“Emergenza pensioni 2″ I conti in tasca alle casse di categoria

24/06/2004

      Lunedì 21 giugno 2004

      Emergenza pensioni 2

      STRATEGIE Nonostante lo sboom della Borsa chi ha aderito subito a Fonchim (chimici) ha visto crescere il capitale del 23%

      I conti in tasca alle casse di categoria

      Investendo la liquidazione un giovane avrebbe guadagnato in sei anni 568 euro, un quarantenne 953

      E’ stata una partita difficile, soprattutto quando sui mercati regnava l’Orso. Alla fine però il fondo pensione riesce a vincere la sfida con la liquidazione. Considerate tutte le variabili, conviene versare il Tfr a una cassa previdenziale piuttosto che lasciarlo presso l’azienda, anche se questo significa rinunciare alla sicurezza di un rendimento garantito. Il beneficio è di 568 euro complessive in sei anni per un neoassunto con una retribuzione di 20.000 euro, di 953 euro per un lavoratore non di prima occupazione con un reddito di 30.000 euro. La conferma viene dalle simulazioni elaborate da Corriere Economia e relative a Fonchim (chimici), che nel 1998 è stato il primo a partire fra i fondi pensione chiusi, cioè quelli di categoria o aziendali. La prima elaborazione è riferita a un neoassunto dal 1996: se aderisce a una cassa previdenziale deve versarvi l’intero Tfr, pari al 6,91% della retribuzione lorda (nell’esempio considerato, 1.382 euro l’anno). Se fosse stato lasciato presso la sua azienda, l’accantonamento totale di 8.292 euro sarebbe salito a 9.133 per effetto della rivalutazione di legge (un tasso fisso dell’1,5%, più il 75% dell’inflazione), pari al 20,8% nei sei anni considerati. Se invece si fosse iscritto a Fonchim, il lavoratore avrebbe dovuto versarvi lo stesso Tfr e il contributo previsto dal fondo (1,2% della retribuzione lorda). A questo si sarebbe aggiunto il versamento paritetico da parte dell’azienda, a cui ovviamente non avrebbe avuto diritto in caso di mancata adesione. Nei sei anni considerati, il totale di 11.172 euro l’anno (di cui 9.732 a carico del lavoratore), grazie a un rendimento cumulato del 23,4% avrebbe dato luogo a un montante di 12.161 euro. Se da quest’importo si sottraggono 9.133 euro (la rivalutazione di legge del Tfr), e 2.880 euro di contributi aggiuntivi, a favore di Fonchim risulta una differenza di 148 euro, cui bisogna aggiungere il risparmio fiscale, sia pure modesto: grazie alla deducibilità dei contributi versati (il 12% del reddito complessivo, con un massimo di 5.164,57 euro), ogni anno il giovane dipendente può risparmiare 70 euro di tasse, pari a 420 complessive. Il beneficio totale derivante dall’iscrizione a Fonchim salirebbe così a 568 euro.
      Analogo il meccanismo per l’altro profilo, che si riferisce a un lavoratore non di prima occupazione con un reddito di 30.000 euro. In caso di iscrizione a Fonchim verserebbe solo il 33% del Tfr: tenendo conto dello sgravio fiscale, che incide in misura superiore sui redditi medio-alti, il beneficio salirebbe a 953 euro complessivi fra il 1998 e il 2003.
      «L’arco temporale considerato nelle simulazioni è limitato, ma comprende fasi di mercato positive e negative – sostiene Nicola Messina, presidente di Fonchim -. In ogni caso le simulazioni dimostrano la convenienza per i lavoratori di aderire a un fondo pensione e di trasferirvi il Tfr. Certo, non hanno sempre guadagnato, ma nelle fasi di ribasso i versamenti sono stati più produttivi perché, come avviene nei fondi comuni, con lo stesso importo hanno acquistato un maggior numero di quote».
      Cosa direbbe a un lavoratore chimico per convincerlo a iscriversi a Fonchim? «Che la sua pensione non gli consentirà di vivere in maniera dignitosa – risponde Messina – e che deve decidersi in fretta, perché la previdenza complementare funziona secondo il sistema della capitalizzazione: se perde tempo nell’accumulazione delle risorse, non potrà più recuperarlo. E inoltre gli ricorderei che, grazie al fondo, avrebbe un vantaggio fiscale e un contributo della sua azienda».
      Sul piano delle performance, il primo bilancio dei fondi pensione non è esaltante perché scontano il fatto di essere partiti prima di una prolungata crisi dei mercati. Fra il 1999 e il 2003, i chiusi (rivolti soprattutto ai dipendenti) hanno reso il 16,1%, contro il 17,7 del Tfr. Nel 2003 però la situazione si è ribaltata, e con il 5% hanno nettamente superato il 3,2% offerto dalla liquidazione: nei primi quattro mesi dell’anno in corso poi, con il 2% hanno quasi doppiato l’1,1% garantito dal Tfr. La sfida dei rendimenti è dunque aperta, ma per la previdenza integrativa la strada è tutta in salita. «C’è una pericolosa tendenza al fai da te – commenta Luigi Scimia, presidente del fondo pensione Bnl e designato alla presidenza della Covip (Commissione di vigilanza sul settore) -. La gente preferisce le soluzioni finanziarie individuali. Due milioni di iscritti ai fondi pensione rispetto a un bacino potenziale di oltre venti sono francamente troppo pochi, bisogna arrivare almeno a dieci-dodici milioni. A partire dal 2030, cominceranno a ritirarsi i lavoratori con pensioni calcolate secondo il metodo contributivo, che in molti casi porterà a vitalizi intorno al 60% dell’ultima retribuzione. Senza un apporto più consistente della previdenza complementare avremo una generazione di nuovi poveri».
      La delega previdenziale attualmente in discussione prevede il trasferimento del Tfr a fondi pensione e polizze attraverso un meccanismo di silenzio-assenso. «La liquidazione è senza dubbio necessaria – sostiene Scimia – ma avrei preferito l’obbligatorietà. I benefici fiscali dovrebbero essere maggiori, e andrebbe eliminata la norma che consente di ritirare sotto forma di capitale il 50% del montante maturato: la previdenza integrativa serve infatti a fornire una rendita vitalizia che si aggiunge alla pensione di base».

R. E. B.