Efficienza al Nord, povertà al Sud: così sul welfare si spacca l´Italia

30/01/2004


VENERDÌ 30 GENNAIO 2004

 
 
Pagina 28 – Cronaca
 
 

Efficienza al Nord, povertà al Sud
così sul welfare si spacca l´Italia
Dall´asilo alla casa di riposo: pochi soldi dove c´è più bisogno
          Ricerca Iref-Acli sui servizi sociali nelle regioni: nel Mezzogiorno trionfa "familismo" e fai-da-te

          Nelle aree "ricche" la spesa pro capite dei comuni è 127 euro l´anno, in Sicilia 51
          GIANCARLO MOLA


          ROMA – C´è un´Italia che vive i momenti difficili sotto l´ala protettiva di uno stato sociale attento e premuroso. E un´altra Italia che invece deve fare tutto da sola: crescere i bimbi senza asili nido, curare gli anziani a casa, lottare contro la perdita del potere d´acquisto. Le due Italie, ancora una volta, sono il Nord e il Sud. Ma con un paradosso: è il Mezzogiorno – l´area del Paese in cui vive il 66 per cento dei sette milioni di poveri – a dover rinunciare ai benefici di cui più avrebbe bisogno, a godere di un welfare avaro e inefficiente.
          La mappa delle diseguaglianze emerge da una ricerca Iref-Acli, che per la prima volta fotografa la distribuzione dei principali servizi sociali nelle regioni italiane. Distinguendo quattro gruppi e una spaccatura. Al primo posto ci sono le aree del cosiddetto welfare «munifico» (Valle d´Aosta e Trentino Alto Adige). Seguono le regioni del welfare «efficiente» (Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli ed Emilia-Romagna) e quelle del welfare «sotto pressione» (Liguria, Toscana, Umbria, Marche, Lazio e Sardegna, dove ad un livello medio dei servizi corrisponde una alta pressione demografica, cioè un elevato tasso di over 65).
          Poi c´è il quarto gruppo. E la spaccatura. Riguarda le regioni del Mezzogiorno, quelle che possono contare su un welfare definito «fragile e familista». Gli esempi – spiegano le Acli – sono numerosi. Nelle regioni «munifiche» la spesa sociale pro capite dei comuni è 127 euro l´anno, in quelle del Sud cala a 51 euro. Nelle regioni «efficienti» un neonato su dieci ha un posto assicurato in asilo nido, in quelle meridionali si scende al 3,3 per cento. Al Nord ci sono 5,5 posti letto in case di riposo ogni cento anziani, al Sud appena 1,5.
          «Il dramma – spiega il presidente delle Acli Luigi Bobba – è che c´è spesa sociale soprattutto dove c´è ricchezza privata. Questo vuol dire che il nostro modello di stato sociale certifica le diseguaglianze invece di ridurle. C´è bisogno quindi di un cambio di rotta: dobbiamo ripartire dalla lotta alla povertà ma soprattutto rendere omogeneo il livello dei servizi a favore delle famiglie».
          Sì, perché l´assenza di asili nido e strutture per anziani finisce per essere un freno all´occupazione delle donne e quindi allo sviluppo. Prevale quindi un modello sociale in cui la famiglia, per andare avanti, deve contare solo sulle proprie forze. E fare rinunce, che alla fine si rivelano dolorose. «La relazione è strettissima», spiega Cristiano Caltabiano, curatore della ricerca. «Dove non ci sono servizi le donne si ritirano più spesso dal lavoro. Non è un problema di arretratezza culturale ma di scelte. Non si spiega altrimenti come mai le ragazze del Sud hanno un grado di istruzione che non è dissimile da quello delle giovani del Nord».
          Anche in questo caso l´osservazione è confermata dalle cifre: il tasso di occupazione femminile al Nord è del 40 per cento mentre al Sud si scende al 30. Ancora più marcata la differenza fra le giovani generazioni: se nel settentrione Nord lavora oltre il 60 per cento delle 20-34enni, nel meridione la percentuale precipita drasticamente al 24,8. Il meccanismo della rinuncia all´impiego trovato o addirittura alla ricerca di un lavoro appare in molti casi un percorso obbligato. «Le donne – prosegue Caltabiano – sanno di non poter conciliare lavoro e maternità, lavoro e assistenza al genitore anziano. Decidono di rimanere a casa. Ma così facendo dimezzano il reddito a disposizione della famiglia. Non abbiamo alternative dunque: se vogliamo davvero affrontare il tema della modernizzazione del Mezzogiorno non possiamo non partire da qui».