Economia italiana: crescita fragile

06/06/2007
    mercoledì 6 giugno 2007

    Pagina 28 – Economia

    IL RAPPORTO CENTRO EINAUDI-LAZARD CURATO DA DEAGLIO

      Economia italiana
      crescita fragile

        ARMANDO ZENI
        MILANO

        Un mondo dove prevale l’instabilità economica, dove sono in atto rapidissimi processi di cambiamento che non sempre i governi e le istituzioni internazionali riescono a governare. E un’Italia fragile, sempre più vaso di coccio tra vasi di ferro. Insomma, un mondo (e un’Italia) a cavallo di una tigre, metafora strappata all’anedottica asiatica che meglio di qualsiasi altra definizione riassume con efficacia il dodicesimo “Rapporto sull’economia globale e l’Italia” promosso dal Centro Einaudi e da Lazard (curato da Mario Deaglio, docente di economia internazionale all’università di Torino) presentato ieri a Milano. Un mondo capovolto. Questa la fotografia che emerge dai dati sull’andamento delle grandi aree economiche, capovolto al punto che i balzi di Cina e India nell’ultimo decennio hanno alla fine prodotto il sorpasso nella produzione industriale: per la prima volta nella storia, spiega Deaglio, «nel 2005 i paesi a reddito medio hanno superato la produzione industriale dei paesi a reddito elevato». E’ la conferma della fine della leadership degli ex grandi produttori: Stati Uniti, Europa, Giappone, surclassati dall’emergere prepotente delle nuove potenze industriali: Cina, India, Indonesia, ma anche Brasile e Russia. Un mondo capovolto dove, continua il Rapporto, continua ad aggravarsi lo squilibrio delle bilance dei pagamenti correnti con il deficit Usa che tocca ormai l’1,5% dell’intero Pil mondiale e dove, appunto, restano tutti da decifrare gli scenari che ci riserva il futuro immediato. Compresi gli scenari italiani. Quel che è certo, documenta il rapporto, a cavallo della tigre l’Italia (dove predomina sempre più l’insoddisfazione) non solo ci sta scomoda ma rischia di scivolare.

        Anche perchè non tutto ciò che apparentemente luccica è oro: nemmeno gli ultimi dati del Pil 2006 (e inizio 2007) che descrivono una ripresa in atto: a ben vedere, chiosa Deaglio, una parte rilevante del +1,9% di Pil italiano del 2006 «deriva da un singolo episodio aziendale, ossia dal rilancio produttivo del gruppo Fiat il cui valore aggiunto è cresciuto nel 2006 di circa 2 miliardi di euro a fronte di una crescita di circa 25 miliardi dell’intero Pil». Se si considera che «l’effetto di stimolo della domanda del gruppo Fiat sul suo indotto è pari a quattro volte il valore aggiunto», è la conclusione, «si può stimare che il 20-30% della crescita totale del valore aggiunto italiano nel 2006 sia dovuto all’”effetto Fiat”». Ancora: considerando un altro 30% di incremento del Pil dovuto all’aumento della domanda estera, si può dire che fuori dall’auto «i consumi interni sono in realtà cresciuti nel 2006 di uno spazio assai piccolo, lo 0,1, lo 0,2%». Quanto basta, insomma, per essere cauti sul consolidamento della ripresa in atto che più che a un rilancio assomiglia a un recupero sui passati anni di stagnazione («Quando siamo cresciuti dello zero virgola»): questa la conclusione del dodicesimo Rapporto del Centro Einaudi-Lazard sull’Italia che mette in guardia sui tempi necessari per riportare il paese ai livelli del 2000 in cui (vedi tabella) il prodotto interno lordo per abitante viaggiava quanto meno in parallelo a quello di Inghilterra, Germania e Francia.

        Negli ultimi sei anni il Pil per abitante in Italia è precipitato di almeno 15 punti e per tornare alla pari nel gruppo dei grandi, calcola Deaglio, «saranno necessari vent’anni, sempre che – impresa tutt’altro che facile – il Pil italiano cresca lo 0,5% in più rispetto alla media europea».