“Editoriale” Diplomazia in macerie – di L.Caracciolo

18/03/2003

         martedì 18 marzo 2003
 
          DIPLOMAZIA IN MACERIE

          LUCIO CARACCIOLO

          BUSH non è uomo di molti dubbi. Più di un anno fa ha preso la decisione di liquidare Saddam e ora si appresta a realizzarla. Incurante delle critiche domestiche – inclusi i sottili distinguo del suo papà – e dell´avversione delle opinioni pubbliche in quasi tutti i paesi che contano. Ma in questa lunghissima vigilia di una guerra fin troppo annunciata, la scena del mondo è cambiata. Il primo teatro della guerra al terrorismo aveva visto i maggiori protagonisti recitare in armonia lo stesso soggetto. Impossibile dividersi sull´Afghanistan, la tana di Osama presidiata dai taliban. Oggi, di fronte a uno dei più odiosi e sanguinari regimi del pianeta, Bush ha al suo fianco una sola fra le cinque potenze tradizionali, la cara vecchia Inghilterra. Sul fronte opposto, la Francia (con il suo junior partner tedesco) compone uno strano triangolo con Russia e Cina
          L´Onu è scartata: stabilito che non serviva a legittimare la guerra, l´America l´ha dichiarata in fuorigioco. Non è la prima volta (ricordate il Kosovo?) e non sarà l´ultima. Ma che ne è della Nato e dell´Unione Europea? Dispersi prima che sia stato sparato un colpo. Un panorama mai visto. E mai così preoccupante.
          Tuttavia è presto per emettere sentenze definitive. L´unica certezza è che alla fine della guerra la scena sarà diversa. Una marcia trionfale dei marines su Bagdad, accolti dalla folla plaudente, darebbe all´America un senso di onnipotenza. Se invece l´Iraq si rivelasse un nuovo Vietnam, Bush potrebbe fin d´ora rinunciare all´ambizione di essere rieletto presidente, nel novembre 2004. Il rango delle altre potenze verrà fissato in conseguenza della performance americana. La classifica generale del potere mondiale dipenderà per molto tempo dal risultato di questa tappa fondamentale della guerra iniziata l´11 settembre 2001.
          Ma se restiamo al fotogramma di oggi, l´immagine non è affatto promettente. La preparazione politico-mediatica alla campagna di Mesopotamia non poteva essere più disastrosa. Per esibire la strapotenza dei suoi muscoli la democrazia americana è riuscita in un´impresa quasi impossibile: perdere la guerra di propaganda contro Saddam. I sondaggi e l´esperienza quotidiana ci rivelano che persino in Europa molti considerano Bush più temibile del dittatore iracheno. Non solo un dato contingente, dovuto alla difficoltà della Casa Bianca di articolare le ragioni dell´attacco all´Iraq in modo lineare, non troppo offensivo per il buon senso (il teatrino delle ispezioni non ha aiutato). Analisi americane confermano che l´insofferenza per il gigante a stelle e strisce è in costante crescita negli ultimi anni. L´antiamericanismo esiste e niente lascia supporre che stia per evaporare.
          Gli Usa sono oggi dominanti ma non egemoni. Il fatto che non riescano a comprarsi un paio di paesi del Terzo Mondo e a convincere i vicini messicani a pronunciare un voto pro forma nel Consiglio di Sicurezza, tanto per imbarazzare Chirac, è un campanello d´allarme. Una pessima notizia per chi come noi è dipendente da Washington per la propria sicurezza e per il proprio benessere. Un colosso ferito e insicuro non conviene a nessuno, meno che agli avventurieri alla Saddam o alla Kim Jong-il.

          Quanto ai nostri maggiori partner europei, Francia e Germania, cominciano a percepire che non basta cavalcare l´opinione pubblica per fare politica. Hanno pensato di fermare Bush, sottovalutando la sua determinazione. A suo modo ci ha provato anche Blair, solo con metodi opposti: invece di contrastare l´America, l´ha abbracciata. Ma l´obiettivo non era diverso da quello di Chirac e di Schroeder – fermare l´attacco americano.
          Il bluff può funzionare finché non si scoprono le carte. Bush ha visto e Chirac ha dovuto esibire il suo punto: insufficiente. I rapporti di forza essendo quelli che sono, la sua partita era persa in partenza. A meno di non volere immaginare il presidente francese nelle vesti per lui improbabili di convertito al pacifismo. O di prevedere un disastro americano in Iraq.
          Il momento della verità è giunto anche per noi. A Camp David Berlusconi aveva firmato un assegno in bianco a Bush. Ma non avevamo molto da offrire, né sapevamo troppo bene che cosa chiedere. Poi il presidente del Consiglio ha annacquato il suo vino filoamericano. L´effetto combinato dei sondaggi d´opinione, delle influenze vaticane ed ex democristiane, e soprattutto i paletti costituzionali fissati dal Quirinale hanno spinto il capo del governo in mezzo al guado. Dal quale Berlusconi ha cercato ieri di trarsi con un comunicato di adesione al documento delle Azzorre, ottenendo la lode di Bush per iscritto. Resta che il nostro capo del governo non era né sull´arcipelago atlantico né a Parigi. Non fra i protagonisti, dunque.
          I prossimi giorni serviranno a chiarire se l´Italia saprà, come altre volte, trasformare la sua debolezza in leva geopolitica, proponendosi (ed essendo accettata) come utile mediatrice fra gli alleati divisi. A guerra finita, Berlusconi non potrà sottrarsi al dovere di perseguire il nostro interesse di fondo: ricucire la tela europea e occidentale. Nessun paese dell´Unione Europea sarebbe più esposto a una duratura lacerazione del tessuto atlantico e comunitario, non fosse che per la nostra collocazione geografica, alla frontiera marittima con i fermenti arabi e islamici.