Ecco i “picciriddi” di Catania a quindici anni sono già vecchi

03/11/2000



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3 Novembre 2000Oggi in edicola Pagina 25
Ecco i "picciriddi" di Catania
a quindici anni sono già vecchi


di ATTILIO BOLZONI


CATANIA – Sono già vecchi a quindici anni i "picciriddi" di San Cristoforo. Sono troppo vecchi per quei loro padroncini che in bottega vogliono garzoni sempre più docili, sempre più ubbidienti, sempre più giovani. Prendono solo bambini, vogliono solo bambini muti e sordi. Come quelli che in via Frà Diavolo alle due del pomeriggio sollevano a fatica una testa di cavallo mozzata e poi la infilano nel gancio, scorre un po’ di sangue sul bancone di marmo, i piccoli strofinano le mani sporche sui jeans e spariscono dietro una delle ventiquattro macellerie di "pregiata carne equina" del quartiere che è anche un po’ India e un po’ Brasile.
Siamo proprio tra i vicoli di San Cristoforo e altri bimbi comprano pupi di zucchero e pasta di martorana, nel giorno dei morti in Sicilia è sempre grande festa.
Dicono che sono 5 mila e forse anche di più, dicono che alcuni fanno appena la quarta o la quinta elementare in questo angolo di Catania che dai Cappuccini scende fino agli Angeli Custodi per poi finire sul mare della Plaja. Sono loro i "picciriddi" che raccolgono ferro per 100 lire il chilo o vanno alla pescheria a caricare e scaricare casse per 20 o 25 mila lire la settimana, sono loro la "manodopera" a buon mercato che c’è qui qui in fondo all’Italia. E’ l’esercito dei nostri piccoli schiavi. Come Marco, 11 anni. Come Turi, 13 anni. Come Antonio, 9 anni. Servono nei bar di periferia. Lavano a terra nei saloni dei barbieri. Portano il pane a domicilio. Si rompono la schiena nei cantieri edili.
Cuciono, ricamano, fanno gli sguatteri. A volte, lavorano dall’alba al tramonto. Ce n’è qualcuno che si alza anche di notte.
Chiamiamolo Alfio, non ha ancora quattordici anni. L’altra settimana l’hanno trovato alle tre del mattino dalle parti dello stadio del Cibali mentre con la ramazza andava su e giù per le strade del rione, il netturbino che doveva pulire invece riposava tranquillamente a casa sua. Ci raccontano gli assistenti sociali che hanno incontrato Alfio: "Gli avevano sub-affittato il lavoro di pulizie delle strade, gli davano due lire, Alfio non dormiva mai…solo di giorno, solo sui banchi di scuola. I suoi insegnanti se ne sono accorti e poi abbiamo scoperto tutto…".
Siamo sempre a San Cristoforo, ci sono colonne di auto in marcia verso il cimitero. E c’è un posteggio. I guardiani sono due ragazzini, sono cuginetti. Massimiliano ha 12 anni e Marco ha 13 anni, tutte due in seconda media, uno all’"Amerigo Vespucci" e l’altro all’"Andrea Doria". Un posto vale mille lire. Nel loro marsupio hanno due banconote da 10 mila. Dice il primo: "E’ andata bene perché è il giorno dei morti e c’è tanto traffico". Dice il secondo: "Sempre meglio che andare al mercato". Marco di solito vende cipolle sotto gli archi della ferrovia. Si alza alle cinque del mattino, sta tutto il giorno tra le bancarelle, qualche volta di sera va a riordinare il magazzino del padrone. E a scuola? "Due o tre giorni la settimana, così non si accorgono che lavoro…".
Si fa così a Catania, si va scuola a giorni alterni oppure due giorni sì e tre no. "E così tutti i dati sulla dispersione scolastica vengono falsati, non si può più stabilire con certezza chi non va scuola", ci spiega Franco Garufi, il segretario cittadino della Cgil che mostra dati e schede sull’orrore dei bimbi schiavi nei gironi infernali di Librino e di Picanello, altre frontiere catanesi, quartieri di confine dove se non vieni sfruttato allora vai a spacciare e guadagni anche di più.
Il ragazzino più famoso di Ognina si chiama E. e ha cinque fratelli. Ogni mattina esce da casa e va a sedersi sul muretto di lava che sta proprio sopra il porticciolo. Sta lì per qualche minuto, aspetta il furgonicino che passa sempre alle 7. Anche E. fa parte del "carico". C’è un tipo che ogni giorno li va a prendere tutti uno per uno i "picciriddi", poi li porta di qua e di là negli "sfasci" dove ci sono le carcasse di auto e di camion.

I ragazzini stanno piegati per ore e ore a raccogliere pezzi di marmitta e pistoni e bulloni, poi il tipo pesa tutto e li paga.
Uno come E. guadagna anche 15 mila lire al giorno, un quintale e mezzo di ferro che poi qualcun altro ridurrà con le presse in un cubo delle dimensioni di una lavatrice. Il tipo del furgoncino è un "caporale" che recluta i piccoli nei rioni. Prende i più robusti, è come al mercato delle bestie, poi dà mille lire ogni dieci chili di ferro che acchiappano.
Si ritorna a San Cristoforo dove c’è Angelo che compirà 12 anni a dicembre. Ha la licenza elementare ma non sa leggere e non sa scrivere. E’ uno dei "picciriddi" più fortunati Angelo, lavora in un panificio. La paga è la più alta che si può avere: 100 mila ogni settimana. Dice: "Ma non so mai quando posso tornare a casa di sera, comincio alla mattina presto e finisco con il buio, d’estate e di inverno…". E’ anche la vita di U. che fino a qualche mese fa era garzone da un tappezziere, la vita di G. che andava in giro a fare lo straccivendolo, la vita di un altro U. che vende scarpe con gli ambulanti nei mercatini del Ragusano, la vita di T. che passa le sue giornate di adolescente a piallare legni per quattro soldi tra la segatura di una falegnameria. Tutti sempre sotto tortura, sempre sotto ricatto. Ripetono sempre i "principali" delle botteghe ai ragazzini: "O ti piace così o te ne vai". E poi trovano altri "picciriddi" che prendono il loro posto, che stanno zitti almeno per un po’, che non chiedono ferie o qualche diecimilalire in più, che non si ribellano mai al padroncino.
Non sono i carusi delle zolfare che morivano soffocati dal grisù e dalla fatica nelle viscere della Sicilia di mezzo secolo fa ma sono i "picciriddi" di Catania, quelli che vivono nelle macellerie dove nell’aria ristagna sempre l’odore dolciastro del sangue.