“Emergenza pensioni 1″ «I Fondi? Soffrono di crisi economica»

24/06/2004

      Lunedì 21 giugno 2004

      Emergenza pensioni 1

      «I Fondi? Soffrono di crisi economica»

      Per Marcello Messori sono le crescenti difficoltà finanziarie delle famiglie a frenare l’interesse per la previdenza integrativa. Ma i tempi stringono…

      Poca informazione sul futuro delle pensioni. E una gran tensione a concentrarsi solo sul presente. Per sbarcare il lunario. Marcello Messori, economista ed ex presidente della Mefop, la società del ministero dell’Economia per lo sviluppo dei fondi pensione, è colpito in particolare dal fatto che solo il 14% degli intervistati nel sondaggio di Corriere Economia abbia sentito parlare dell’imminente riforma del Trattamento di fine rapporto (Tfr). Un numero che, guarda caso, corrisponde al tasso di adesione ai fondi pensione.

      Una coincidenza o un dato che fa riflettere?

      «Un dato interessante che spiega, forse, perché la dinamica di adesione alla previdenza integrativa non sia progredita: la gente patisce il vincolo del reddito. La preoccupazione del tenore di vita corrente spegne ogni desiderio di proiezione futura».


      Insomma il domani incerto, pensionisticamente parlando, non fa abbastanza paura?

      «Metà dell’Italia rifiuta la proposta del versamento del Tfr in un fondo. Probabilmente perché non si rende conto che, un domani, avrà una copertura pensionistica molto bassa».


      C’è dunque ancora la percezione che la pensione tradizionale possa bastare?

      «Il 41% non ha opinioni. Il 43%, invece, pensa che la previdenza integrativa sia molto o abbastanza utile. Dunque un po’ di sana preoccupazione c’è, ma solo una minima parte è disposta a fare sul serio. E questo è particolarmente grave perché quando il problema si porrà davvero, sarà troppo tardi».


      Che cosa si può fare per sensibilizzare?

      «Innanzitutto dare un’informazione più adeguata. Semplice ed efficace. C’è senz’altro una responsabilità del governo su questo punto. Poi il mercato, cioè i fondi aperti e privati, potrebbe dare un contributo».


      L’attuale legge delega va bene o va modificata?

      «Il meccanismo del silenzio assenso è un buon compromesso. Il versamento obbligatorio mi sembra difficile. D’altra parte il sondaggio dimostra che occorre creare uno stimolo: non si possono equiparare adesioni collettive a scelte individuali. Ci dovrebbero essere incentivi soprattutto per i giovani e ulteriori agevolazioni fiscali per venire incontro a chi ha esigenze di mobilità. Ci sono casi locali molto interessanti».


      Un esempio?

      «In Trentino Alto Adige dove hanno molti mezzi in quanto Regione a statuto speciale, c’è la possibilità di continuare a versare quote minime nei fondi pensione per quei lavoratori che rimangono disoccupati. In questo caso la Regione ha invogliato i dipendenti a non uscire dal fondo con l’escamotage dei piccoli versamenti. E’ un meccanismo costoso e difficilmente ripetibile. Ma bisogna cominciare a pensare in questa direzione».


      Ma un lavoratore, con la riforma, può ritirare il capitale versato in qualsiasi momento?

      «Non in qualsiasi momento. Occorre che un dipendente cambi posto di lavoro. Nel montante ritirato può ottenere anche la quota di Tfr versato. Non mi sembra che la delega dica il contrario. Ma sarebbe assurdo ipotizzare di investire il Tfr in una logica di breve periodo».


      Perché tutti questi ritardi?

      «Le rispondo con un’altra domanda. Come è possibile che una delega resti in Parlamento per oltre due anni? Negli anni Novanta si sono avviate le riforme del primo pilastro. Poi tutto si è rallentato, compresa la partenza, un po’ asfittica, dei fondi pensione».


      Si può parlare di scarso successo?

      «Direi di sì. E il sondaggio spiega molte cose. Dimostra che ha aderito quella parte dei lavoratori che in realtà ne avevano meno bisogno. Quelli con un’occupazione stabile e un reddito sufficiente. E poi, ancora una volta, il tasso di informazione è molto basso».


      Perché questa reticenza a versare il Tfr?

      «La maggior parte non vuole rinunciare alla liquidità: in pratica il Tfr non viene concepito come strumento di integrazione alla pensione pubblica. Al contrario viene inteso come capitale disponibile al momento della pensione. Magari per comprare casa. Per sé o per i figli».


      Quali i difetti dei fondi pensione?

      «Alcuni ci sono. Di tipo normativo. A cui si aggiungono le continue modifiche in corso d’opera. Col risultato di un’incertezza che non ha certo agevolato il loro successo. E poi gli attuali fondi pensione contrattuali e, in parte, anche quelli aperti, sono realtà troppo piccole per raggiungere livelli di efficienza. Non credo che sia giusto avere centinaia di prodotti. Bisognerebbe individuare una soglia minima».


      Il Paese europeo che ha il modello più efficiente?

      «Nessun Paese ha risolto il problema. Quello più interessante è il caso della Svezia. Con l’Italia è stata la prima ad affrontare negli anni Novanta la ristrutturazione della previdenza, ma poi ha fatto le cose sul serio».

Roberto Bagnoli
      Chi è
      Marcello Messori , 54 anni, insegna Economia dei mercati monetari e finanziari all’Università Tor Vergata di Roma. E’ stato, dalla fondazione fino al mese scorso, presidente della Mefop, la società controllata dal ministero dell’Economia e finalizzata a favorire lo sviluppo dei fondi pensione. Messori lavora da anni anche alla Fondazione Di Vittorio dove coordina l’area delle scienze sociali. E’ consigliere indipendente nel direttivo di Assogestioni (l’associazione che raggruppa gli operatori del risparmio gestito), e consulente scientifico del Cnel. Tra le altre pubblicazioni ha scritto, insieme a Nicola Rossi e Piercarlo Padoan, il volume (Laterza) «Proposte per l’economia italiana» dove si anticipavano i rischi dell’euro.