Enron: Dimenticato in un anno il grande imbroglio

03/12/2002


            (Del 3/12/2002 Sezione: Economia Pag. 11)


            analisi
            Paolo Mastrolilli

            ENRON
            Dimenticato in un anno il grande imbroglio

            NEW YORK

            DOMENICA mattina una bella casa di Houston è andata a fuoco. Era alta tre piani, valeva 3,9 milioni di dollari, e l’aveva fatta costruire Andrew Fastow, ex chief financial officer della Enron oggi sotto processo per truffa. I pompieri hanno definito l’incendio doloso, sottolineando che è avvenuto alla vigilia dell’anniversario di una delle più grandi bancarotte nella storia degli Stati Uniti. Un atto criminale, dunque, che forse dimostra come non tutti hanno dimenticato, anche se da qualche settimana Wall Street ha ripreso timidamente a crescere, il prodotto interno lordo è salito del 4% nell’ultimo trimestre, e il Paese sembra interessato a discutere solo della possibile guerra contro l’Iraq. Un anno fa, il 2 dicembre, sembrava che il mondo del business americano stesse per crollare. La Enron, settima azienda degli Stati Uniti per grandezza, aveva presentato i libri in tribunale, dopo che ad ottobre aveva rivelato un «aggiustamento» dei bilanci per 1,2 miliardi di dollari, a causa di perdite occultate grazie ad un complicato sistema di sussidiarie. Poi si è scoperto che vendeva energia inesistente, usando architetture finanziarie che per anni l’avevano messa in cima alla classifica delle compagnie più innovatrici del mondo, ma in realtà nascondevano truffe in vecchio stile. Per fare un esempio, i dirigenti si erano vantati di aver raddoppiato i ricavi dal 1999 al 2000, ma il 60% delle entrate erano fasulle. Quando il gioco fu scoperto, avevano cucinato la più grande bancarotta nella storia del paese: nel luglio del 2002 l’avrebbe scavalcata quella della WorldCom, ma il marchio Enron resta il simbolo della crisi. La multinazionale di Houston impiegava 25.000 persone in 30 paesi diversi, e lo stile di vita nel quartier generale del Texas è diventato ormai leggenda. I manager potevano spendere migliaia di dollari in solo un pranzo con un cliente, e poi rasserenarsi giocando a ping-pong nella «sala decompressione stress», messa a disposizione dall’azienda. Le feste dei capi sono finite sui rotocalchi scandalistici da supermercato, con tanto di ballerine discinte, mentre alcune povere impiegate finite sul lastrico hanno accettato di farsi fotografare da Playboy, nella speranza di avviare una nuova carriera. La filosofia aziendale privilegiava il profitto a tutti i costi, senza badare troppo se fosse vero o falso, e chi non centrava gli obiettivi veniva licenziato, anche se aveva perso solo perché non si era abbassato a truccare i conti. Forse erano le degenerazioni di una mela marcia, ma il fallimento della Enron aveva diffuso il panico a Wall Street, già colpita dalla recessione e dall’impatto dell’11 settembre. Persino il presidente Bush era stato tirato dentro, per la sua vecchia amicizia personale col grande burattinaio della multinazionale Kenneth Lay, e per simpatia le speculazioni si erano allargate anche alla condotta di Dick Ceheny, quando era amministratore della compagnia petrolifera Halliburton. Il primo colosso ad andarci di mezzo è stata l’Arthur Andersen, la società di revisione che aveva aiutato la Enron a nascondere i suoi imbrogli. Il dipartimento della Giustizia ha aperto un’inchiesta sulla multinazionale di Chicago, l’ha trovata colpevole, e così ha determinato la sua chiusura dopo quasi un secolo di onorata carriera. Stimolati dal caso Enron, però, gli investitori e gli analisti hanno cominciato a fare le pulci ai conti di tutte le grandi aziende quotate a Wall Street, che durante il boom degli anni Novanta si erano fatte trascinare da quella che il capo della Federal Reserve Alan Greenspan aveva definito «esuberanza irrazionale» e «avidità infettiva». Poco alla volta si è scoperto che i libri contabili erano stati ritoccati anche da giganti come WorldCom, Qwest Communications e Tyco, solo per citare i casi più eclatanti, avviando una corsa alle vendite che aveva rimesso in ginocchio la Borsa proprio quando gli economisti cominciavano a sperare nella ripresa. Miliardi di dollari erano stati bruciati in pochi mesi, facendo sparire i risparmi di una vita di milioni di americani, e così aveva ripreso forza anche lo spettro del «double dip», ossia la doppia ricaduta nella recessione. Sotto accusa erano finiti soprattutto i compensi stellari offerti ai dirigenti in forma di azioni, che li spingevano a fare il possibile e l’impossibile per gonfiare il valore dei titoli. Una filosofia che conveniva a tutti gli azionisti, finché non si è scoperto che in troppi casi era bacata dall’illegalità delle pratiche. Poi però è arrivata l’estate, ad agosto è cominciato il dibattito sulla possibile guerra in Iraq, e poco alla volta la grande bufera si è attenuata. I democratici non sono riusciti a tenere il paese concentrato sugli scandali finanziari e la difficoltà economiche, e il presidente Bush ha trionfato nelle elezioni di medio termine puntando sulla sicurezza nazionale. Un anno dopo, quindi, cosa rimane dello scandalo che doveva rivoluzionare il mondo del business americano? Il Congresso ha varato una legge, il Sarbanes-Oxley Act, che ha inasprito le pene per i manager imbroglioni, mentre l’autorità di borsa Sec ha obbligato tutti i chief executive officer a garantire in prima persona i bilanci delle loro aziende. I nuovi provvedimenti però non hanno cambiato le pratiche contabili, e soprattutto non hanno rivisto le modalità di assunzione delle società di revisione e di consulenza, lasciando intatto il problema centrale del controllore dipendente del controllato. Anche la questione delle «stock option» per i manager è rimasta aperta, e poche aziende hanno scelto di loro iniziativa di iscriverle tra le perdite. Secondo un sondaggio di Business Week, nel 2000 i chief executive officer delle 200 compagnie più grandi guadagnavano 531 volte in più dell’impiegato medio, e questo squilibrio resta un problema pratico e morale. La Casa Bianca ha neutralizzato l’impatto della crisi sul piano elettorale, ma guardando al futuro non è contenta delle iniziative prese finora, come dimostra la caduta del capo della Sec Harvey Pitt. Poche settimane fa il responsabile dell’autorità di Borsa aveva nominato una nuova commissione di controllo delle pratiche contabili, ma aveva scelto come leader l’ex capo della Cia e dell’Fbi William Webster, che durante la bufera degli scandali era proprio nel consiglio di amministrazione di una delle aziende accusate di aver imbrogliato sui conti. Non aveva informato neppure la Casa Bianca di questo piccolo inconveniente, e Bush ha preteso le sue dimissioni. Il risultato è che un anno dopo il fallimento della Enron, la Sec non ha nemmeno un capo. Anche i procedimenti legali continuano ad inseguirsi, e non solo riguardano solo i dirigenti della multinazionale texana. Proprio ieri, ad esempio, la J.P. Morgan Chase ha portato in tribunale le compagnie assicurative che avevano garantito i suoi prestiti per un miliardo di dollari all’azienda di Kenneth Lay, e ora non vogliono coprire le perdite. Sembrerà strano, ma un anno dopo sopravvive la stessa Enron, che ha dichiarato bancarotta ma non ha ancora chiuso. L’azienda vanta tuttora 14.000 dipendenti, e nonostante ieri il suo titolo a Wall Street valesse circa un cent, sta considerando se deve vendere i propri beni rimasti e pagare i creditori, oppure se può riemergere in qualche maniera dalla ristrutturazione. I suoi cimeli, intanto, sono diventati pezzi da collezionisti, in vendita all’asta sul bazar digitale di eBay. In America c’è un mercato anche per i fallimenti, quando fanno storia.