, il direttore generale. E cinque quelli che hanno poteri di controllo: Civ, collegio dei sindaci, corte dei Conti, i ministeri dell’Economia e del Lavoro.
      Dal ’94 sindacati e associazioni imprenditoriali si sono rifugiati nei Civ, parlamentini con decine e decine di poltrone spartite tra Cgil, Cisl, Uil, sindacati autonomi, Confindustria, Confartigianato, Cna, Confcommercio, Confesercenti, Confagricoltura e così via. I presidenti dei Civ più importanti sono rigorosamente designati dai tre maggiori sindacati. Attualmente: Aldo Smolizza (Cisl) all’Inps, Paolo Lucchesi (Cgil) all’Inail e Giancarlo Fontanelli (Uil) all’Inpdap. Si tratta di posti importantissimi. Tanto per avere un’idea: l’Inps ha circa 34 mila dipendenti, 500 sedi sul territorio, paga ogni mese 17 milioni di pensioni e indennità; l’Inpdap ha 4 milioni di iscritti ed eroga quasi 2 milioni di pensioni; l’Inail ha il monopolio dell’assicurazione infortuni sul lavoro. Poi ci sono gli enti minori: Inpdai, Ipsema, Enpals, Ipost.
      Sindacati e imprenditori hanno avuto sempre una funzione decisiva negli enti, col motivo che questi gestiscono soldi dei lavoratori e delle aziende. La grande questione che si pone anche in occasione di questa riforma è: che ruolo è più giusto per loro? La gestione, il controllo o nessuna delle due? Durante la trattativa sulle pensioni Maroni ha posto la domanda agli stessi sindacati. Schematizzando: la Cisl è favorevole al ritorno delle parti sociali nella gestione, la Cgil è contraria.
      Le proposte alle quali il governo sta lavorando sono riconducibili a due. La prima prevede la soppressione dei Civ e il ritorno delle parti sociali in un Cda allargato (una parte dei membri di nomina governativa), un presidente e un direttore generale con funzioni di amministratore delegato. I controlli sarebbero affidati a società di revisione esterne, come nei modelli privatistici. La seconda ipotesi un grande Civ comune a tutti gli enti previdenziali, Cda snelli governati da un comitato di presidenza composto da un presidente e due vice, uno dei quali dovrebbe avere il ruolo di direttore generale. Questa impostazione piace sia ai sindacati sia al governo.
      Ma al di là delle formule il braccio di ferro è su chi debba avere il controllo delle nomine più importanti: il presidente e il direttore generale, se i sindacati, come è stato finora, o il governo, come vorrebbero Tremonti e Maroni, secondo quanto spiegano gli stessi sindacati. Per questo l’accordo ancora non c’è e difficilmente ci sarà se resterà lo scontro su pensioni e articolo 18 (licenziamenti).
Enrico Marro


Economia