“Economia” Per l’Istat inizia la ripresa, ma i numeri parlano di deflazione

23/06/2006
    venerd� 23 giugno 2006

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    ECONOMIA 1. L’ANALISI DEI DATI
    Di Gianfranco Polillo

      Per l’Istat siamo all’inizio della ripresa
      I numeri, invece, parlano di deflazione

        Sebbene nessuno se ne sia accorto, sembrerebbe che l’Italia, dal primo trimestre del 2006, sia entrata in una fase di deflazione. Brutta malattia. Il Giappone ne � rimasto vittima per una quindicina d’anni, e solo adesso, dopo una cura da cavallo, sembra esserne uscito. Ci vorr� tuttavia del tempo per riprendere il suo antico splendore. Negli anni ’90 sembrava essere destinato a divenire la principale potenza mondiale. Dopo quindici anni di depressione � addirittura uscito dalla competizione. Augurare all’Italia, con i problemi che ha, un periodo seppur breve di deflazione, sarebbe quindi fatale. Questo spiega perch� destano allarme gli ultimi dati Istat sulla dinamica del Pil e il silenzio che li ha accompagnati. Secondo il nostro Istituto di statistica, nel primo trimestre dell’anno in corso, il Pil italiano � aumentato dello 0,6 per cento. Non � molto, specie se paragonato ai nostri concorrenti, ma comunque un buon segno. Lascerebbe intravedere l’inizio di una ripresa, seppure incerta e da consolidare. Questo almeno secondo il giudizio della maggior parte degli osservatori. Ma allora dov’� il problema? E’ nelle pieghe del calcolo che ha portato a quel numero e nell’assenza di qualsiasi commento in proposito.

        Quello 0,6 per cento reale � il frutto di una differenza tra un reddito nominale che scende dello 0,3 per cento e un deflatore, vale a dire l’indice che misura l’andamento dei prezzi, che cala dello 0,9 per cento. Sommando algebricamente queste due grandezze si passa dalla caduta alla crescita. Ma l’operazione non convince. E per diverse ragioni. Le prime riguardano il giudizio sintetico sugli andamenti dell’economia, che se ne ricava. Non l’inizio di una fase di crescita seppure incerta, ma, appunto, di deflazione. Se cos� fosse, dovremmo pensare non a manovre di risanamento, ma di carattere espansivo. Abbattere i tassi di interesse. Mettere da parte i parametri di Maastricht, alimentando il deficit di bilancio. Accrescere ulteriormente il nostro debito pubblico. Proprio come ha fatto il Giappone, in questi anni, il cui debito ha superato quello italiano.

        C’� poi il rispetto del principio di realt�. Se i prezzi sono diminuiti, nessuno se n’� accorto. Anzi le preoccupazioni sono esattamente il contrario. Tant’� che la Bce ha deciso di aumentare i tassi di interessi proprio a causa delle nuove tendenze inflazionistiche. Ci saremmo, almeno, aspettati una qualche riga di commento che svelasse l’arcano e riconciliasse queste valutazioni con altre serie storiche, fornite dallo stesso Istituto, come quelle dei prezzi. Invece il comunicato Istat – e questo � un terzo problema – somiglia a quei contratti capestro, dove le clausole vessatorie sono scritte in caratteri minuscoli. Con una differenza tuttavia. In quegli stampati basta avere un pizzico di attenzione ed un buon paio di occhiali. Nel caso dell’Istat occorre invece un computer e la pazienza di comprendere le complesse tabelle allegate al comunicato. Che per essere scaricate richiedono un’ulteriore dose di pazienza.

        Non � quindi il massimo dell’informazione economica, se il povero contribuente deve svolgere tutto questo lavoro supplementare. Con il rischio di sbagliare. Come certamente sbagliamo noi nell’interpretare dati di non facile lettura. Incuriositi di queste prime evidenti contraddizioni siamo andati pi� a fondo, alla ricerca della nostra arca perduta. Abbiamo cos� scoperto che quel deflatore del Pil pari a -0,9 per cento � frutto di una media. Crescono i prezzi delle importazioni, e il conto torna. Crescono anche quelli dei consumi delle famiglie. E la cosa ci conforta: temevamo di essere stati truffati dai nostri abituali fornitori. Crescono ancor di pi� quelli degli investimenti. I prezzi impliciti della spesa delle pubbliche amministrazioni subiscono, invece, un vero e proprio tracollo: -4,3 per cento.

        Ne siamo allarmati. Sono forse diminuiti i salari dei pubblici dipendenti, che da soli rappresentano circa l’80 per cento della spesa complessiva? Sono stati dimezzati gli importi dei contratti? Insomma cos’� che giustifica quel dato? E cosa giustifica quello del trimestre precedente di segno opposto: +6,4 per cento? Un errore compensato? Una improvvida contabilizzazione? Con le nostre limitate forze abbiamo cercato di informarci. Sapevamo del rinnovo dei contratti del pubblico impiego. Ma nell’ultimo trimestre dell’anno passato sono stati pagati solo gli arretrati dei ministeriali. Nei primi mesi di questo anno, quelli dei comparti pi� consistenti. Nemmeno questa spiegazione � sufficiente a spiegare un “dente di sega” che va oltre il 10 per cento, nel breve spazio di 6 mesi.

          Perch� tanto accanimento? Perch� a seconda di come si sviluppano questi calcoli, cambia la configurazione del Pil nei diversi trimestri. Se il deflatore dell’ultimo trimestre si abbassa, il Pil, in termini reali, cresce e viceversa. In genere lo spostamento da un trimestre all’altro non ha alcuna conseguenza. I diversi andamenti si compensano in corso d’anno. Ma se il dato, com’� avvenuto per l’ultimo trimestre del 2005, viene comunicato in piena campagna elettorale, le conseguenze possono essere rilevanti. Noi siamo sicuri della buona fede del nostro Istituto di statistica. Come siamo sicuri che ai nostri rilievi faranno seguito adeguate spiegazioni. Per� un problema di comunicazione resta e ci auguriamo che, con qualche nota di commento da inserire nei prossimi elaborati, possa essere definitivamente risolto. Altrimenti i giusti rilievi della Commissione europea sull’opacit� e scarsa trasparenza sui nostri documenti economici troverebbero un’ulteriore clamorosa conferma.