Emorragia di tessere? C’è la «ricetta di Gand»

24/07/2002

24 luglio 2002



SINDACATI, UNA RICERCA EUROPEA
Emorragia di tessere? C’è la «ricetta di Gand»

LUIGI CAVALLARO


Se poche, al momento, sembrano essere le speranze per un’evoluzione delle relazioni industriali europee verso una qualche forma di corporatismo «progressivo» (un sistema che affidi a una contrattazione collettiva compiutamente europea la determinazione di una distribuzione del reddito non inflazionistica e lasci alla politica monetaria della Bce il più limitato compito di tenere il tasso d’interesse sufficientemente basso per consentire alla spesa di mantenere il sistema economico al livello di piena occupazione) non pochi indizi sembrano spingere il quadro sociopolitico Ue verso la restaurazione di forme «regressive» di corporatismo, in cui il mantenimento di istanze di contrattazione centralizzata (ma a livello nazionale) mira ad assicurare una moderazione salariale sufficiente a garantire alle imprese una distribuzione del reddito idonea a immunizzare gli investimenti industriali dalle crescenti pretese della rendita finanziaria. Lo conferma la lettura di due rapporti di un gruppo di economisti, politologi e sociologi di diversi paesi presentati in occasione di un seminario promosso dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti, poi pubblicati nel 2001 dalla Oxford University Press e adesso tradotti per i tipi della Università Bocconi Editore (
Il ruolo del sindacato in Europa, a cura di T. Boeri, A. Brugiavini e L. Calmfors, pp. 382). L’analisi dei due rapporti parte dal declino del tasso di sindacalizzazione in Europa: dal picco del 45% della fine degli anni `70 ad un più modesto 32-33% nel `98 (in Italia la percentuale è scesa dal 50% della forza lavoro attiva al 38%). Si tratta, secondo gli estensori del primo dei due rapporti, di un trend irreversibile, a causa dell’aumento dei lavoratori precari e degli addetti a settori in cui il sindacato è «assente o invisibile». Considerato che la capacità di reclutamento del sindacato è correlata positivamente al grado di centralizzazione della contrattazione collettiva è probabile che l’evoluzione delle relazioni industriali verso un modello che privilegia la contrattazione aziendale (un `pallino della Cisl) finirà con l’espellere il sindacato dalla maggior parte dei settori produttivi, concentrandone la presenza nelle imprese transnazionali e nel settore pubblico.

La decentralizzazione delle relazioni industriali reca, però, per le imprese un pericolo: un sindacato «aziendalista» non è particolarmente incline a farsi carico del perseguimento di obiettivi di carattere generale, come ad esempio una distribuzione del reddito non inflazionistica. E in un contesto in cui tutti gli attori del sistema delle relazioni industriali sono troppo «piccoli» rispetto all’autorità monetaria, questa tendenza (lo spiegò vent’anni fa Mancur Olson) può generalizzarsi, nel senso che nessun sindacato si preoccuperà del fatto che le proprie richieste salariali comportino l’innesco di spirali «salari-salari» e «salari-prezzi».

Un’eventualità del genere, però, è seriamente preoccupante per gli industriali europei, che hanno già compreso cosa vuol dire il rigore nella conduzione della politica monetaria e sanno che ci vuol poco perché la Bce rilevi pericoli d’inflazione e rialzi i tassi, frustrando le loro aspettative di profitto a vantaggio della rendita. Ciò significa che essi, pur privilegiando in assoluto la decentralizzazione delle relazioni industriali, possono favorire l’istituzione di forme più elastiche di coordinamento, come quella sperimentata nei «patti sociali» degli ultimi anni. Un simile coordinamento, infatti, può consentire alle imprese di recuperare quanto perduto a causa del trasferimento in sede europea delle decisioni di politica monetaria, perché garantisce quella flessibilità dei salari monetari che si pone come equivalente funzionale della svalutazione: meno crescono i salari monetari, meno cresceranno i prezzi delle merci finite, sicché il tasso d’inflazione vigente in ciascun paese dell’Unione finisce con il rappresentare l’indice più evidente della sua capacità di «invadere» con le proprie merci i mercati «amici».

