Ecco come cambieranno le nostre pensioni

05/09/2003



venerdì 5 Settembre 2003

DAGLI INCENTIVI ALLA REVISIONE DELLE REGOLE, DAI METODI DI CALCOLO AI CONTROLLI
Ecco come cambieranno le nostre pensioni
Tutte le novità per lavoratori privati, dipendenti pubblici e neoassunti
Alessandro Barbera

ROMA
Novità in vista per le pensioni degli italiani. Scartata l’ipotesi di un intervento nella legge Finanziaria, le misure allo studio del governo saranno con tutta probabilità inserite nella delega previdenziale in discussione al Senato. Il progetto dettagliato dovrebbe uscire da un nuovo vertice lunedì fra i ministri Tremonti, Alemanno, Buttiglione e Maroni. L’ipotesi di intervento sarà quindi presentata alle parti sociali.
Quattro i punti chiave della bozza governativa: l’accelerazione della riforma Dini con il graduale innalzamento dell’anzianità retributiva fino a 40 anni, un incentivo pari a circa il 32 per cento lordo della retribuzione per chi resterà al lavoro, la graduale equiparazione del trattamento dei dipendenti pubblici e privati e un aumento dei contributi per gli ex co.co.co. Ma nel pacchetto sono previste anche una decontribuzione per i neo-assunti, un contributo di solidarietà per le pensioni più ricche e un nuovo giro di vite sulle pensioni di invalidità.
Per quanto riguarda l’anzianità retributiva, vale a dire gli anni di contributi necessari ad andare in pensione, dovrebbe salire fino a 40 anni, avendo come punto di riferimento il 2008. Ciò in linea di principio significa che chi vorrà andare in pensione prima di aver raggiunto l’età della vecchiaia (65 per gli uomini e 60 per le donne) dovrà aver accumulato versamenti per 40 anni. Questa è una delle misure più controverse: secondo l’esperto di previdenza Giuliano Cazzola l’ipotesi «è un buon inizio, ha una valenza strutturale, ma c’è ancora molto da capire. Mi sembrerebbe strano che per andare in pensione l’unica via sia quella di lavorare 40 anni». Oggi, spiega Cazzola, «in pensione d’anzianità ci si va in due modi: con un’età anagrafica ed un requisito contributivo che nel 2006 sarà 57-35 anni, oppure con un canale contributivo che l’anno prossimo è di 38 anni e nel 2008 diventa di 40. Si potrebbe far terminare entrambe le fasi transitorie nel 2008, farle arrivare entrambe al capolinea nello stesso periodo».
E’ stato invece deciso di non procedere al blocco delle cosiddette «finestre» di uscita per le pensioni di anzianità. Ma non è esclusa una riduzione delle finestre del 2004 da quattro a due. Una decisione sulla quale Cazzola non concorda: «Sarebbe importante ridurre a due le finestre e accelerare l’andata a regime del sistema contributivo. Ciò permetterebbe di riequilibrare i sacrifici. Perché non c’è dubbio che un certo numero di generazioni si avvarrà di requisiti accorciati ed in più avrà il bonus. Non si capisce perché noi dobbiamo premiare dalla riforma Dini ad oggi, le generazioni più anziane, e punire quelle più giovani».
Il pacchetto conterrà invece il cosiddetto «superbonus» proposto dal ministro Maroni: si tratta di una misura a favore di chi – pur avendo maturato il diritto alla pensione di anzianità – decida di rimanere al lavoro in cambio di un aumento della busta paga. Il progetto di massima concordato fra le parti prevede l’innalzamento dell’incentivo fino al 32,7% (lordo) dell’ultima busta paga: il 30% andrà al lavoratore, il 2,7% al datore di lavoro.
Per quanto riguarda i dipendenti pubblici per il momento è stata scartata l’ipotesi dell’immediata equiparazione con i dipendenti privati. Benchè siano già stati equiparati i requisiti per andare in pensione, resta una differenza per quanto riguarda la retribuzione di riferimento per il calcolo della rendita.
Novità in vista anche per i lavoratori parasubordinati: a partire dall’anno prossimo la quota da versare dovrebbe essere del 19%, come stabilito a regime per gli altri lavoratori autonomi nel 2014.


ANZIANITÀ

Vale la riforma Dini e restano le finestre

Chi vuole andare in pensione e non ha ancora raggiunto l’età per la pensione di vecchiaia (65 anni per gli uomini e 60 per le donne) può fare in due modi: se ha raggiunto i 57 anni di età può chieder di andare in pensione con 35 anni di contributi. Se non ha ancora 57 anni, deve avere 37 anni di contributi. La legge (riforma Dini) già prevede l’innalzamento graduale di questo requisito da qui al 2008: a partire dal 2004 e fino al 2005 saranno necessari 38 anni, 39 anni nel 2006-2007, 40 anni nel 2008. Le ipotesi allo studio potrebbero del governo sembrano essere due: o anticipare il requisito dei 40 anni di contributi al raggiungimento dei 57 anni, oppure innalzare – con un meccanismo graduale di qui al 2008 – l’età minima di pensionamento a 60 anni. Tramontata l’ipotesi di un blocco immediato (ad ottobre) delle cosiddette «finestre di uscita» per le pensioni di anzianità, c’è chi auspica – nel caso in cui la situazione dei conti lo rendesse necessario – la riduzione da quattro a due delle finestre del 2004. Le «finestre di uscita», cioè i periodi dell’anno nei quali chiedere di andare in pensione se si è raggiunta l’anzianità necessaria, sono quattro: il primo gennaio (per chi matura la pensione a settembre), il primo aprile (per chi le matura a dicembre), il primo luglio e il primo ottobre. Una ipotesi potrebbe essere quella di eliminare le finestre di aprile e ottobre.
VECCHIAIA
Tutto come prima Si esce a 65 anni

