Ecco cosa c’è dietro il flop dello sciopero di ottobre

28/11/2003

      28 Novembre 2003
      FERITE. I DATI DELL’ISTAT E LE DIFFICOLTÀ DI CGIL, CISL E UIL
      Ecco cosa c’è dietro il flop dello sciopero di ottobre
      Secondo Benvenuto il sindacato paga la mancanza di unità

      Settecentomila partecipanti allo sciopero generale del 24 ottobre contro le pensioni sembrano pochi a tutti. Sia a chi non crede alla veridicità dei dati dell’Istat, sia chi invece li ritiene rappresentativi e dunque la dimostrazione che i vertici di Cgil, Cisl e Uil stanno intraprendendo una battaglia contro la riforma delle pensioni non condivisa dalla maggioranza dei lavoratori.
      Ieri il commento dei tre segretari generali è stato pressoché unanime: «Quei dati non rappresentano la realtà», ha detto Guglielmo Epifani, e Savino Pezzotta e Luigi Angeletti non hanno espresso concetti diversi.
      Sulla stessa linea Antonio Panzeri responsabile del segretariato Europa della Cgil: «Litigare sui dati è poco educativo, a quanto mi risulta il metodo usato dall’Istat per calcolare le ore perse è lo stesso dal 1949, bisognerebbe piuttosto utilizzare criteri più certi per misurare se un paese si ferma effettivamente, come per esempio il consumo di energia elettrica».
      Però, anche ammesso che il metodo indichi per difetto la reale adesione allo sciopero, rimane il fatto che, utilizzando gli stessi criteri, nel 2002 l’Istat aveva segnalato adeguatamente il clima di scontro prodotto dal tentativo di riforma sull’articolo 18: le ore perse erano state 32,7 milioni, il valore più alto dal 1990, concentrate nei mesi di gennaio, con 3,5 milioni; aprile (lo sciopero generale unitario di otto ore) con 16,2 milioni; e ottobre (sciopero generale della sola Cgil) con 4,6 milioni. Mentre nel dato provvisorio di ottobre 2003 (probabile una sua revisione verso l’alto) le ore perse erano solo 2,7 (i presunti settecentomila partecipanti si ottengono dividendo per le ore di durata dello sciopero, il totale delle ore perse). Come dire che a distanza di un anno, l’agitazione di otto ore indetta da un solo sindacato secondo l’Istat ha avuto un’adesione appena inferiore (570 mila persone) a quella da quattro ore, ma unitaria, contro le pensioni del mese scorso. Addirittura improponibile il confronto con il risultato di aprile 2002 (2 milioni di partecipanti). «Ma quello era il primo sciopero generale dopo molti anni – spiega Giorgio Benvenuto, ex segretario generale della Uil -. E nel passato era un’arma potente, in grado di far cadere i governi. Per questo in genere era più minacciata che utilizzata concretamente. Negli anni ’80 ce ne fu solo uno. Neanche durante la vertenza sulla scala mobile si arrivò ad utilizzarlo».
      Poiché nel giro di tre anni ne sono stati indetti ben tre, è possibile che al terzo l’effetto sia stato più ridotto. «Poi ci sono i problemi organizzativi – continua Benvenuto – il sindacato oggi paga la mancanza di unità tra le confederazioni e le difficoltà a coinvolgere le persone come accadeva un tempo. E’ anche una questione di temi: sulla Lucania o per esempio sull’amianto la partecipazione spontanea è molto più facile da ottenere».
      Forse pur sottostimandone il reale successo, il dato Istat certifica che l’ultima agitazione è arrivata troppo tardi, sia agli occhi dei lavoratori, sia rispetto alle esigenze delle stesse Cgil, Cisl e Uil che subito dopo la manifestazione erano già alle prese con il tentativo di definire una proposta alternativa unitaria al governo. «Escludo che questo abbia potuto giocare un ruolo – commenta Panzeri -, nel momento dello sciopero la proposta alternativa non era all’ordine del giorno. Piuttosto sarebbe ora di smetterla di litigare con le cifre e trovare dei criteri condivisi da tutti per misurare in maniera attendibile la vera risposta dei lavoratori alla mobilitazione».