Emilia Romagna: Test sindacale per le Coop

12/12/2007
    mercoledì 12 dicembre 2007

    Pagina 28 – JOB 24

      Le relazioni industriali in Emilia Romagna

        Test sindacale per le Coop

          Non c’è conflittualità tra rappresentanti dei dipendenti e manager

            Marco Alfieri

            MILANO

            Ma se il datore di lavoro non è un’impresa privata bensì una cooperativa, cioè un soggetto a natura bicefala, al tempo stesso impresa ma anche soggetto partecipe di un movimento sociale che persegue finalità mutualistiche non riconducibili all’economia, come si evolvono le relazioni industriali in tempi di competizione globale?

            La domanda non è oziosa, anche se dentro al mondo cooperativo è ancora un mezzo tabù. Come spiega Mattia Granata, studioso del mondo cooperativo: «Il confronto con il mercato sta interagendo potentemente con le dimensioni e la struttura aziendale e anche la cultura cooperativa evolve nel concepirsi al pari di un’impresa attiva nel mercato e quindi nel confronto con le società concorrenti private, necessariamente tesa alla ricerca di un’efficienza organizzativa oltrechè economica». In termini di conto economico, di economia di scala, e di organizzazione del lavoro. Una dialettica che tende ad assomigliare a quella tra proprietà e lavoro in un’impresa tradizionale, pur nella persistenza di un sistema che si mantiene a proprietà collettiva.

            Tutte sollecitazioni che investono direttamente il rapporto tra cooperazione e sindacato, a valle della ormai nota normalizzazione dei rapporti tra confederali e centrali cooperative (LegaCoop, Confcooperative, Agci) fissata nella cosiddetta "contrattazione separata", ossia il riconoscimento di una specificità di questa forma d’impresa e la conseguente proposizione di una piattaforma rivendicativa differente da quella per il settore privato. Una pratica diventata via via punto di partenza imprescindibile delle successive relazioni industriali cooperative a partire dal Protocollo di relazioni industriali firmato da sindacati e mondo cooperativo nel 1990, rinnovato il 10 ottobre scorso tra ministeri del Lavoro e dello Sviluppo, sindacati e centrali cooperative.

            Ma al netto del quadro di riferimento, il tema delle relazioni industriali in vorticosa trasformazione si pone specialmente in Emilia Romagna, in cui si addensa come in poche altre regioni italiane il modello cooperativo: 4.794 imprese, pari al 6,8% del totale nazionale. 3,2 milioni di soci, 210mila addetti (pari al 7,7% del totale occupati regionale), per un fatturato complessivo che si aggira intorno ai 40 miliardi di euro.

            Naturale, in questa densità morfologica di modello imprenditoriale, che il lavoro sia «una compenente fondamentale del patto cooperativo», ragiona Paolo Cattabiani, presidente di Legacoop Emilia Romagna. «Certo un lavoro diverso, mutato rispetto a vent’anni fa, ma posso assicurare che, almeno in Emilia, il rapporto con i sindacati si mantiene complessivamente positivo. Anche se, a volte, si ha quasi l’impressione che dalla cooperazione pretendano un po’ di più». Un po’ troppo, vorrebbe forse dire Cattabiani. Intendiamoci: «L’aspetto mutualistico resta imprescindibile. La nostra sfida rimane quella di combinare la competitività, che non fa sconti, con il rispetto del lavoro. Flessibile deve essere il lavoro, non il lavoratore. Per ora ci siamo riusciti, mi sembra. Ad esempio l’incidenza dei contratti a tempo indeterminato, specie nella grande distribuzione, si aggira intorno all’80% del totale, che in tempi di grande precarietà è un dato assolutamente di rilievo».

            Tutto bene, quindi? Non proprio. A sentire i sindacalisti del territorio (vedi pezzo sotto), il quadro occupazionale che esce, specie nei servizi alle imprese e nel commercio, è molto più prosaico. Lo stesso caso della bolognese Manutencoop, colosso del facility management leader di mercato nella logistica, vigilanza e pulizia di edifici che occupa circa 13mila addetti, assume con la Legge Biagi e a gennaio 2008 dovrebbe approdare a Piazza Affari, è il caso tipico di un gigantismo cooperativo che rischia di smarrire le ragioni fondative del mutualismo. Facendo somigliare sempre più queste imprese alle spa tradizionale.