“Emergenza pensioni 3″ E io la liquidazione me la tengo stretta

24/06/2004

      Lunedì 21 giugno 2004

      Emergenza pensioni 3

      E io la liquidazione me la tengo stretta

      Un italiano su due contrario a usare il Tfr per finanziare la rendita di scorta. E l’86% non sa che presto dovrà decidere sul da farsi

      La nuova riforma della previdenza integrativa? Quasi sconosciuta: l’86% degli italiani, infatti, non ne ha mai sentito parlare o la conosce solo di striscio. Il Tfr? Macché investirlo nei fondi pensione, meglio tenerselo come scialuppa di salvataggio in caso d’improvvisi problemi finanziari. O per avere un capitale sicuro quando si andrà in pensione. La pensa così un italiano su due. Sono questi i clamorosi risultati di un sondaggio condotto per conto di Corriere Economia da Cra, Customized Research & Analysis, uno dei principali istituti italiani di «ricerche ad hoc» (ex A. C. Nielsen Cra). L’indagine, condotta nelle prime settimane di giugno, ha coinvolto 4.400 soggetti rappresentativi dei 47.130.907 italiani con più di 18 anni di età.
      Questa grande freddezza di rapporti tra italiani e previdenza integrativa dovrebbe far riflettere governo, partiti, forze sociali. E, soprattutto, il Parlamento che, tra qualche settimana, si appresta a dare il via libera definitivo alla legge delega di riforma del sistema previdenziale, quella che dal 2008 abolisce di fatto le pensioni di anzianità.
      Punto fondamentale di questo provvedimento, però, è anche la norma che prevede, tramite un meccanismo di silenzio assenso, la devoluzione del Tfr (il Trattamento di fine rapporto, la liquidazione) ai fondi pensione. Una disposizione fondamentale per far decollare definitivamente la previdenza integrativa in modo da parare i tagli di quella pubblica. Una partita, quella del Tfr, di grande rilievo se si pensa che gli accantonamenti annui ammontano a qualcosa come 12 miliardi di euro e che nei piani di Roberto Maroni, ministro del Welfare, per il 70/80% dovrebbero confluire nella previdenza integrativa. Ma a giudicare dai dati del sondaggio questa migrazione in massa sembra, almeno per il momento, alquanto improbabile.
      In base al testo della legge delega, entro sei mesi dalla sua approvazione (che dovrebbe avvenire prima della pausa estiva) tutti i lavoratori dipendenti dovranno decidere cosa intendono fare dei futuri accantonamenti del Tfr. Sei mesi sembrano drammaticamente pochi per riuscire a informare in modo preciso e dettagliato milioni di lavoratori su questa rivoluzione. E, soprattutto, per convincerli a rinunciare ai nuovi accantonamenti del Tfr per investirli nei Fondi pensione o nelle polizze pensionistiche.
      La fotografia dell’attuale disamore degli italiani per la previdenza integrativa è riassunta nei sei grafici qui sopra. E allora vediamo di analizzarlo nei particolari.

      INFORMAZIONE - La prima domanda era molto semplice. E’ a conoscenza del provvedimento in discussione al Parlamento che prevede il trasferimento, volontario, della liquidazione ai fondi pensione? Solo il 14% degli italiani ha risposto convinto: «Sì. E so precisamente di che cosa si tratta». Lo zoccolo duro della previdenza integrativa è composto da poco più di sei milioni e mezzo di italiani. Sono quasi 18 milioni, invece, quelli che della riforma hanno sentito parlare, ma non sanno bene dire che cosa prevede. E l’esercito di chi ignora completamente il problema è composto da 22.622.000 persone. Quasi un italiano su due. Sommando chi non conosce nulla, e chi sa qualcosa di sfuggita, arriviamo a quasi 40 milioni e mezzo di individui, l’86% della popolazione attiva, quella con più di 18 anni.
      Una piccola consolazione la si può trovare andando a vedere come si ripartiscono, in base all’età, gli italiani aggiornati e informati. La concentrazione massima si ha tra i 25 e i 34 anni (17%), proprio la fascia più interessata al problema visto che la futura pensione pubblica sarà estremamente bassa. I condannati alla mezza pensione, insomma, ne sanno qualcosa più degli altri anche se 4 giovani su 5 ignorano tuttora il problema.
      «Dal sondaggio emerge che, in genere, chi è più informato più condivide l’obiettivo della riforma – sottolinea Giovanni Somaini partner di Cra -. E’ solo aumentando l’informazione e la consapevolezza dei lavoratori che si può favorire il decollo della previdenza integrativa. Mi chiedo, quindi, se il meccanismo del silenzio assenso sia il più adatto a questo scopo».

