“Editoriale” Nel modo peggiore – di S.Silvestri

18/03/2003






Nel modo peggiore

DI STEFANO SILVESTRI

Ora è il momento della guerra. La comunità internazionale ci arriva nel modo peggiore: non solo divisa, ma anche confusa dai contorcimenti tattici dei maggiori protagonisti. In poche settimane abbiamo visto chi difendeva la necessità di una seconda risoluzione del Consiglio di Sicurezza cambiare opinione, sostenendo che essa non doveva essere votata, e viceversa, chi inizialmente non la riteneva necessaria, presentarla al voto, e poi ritirarla all’ultimo secondo. Abbiamo visto un’indecorosa caccia all’ultimo voto e il montare di aspre campagne nazionalistiche di insulti reciproci tra paesi alleati che, a loro dire, volevano persino la stessa cosa, e cioè il disarmo di Saddam, anche se differivano sui tempi e i modi. All’ultimo è iniziato persino un mercanteggiamento sul tempo da concedere a Saddam per piegarsi alla volontà internazionale, 72 ore, 15 giorni oppure 30, e persino su queste differenze non si è ricercato un accordo. Le Nazioni Unite escono da questa crisi sfiduciate e in crisi, incapaci sia di opporsi con successo alla volontà americana, sia di appoggiarla. In questa cacofonia di nazionalismi si è persa anche l’Unione europea, che si era unaninemente appellata alle Nazioni Unite, ma che poi, una volta giunta al Consiglio di Sicurezza, è scomparsa e si è frazionata nelle diverse voci nazionali contrapposte che lì hanno diritto di parola (e dove l’Ue in quanto tale invece non esiste). Questo fallimento è tanto più grave perché si è consumato subito dopo il successo raggiunto a novembre, con il voto unanime del Consiglio di Sicurezza sulla risoluzione 1441, e dopo la riunione del Consiglio Europeo che era riuscito a trovare una formula comune per riunire, lo spazio di un istante, le diverse voci europee attorno ad un’unica posizione. Lo spazio per il compromesso e l’accordo era quindi possibile e poteva, anzi doveva, essere ricercato. Invece si è preferito arrivare alla divisione, anche se la prudenza diplomatica dell’ultim’ora è riuscita quanto meno ad evitare il gravissimo errore di una guerra che seguisse ad una bocciatura in Consiglio di Sicurezza. È quasi niente, ma in questa situazione bisogna essere grati anche del poco.





Perché forse su questa briciola di buon senso si potrà domani ricostruire una politica più produttiva, e perché comunque salva, almeno formalmente, il principio di legalità (visto che gli Usa e i loro alleati agiranno sulla base delle precedenti risoluzioni del Consiglio, del 2002 e del 1991). Questa è anche una crisi paradossale, poiché sembra creare maggiori difficoltà proprio a coloro che più spingono per un rapido passaggio alle armi. Il consenso americano dietro al Presidente è assicurato, ma potrebbe essere pagato duramente alle urne, quando non funzionerà più il richiamo patriottico all’unità nel momento della crisi. Ancora più dura è la crisi della maggioranza in Gran Bretagna, mentre Aznar (che ha il vantaggio di non prendere parte direttamente alle operazioni militari) sta forse sacrificando la possibilità per il suo partito di restare al potere, dopo il suo ritiro annunciato. E’ una crisi che influisce anche sugli altri alleati dell’America, che restano solidali con gli Stati Uniti, ma risentono duramente della mancanza di accordo in sede Onu e sono preoccupati della improvvisa debolezza europea. Tutti si augurano che questa si riveli una guerra breve e meno distruttiva possibile, ma sappiamo anche con certezza che il dopoguerra iracheno sarà drammatico, almeno nei primi tempi, quando mancherà anche quel poco che oggi è in qualche modo reperibile. Nei giorni scorsi, un comitato di esperti americani di alto livello, repubblicani e democratici, presieduto dall’ex ministro della Difesa di Nixon e Ford, James Schlesinger, ha affermato che il costo della ricostruzione in Irak, nel dopoguerra, potrà arrivare a 20 miliardi di dollari l’anno e richiedere la presenza a lungo termine di un forte contingente di truppe, da un minimo di 75mila a un massimo di 200mila uomini. Inoltre bisognerà prevedere un programma straordinario di emergenza umanitaria per l’immediato dopoguerra che costerà circa 3 miliardi di dollari (finora le organizzazioni internazionali hanno previsto solo 120 milioni, e ne hanno stanziati effettivamente solo 30). Questo è un impegno enorme che gli Usa da soli non riusciranno ad affrontare e che si unirà strettamente a quello politico per la salvaguardia dell’unità irachena e per l’entrata in forza di un nuovo governo credibile, accettato sia all’interno che dalla comunità internazionale (in primo luogo quella araba). Il Commissario europeo Patten ha detto che in questa situazione l’Europa potrà difficilmente fornire un aiuto sostanziale, a meno che il clima politico non cambi. Il suo avvertimento deve essere preso sul serio. E’ necessario cominciare a lavorare da subito, anche negoziando con Washington, per creare le premesse politiche necessarie a far intervenire seriamente ed efficacemente in Irak la comunità internazionale. Il fallimento sulla guerra non deve necessariamente tradursi in un eguale fallimento sul dopoguerra. Chi vuole dunque salvare il salvabile sia nelle relazioni transatlantiche che in Europa e alle Nazioni Unite, e rilanciare le prospettive di una forte collaborazione multilaterale, ha dunque una strada chiarissima da percorrere, malgrado le difficoltà create in questi giorni dalle esasperazioni nazionaliste contrapposte. L’ideale sarebbe quello di rilanciare in questo campo l’iniziativa comune europea, dimostrando così che nessuna sconfitta è definitiva, né impedisce nuovi progressi.