“Economia” Il paradosso della cameriera

23/06/2006
    venerd� 23 giugno 2006

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    ECONOMIA 2. SERVONO IDEE E LAVORO
    Di Luigi Cappugi

      Il paradosso della cameriera
      per aiutare a far crescere il paese

        Il sogno di qualsiasi imprenditore, anche il pi� piccolo e modesto che possiamo immaginare, ad esempio il nostro ortolano sotto casa, � quello di vedere il proprio fatturato crescere a parit� di costi fissi e di margini: come per magia, tutti i conti del nostro amico si aggiustano, i patemi d’animo diurni e notturni calano, torna il sorriso, e il portafoglio, sempre come per magia, si gonfia. Questo nei sogni: nessun ortolano, o altro imprenditore, ha mai visto crescere il proprio fatturato senza metterci del suo, fatica e inventiva. Analogamente, si assiste periodicamente, soprattutto nei periodi di fiacca, al fiorire di sogni politici, sindacali e imprenditoriali, che vedono rosa sul futuro del Paese: basta farlo crescere e come per magia tutto si aggiusta. Sempre in sogno, in conseguenza della crescita sognata, i problemi di finanza pubblica non esistono pi�, come la pancia di un personaggio di un carosello degli albori della televisione, che ballava e cantava �la pancia non c’� pi�, la pancia non c’� pi�.

        Come si fa ad alzare il tasso di crescita dell’Italia? Hanno fondamento questi sogni? Ragioniamo partendo da alcuni paradossi. Il “paradosso della cameriera”, descritto in molti libri di macroeconomia, ci dice che se uno scapolo assume una cameriera al primo impiego per farsi pulire la casa, il Pil nazionale registra una crescita pari al salario pagato. La narrazione prosegue poi con la celebrazione del matrimonio tra la nostra fantesca, che deve essere particolarmente avvenente, e il suo datore di lavoro. A questo punto il rapporto di lavoro cessa, e cos� lo stipendio, dato che la fantesca dispone ora dell’intero stipendio di quello che � divenuto suo marito, e di conseguenza pulisce, apparentemente senza stipendio, quella che � divenuta anche la sua casa. Ecco allora che il nostro Pil registra un calo, pari al salario sparito. Perch� il Pil non cali, occorre che la nostra amica si trovi un altro scapolo bisognoso dei suoi servizi (escludendo “menages a trois” che complicherebbero non solo la nostra analisi), e non escludendo che l’ex scapolo, ora marito, pulisca lui la casa aiutando la moglie che deve lavorare fuori casa. Il Pil cresce ogni anno, solo se ogni anno si produce di pi�, o perch� si lavora di pi� o perch� si lavora meglio (esempio per capirci: prodotti nanotecnologici, invece di sedie in legno).

        Veniamo ora al “paradosso dell’amministrazione pubblica”. Se opero un passaggio al limite, ossia aumento gli impiegati pubblici sino a lasciarne uno solo “non pubblico”, si verifica il seguente paradosso: i dipendenti pubblici produrranno un reddito convenzionalmente pari al loro salario, che � la contropartita dei servizi pubblici che vengono quasi esclusivamente da loro consumati. L’unico cittadino in et� da lavoro “non pubblico” rimasto deve produrre tutti i restanti beni e servizi che la comunit� richiede, e guadagnare anche la somma necessaria per pagare i salari dei dipendenti pubblici, ossia di tutti gli altri suoi concittadini. � ipotesi poco credibile, anche se esposta in un ragionamento paradossale: ignorando tutto ci�, la conclusione � che alzare il numero di dipendenti pubblici, che vuol dire abbassare la produttivit� del sistema, porta alla bancarotta. Vale anche l’inverso. Se nella nostra comunit� un solo dipendente pubblico producesse tutti i servizi pubblici necessari al funzionamento della comunit�, tutti gli altri abitanti producono beni e servizi da vendere a loro stessi oppure da vendere ad abitanti di altre comunit�. Anche questa � ipotesi poco credibile, anche per paradosso, ma � evidente che qui, invece della bancarotta, avremmo una finanza pubblica fiorentissima, e spazio per abbassare strutturalmente e positivamente le tasse. Infatti, nel primo caso abbiamo che i salari di quasi tutti verrebbero pagati (attraverso le tasse) da uno solo. Nel secondo caso abbiamo il salario di uno solo che dovrebbe essere pagato (sempre via fisco) da quasi tutti gli altri (tutti meno uno). Esiste pertanto una correlazione inversa strettissima tra produttivit� della pubblica amministrazione e tasse da pagare: conclusione pi� banale che ovvia. E meno tasse, vuol dire pi� reddito disponibile, e pi� reddito disponibile vuol dire sia pi� consumi che pi� investimenti, e conti pubblici pi� facilmente in equilibrio, e quindi meno debito pubblico (quindi di nuovo meno tasse), e cos� via.