Se è chiaro l’incentivo dei governi nazionali a promuovere simili forme di accordi (di fatto, essi rappresentano l’unico succedaneo disponibile di politica economica, dati i vincoli che alla politica fiscale discendono dall’adesione al Patto di stabilità), meno evidente è l’interesse che possono avervi i sindacati, per i quali il contenimento dei salari nominali è un obiettivo che non solo comporta notevoli tensioni con la propria «base», ma – come ha scritto Colin Crouch – fa sì che essi debbano accollarsi per intero lo stress e i conflitti che questa singolare forma di «svalutazione competitiva» genererà (e sta già generando) fra i lavoratori Ue.

Come fare, allora, per indurre il sindacato ad accettare una prospettiva del genere? Una risposta emerge netta nel volume ed è collegata all’adozione di un particolare sistema di gestione dell’indennità di disoccupazione, il cosiddetto «sistema Gand» (la cittadina belga dove fu introdotto nel 1901). Si tratta di un programma di assicurazione pubblica contro la disoccupazione di carattere volontario, ma sostenuto dallo Stato e gestito direttamente dai sindacati o da fondi da essi controllati. Un sistema del genere, si legge nel secondo dei due rapporti, «potrebbe contrastare la tendenza alla formazione di un’economia duale, in cui un numero crescente di lavoratori occupati con contratti a tempo determinato si ritrova escluso dalla sfera di influenza del sindacato e dai programmi di assicurazione forniti dallo stato sociale». I dati forniti, infatti, suggeriscono che, nei paesi dove esso è vigente (Danimarca, Finlandia, Svezia, Belgio), i tassi d’iscrizione al sindacato sono elevati sia tra i lavoratori regolari che tra i precari, sicché – prosegue il rapporto – una misura del genere potrebbe rappresentare «un modo per stabilire un contatto istituzionale tra sindacati e lavoratori precari, dato che questi ultimi probabilmente sono molto interessati all’assicurazione contro la disoccupazione».

Un «sistema Gand», in effetti, assicurerebbe i sindacati dal rischio di vedere scemare sempre più il numero dei propri iscritti, il che lo rende ipso facto desiderabile da soggetti che – per dirla ancora con Colin Crouch – temono in sommo grado la marginalizzazione subita dal sindacato negli Usa e nel Regno Unito e sono disposti a consistenti sacrifici pur di vedersi riconosciuto «un posto al tavolo» quando si discute di affari legati all’economia nazionale. Del resto, considerando che le condizioni istituzionali necessarie perché si dia un’elevata adesione al sindacato sono la possibilità di accesso nei luoghi di lavoro, un elevato grado di centralizzazione della contrattazione collettiva e l’amministrazione dell’indennità di disoccupazione, è verosimile attendersi che, a misura che perde rilevanza la seconda di esse, il sindacato scommetta tutto sulla terza, che – secondo le stime econometriche eseguite sui dati disponibili – favorirebbe addirittura l’instaurarsi di una correlazione positiva fra tasso di disoccupazione e tasso di sindacalizzazione.

Ma un «sistema Gand» favorirebbe indubbiamente anche il governo, dal momento che – lo rileva Michele Salvati nel suo commento al secondo dei rapporti del volume – il sindacato non potrebbe non farsi carico dei vincoli di bilancio implicito nel finanziamento dell’indennità di disoccupazione.

Era questa, in fondo, l’idea di Marco Biagi, prima trasfusa nel Libro Bianco e adesso consacrata nel «Patto per l’Italia», le cui «prime misure» in materia di welfare to work prevedono proprio «programmi formativi a frequenza obbligatoria per i soggetti che percepiscono l’indennità [di disoccupazione]» e la sperimentazione «a livello provinciale» di «prime forme di bilateralità che concorrano a definire l’orientamento formativo». E si comprende, alla luce di quest’idea di fondo, che gli autori del volume in rassegna si attendano che il sindacato del futuro assuma una configurazione che combinerà 4 distinti ruoli: fornitore di servizi, controparte nella negoziazione del salario a livello d’impresa (e, in misura minore, di settore), partner dell’impresa all’interno di «coalizioni locali per la produttività» e movimento politico e sociale a livello nazionale.