Effetti collaterali della crisi: crolla il mito della flessibilità

26/01/2010

A cosa serve la flessibilità sul mercato del lavoro se l’Europa ha perso 6 milioni di posti nell’ultimo anno e se in Italia sono scomparsi circa un milione di occupati di cui almeno un terzo rappresentati da lavoratori estremamente flessibili? La domanda assume un rilievo non secondario in un momento in cui governi ed istituzioni internazionali cercano formule efficaci per uscire dalla drammatica crisi degli ultimi due anni. Mentre cadono vecchi modelli economici e si esauriscono ricette consolidate di sviluppo ispirate dal liberismo di mercato, mentre le banche sono nazionalizzate e le grandi industrie ricevono enormi sostegni pubblici per poter sopravvivere, si inizia anche a discutere se non sia il caso di rivedere le politiche tradizionali, ma finora considerate comunque innovative e indispensabili, di organizzazione del lavoro.
Persino il Financial Times, utilizzando alcune riflessioni dell’Ocse, si è interrogato sull’importanza e sulla funzione attuale del lavoro flessibile, con un articolo dal titolo esplicito: “I fallimenti della flessibilità”. Niente di rivoluzionario, per carità. La flessibilità rimane una condizione essenziale del mercato del lavoro attuale e lo sarà anche in futuro. Ma si possono discutere funzioni e condizioni e, soprattutto, si possono cogliere e sottolineare le differenze tra chi ci guadagna e chi ci perde in particolare quando il ciclo dell’economia è basso come oggi. L’Ocse, in linea generale, ha sempre promosso la flessibilità per migliorare le perfomances dell’economia e per aiutare i lavoratori a trovare nuove occasioni di occupazione. I miglioramenti conseguiti nella crescita delle flessibilità ovunque, compresa l’Italia, non sono stati, tuttavia, in grado di proteggere i lavoratori dagli effetti della crisi economica. Secondo alcuni economisti la presunta superiorità dei mercati del lavoro flessibili funziona solo in condizioni di piena occupazione, quando sono rose e fiori per tutti. Quando, invece, c’è la recessione, quando le aziende soffrono e ristrutturano, i lavoratori flessibili, ma per l’Italia potremmo usare il termine più familiare di precari”, sono i primi a pagare.
L’evidenza di questa affermazione sta nei fatti che abbiamo visto negli ultimi due anni in Italia. Le imprese di ogni dimensione e settore di fronte all’avanzare della crisi hanno immediatamente buttato fuori i lavoratori flessibili, quelli che per scelta o soprattutto per costrizione, hanno contratti a tempo determinato o altri tipi di assunzione momentanea.
La crisi, qualora ce ne fosse stato bisogno, ha confermato che il modello della flessibilità, verrebbe da dire: comprese quelle formule che dovrebbero essere governate, non produce vantaggi per i lavoratori che, anzi, vedono ridimensionati i propri diritti, indeboliti (quando ci sono) i sistemi di protezione sociale e le stesse rappresentanze e tutele sindacali. La flessibilità non è più un’occasione di crescita personale e professionale – vado da un posto all’altro, maturo esperienze, divento più bravo –ma sconfina nella precarietà che spesso non è solo lavorativa, ma diventa umana coinvolgendo la vita affettiva, familiare, di relazione sociale. Il costo della flessibilità, comunque lo si guardi, è tutto a carico del lavoratore che lo paga sul piano personale e sociale. Se sono flessibile e senza lavoro come faccio a pagare l’affitto e a sposarmi? Di quali bamboccioni parla il ministro Brunetta? Il suo collega Giulio Tremonti un paio di mesi fa a Milano stupì il pubblico pronunciando un elogio esplicito e condivisibile del “posto fisso”, come base su cui costruire una società sicura e più giusta. Peccato, poi, che da quella affermazione, utile per conquistare un titolo ai tg della sera, Tremonti non abbia fatto discendere progetti e decisioni per perseguire quell’ambizioso obiettivo. La realtà è che la flessibilità priva di sicurezza per il lavoratore trasforma immediatamente il lavoro in una voce secondaria del bilancio aziendale, tagliabile o reintegrabile come la pubblicità e il marketing di riflesso ai movimenti dell’economia. Ma non può funzionare così, almeno per coloro che guardano al lavoro per costruire un modello culturale e sociale che aiuta la persona a crescere e a emanciparsi. Qualche tempo fa il sociologo Luciano Gallino pubblicò un saggio con un bel titolo: “Il lavoro non è una merce”. Era una frase ripresa dalla Dichiarazione di Filadelfia dell’Organizzazione internazionale del lavoro nel 1944. Sarebbe un bel principio per quelle forze politiche che non hanno rinunciato a guardare al lavoro come un punto di partenza della loro battaglia ideale.