        Conclusione ovvia che possiamo trarne. La crescita � “gratis” solo nei sogni. Perch� ci sia crescita, dobbiamo fare come il nostro amico droghiere. Non ce lo chiede l’Unione europea, lo richiede la logica, il buon senso, il nostro cervello: se non stampo danaro in cantina durante la notte, debbo spendere meglio il mio danaro, se voglio raddrizzare i conti della bottega (oppure del comune, oppure della regione, oppure del ministero, oppure dello Stato). Spendere meglio significa ridurre i costi fissi, ridurre i costi variabili, inventarmi nuovi prodotti o nuovi servizi, che il cittadino abbia convenienza a comprare pagandone il giusto prezzo. Questa � la natura banale, lo si sappia oppure lo si ignori, del problema della nostra finanza pubblica.

        Si tratta cio� di innovare nella gestione della pubblica amministrazione passando attraverso un processo a tre stadi, da concepire come inseriti in un circolo virtuoso senza fine (che coinvolga tutti gli operatori della pubblica amministrazione), di autoresponsabilizzazione, programmazione e controllo di ogni livello di governo: utilizzando un meccanismo che gi� funziona (Siope) per costruire budget di cassa e debito per ogni livello dell’amministrazione; costruendo meccanismi di “bastone e carote” per punire e premiare rispettivamente chi si comporta male e chi si comporta bene; alzando progressivamente la produttivit� della pubblica amministrazione nel tempo, qualificando meglio il personale, e dotandolo degli strumenti gestionali adeguati.

        La storia economica degli ultimi duecento anni ci toglie ogni dubbio, se mai ne avessimo ancora. L’Unione Sovietica di qualche decennio fa, ma anche la Cuba oppure la Corea del Nord di oggi, sono la prova provata che la crescita “gratis” non c’�, al di fuori della “spirale virtuosa” della crescita della produttivit�. Cina e India ne sono la prova “a contrariis”. Si deve ogni anno far crescere la produttivit�, innovando sia i processi che i prodotti. Innovare vuol dire soprattutto coltivare i cervelli capaci di innovare, coccolarli in luogo di sbertucciarli come oggi accade e si deve lavorare duro giorno dopo giorno per amministrare, che vuol dire guadagnarsi lo stipendio aumentando giorno dopo giorno dentro la pubblica amministrazione la produttivit� del sistema. La formuletta magica � purtroppo quella notissima e citatissima (a parole, raramente presente nei comportamenti): �90% perspiration, 10% inspiration�.

        Aver ignorato per troppi anni questi �fatti testardissimi�, secondo l’espressione usata da Lenin, ha portato ai risultati che anche la “Commissione Faini” sembra voler mettere sotto un velo di oblio: fabbisogno annuale di cassa ad almeno il 6% del Pil (85 miliardi), debito pubblico (sommerso incluso) attorno al 120% del Pil, tendenza a crescere ancora di questi due parametri, spesa pubblica attorno alla met� del Pil, da 1,0 a 1,5 milioni di dipendenti pubblici di troppo, aumento della spesa corrente del 2,5% all’anno negli ultimi dieci anni. Non vi sono dubbi: il problema � che da troppo tempo manca totalmente la “perspiration”.