      LA SCELTA - La seconda domanda – posta agli italiani con età inferiore a 65 anni, consapevoli o no di che cosa bolle in pentola – aveva l’obiettivo di capire il grado di consenso sul trasferimento delle nuove quote annuali di Tfr ai fondi pensione (la parte maturata finora resta come liquidazione). E qui c’è l’ennesima doccia gelata per il progetto del governo. Il 49% degli italiani è poco o per niente d’accordo su questo trasferimento volontario. I convinti sono solo il 18%, mentre un terzo della popolazione non ha ancora un’idea precisa. La consistenza del partito del non voto è preoccupante se si pensa che si sta parlando del futuro previdenziale di milioni di persone.
      Anche in questo caso il massimo di adesione si ha tra le classi d’età più interessate al problema: quelle tra i 25 e i 34 anni (il 21% verserà il Tfr ai fondi pensione) e tra i 35 e i 44 anni (lo farà il 19%).
      Ma perché gli italiani vogliono tenersi stretta stretta la liquidazione? Due le motivazioni principali: il 64% di chi non è d’accordo sul trasferimento alla previdenza integrativa sostiene che il Tfr è un bene individuale e ognuno deve essere libero di farne ciò che vuole. Il 41% perché quando andrà in pensione vuole avere un capitale di cui disporre liberamente. Una motivazione comprensibile se si pensa che il montante accumulato con i fondi pensione può essere ritirato in unica soluzione solo fino a un terzo (si può salire al 50% ma con penalizzazioni fiscali).
      I fan del matrimonio tra liquidazione e fondi pensione motivano, invece, la loro scelta per due ragioni: il 72% perché pensa che investendo la liquidazione si avrà un reddito più alto al momento della pensione, il 33% «perché è meglio investirla che lasciarla lì a fare niente». Va ricordato, però, che il Tfr si rivaluta annualmente in misura pari al 75% del tasso d’inflazione più un punto e mezzo. Oggi come oggi, quindi, del 3,45% l’anno. E si tratta di un rendimento garantito. L’esperienza dimostra, poi, che il Tfr rappresenta, a livello di rendimenti, un rivale assai ostico per i fondi.
      Non bisogna però credere che gli italiani sottovalutino del tutto l’emergenza pensioni: il 43% pensa che sia necessario investire in previdenza integrativa, mentre solo il 16% non condivide questa esigenza (il 41% non ha un’opinione precisa). Sono quasi 16 milioni gli italiani che mettono tra le loro priorità la pensione di scorta, ma, finora, solo 4.830.000 sono passati dalle parole ai fatti, cioè si sono iscritti a un fondo. «Siamo nell’ambito del vorrei ma non posso – sottolinea Somaini -. La gente è alle prese con il budget familiare che spesso non basta per arrivare a fine mese. Fatica a pensare al futuro perché il presente è già impegnativo. Pensa che la scelta si possa rinviare, il problema della pensione si porrà tra parecchi anni».
      Un altro aspetto interessante riguarda l’individuazione del partner ritenuto più affidabile a cui affidare il Tfr e i propri investimenti. Vincono i fondi di categoria, quelli dove anche le organizzazioni sindacali, e i datori di lavoro, possono dire la loro. Vota per i fondi contrattuali il 16% degli italiani di età compresa tra i 18 e i 64 anni. I fondi aperti – quelli promossi da assicurazioni, sgr, banche – piacciono all’11%. Ultimi arrivano i piani pensionistici individuali, anche questi promossi dagli intermediari. Da notare, però, che il 64% del campione non ha un idea precisa in merito. «I risparmiatori sembrano disorientati, non hanno gli strumenti per decidere – sottolinea Somaini -. La preferenza per i fondi di categoria non si basa su motivazioni economiche. Fa premio il fattore rassicurazione perché i soldi saranno gestiti da persone vicine, che si conoscono. Inoltre si pensa che ci sarà una tutela delle organizzazioni sindacali».
      Uno dei punti chiave della riforma – e che ha creato non poche discussioni e polemiche – è l’assoluta libertà di scelta concessa ai dipendenti che potranno devolvere, a loro piacimento, il Tfr e i contributi a un fondo di categoria, a un fondo aperto o ai piani individuali. Una deregulation che non sembra interessare più di tanto gli italiani. Si tratta, almeno per il momento, di una battaglia d’avanguardia. La vera emergenza, purtroppo, sta da un’altra parte: far capire ai dipendenti che le pensioni pubbliche sono a rischio. E che se sul piatto non si mette anche il Tfr, la vecchiaia sarà poco tranquilla. Vivere a mezza pensione non è uno slogan. Se non si interviene sarà una drammatica, inevitabile realtà.

      Massimo Fracaro