Nessuna novità in vista per chi vuole andare in pensione ed ha raggiunto l’età stabilita dalla legge per poter usufruire del trattamento di «vecchiaia». A partire dal 2002 possono andare in pensione tutti gli uomini che hanno raggiunto i 65 anni di età e le donne che ne hanno 60; bisogna inoltre aver versato almeno 20 anni di contributi. Chi non ha raggiunto questa soglia – o ha un reddito molto basso – può comunque richiedere la cosiddetta «pensione sociale». Fino al 1992, prima della cosiddetta «riforma Amato», era possibile andare in pensione con 15 anni di contributi ed aver raggiunto i 60 anni (gli uomini) o 55 anni (le donne). Vigono tuttora eccezioni per i lavoratori non vedenti e per chi abbia un’invalidità completa o dell’80 per cento. Con l’entrata in vigore dell’ultima riforma (primo gennaio 1996 del governo Dini) ai nuovi assunti la pensione viene calcolata secondo il metodo contributivo, vale a dire sulla base dei contributi effettivamente versati. A coloro che invece al 31 dicembre 1995 avevano un’anzianità pari o superiore ai 18 anni la pensione viene calcolata con il metodo retributivo, cioè sulla base di una media delle ultime buste paga. Infine, chi al 31 dicembre 1995 aveva un’anzianità inferiore ai 18 anni matura una pensione maturata con il sistema misto (retributivo e contributivo).

ASSEGNI D’ORO
Ritorna il «contributo di solidarietà» per chi incassa più di 10 mila euro

Si torna a parlare di un contributo di solidarietà per le pensioni d’oro, ovvero quelle il cui assegno supera la quota stratosferica dei 10 mila euro al mese. Si tratta di una cerchia ristretta di persone, una vera e propria élite, che ancora una volta verrebbe chiamata ad un contributo di solidarietà al sistema previdenziale. L’importo preciso, però, è ancora tutto da quantificare, potrebbe essere attorno al 2-3%.
Avverte l’esperto di previdenza Giuliano Cazzola: «A meno di azioni di esproprio sui diritti acquisiti, che cadrebbero davanti al primo giudice, si potrebbe pensare ad un tetto sui trattamenti futuri. Tuttavia, come ricordano sentenze passate in giudicato, non si possono pagare contributi e poi avere un tetto alla prestazione. Decidere di porre un limite alle pensioni d’oro vorrebbe dire perdere i contributi maturati una volta raggiunto quel limite. Alla fine – conclude – ci sarebbe un risparmio per qualche decina di milioni di euro».

INVALIDI

Controlli molto più rigidi per ridurre l’incidenza delle truffe

Nessun taglio per le pensioni di invalidità ma un nuovo giro di controlli, magari ancora più rigidi rispetto al passato, per ridurre ulteriormente abusi e favoritismi. La questione continua ad essere oggetto di scontro tra la Lega ed i centristi. Rocco Buttiglione condivide l’esigenza di «moralizzare» il settore a patto però che non sia una «campagna contro il Mezzogiorno» e comunque l’intervento non andrà inserito in Finanziaria. La Lega invece rilancia: «Credo che la verifica da parte dell’Inps possa portare notevoli risultati», ha dichiarato ieri il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli. «Purtroppo oggi – sostiene il parlamentare – abbiamo una situazione paradossale: la definizione dello stato di invalidità avviene a livello periferico e l’erogazione a livello centrale. Così anche i controlli vengono fatti a livello periferico. La mancata coincidenza fra chi verifica e chi eroga fa sì che ci sia una situazione di anomalia in senso truffaldino che porta in determinate aree ad avere percentuali di invalidità che sono veramente fuori dal mondo».

PUBBLICI
Privilegi (e assegni) sempre più ridotti

In passato un dipendente pubblico poteva andare in pensione molto prima di un dipendente privato: fino al 1992 per uno statale era possibile ririrarsi a vita privata con 19 anni, sei mesi e un giorno di contributi. Le tristemente famose «baby-pensioni» sono però da tempo abolite: dal 1992 (decisione presa dal governo guidato da Giuliano Amato) e successivamente nel 1998 questo privilegio non c’è più: ora anche i dipendenti pubblici per andare in pensione a 57 anni devono aver maturato 35 anni di contributi.
Esiste tuttora una differenza invece per quanto riguarda la retribuzione di riferimento per il calcolo della rendita. Ad esempio, per l’anzianità maturata dal primo gennaio 1993, la base sulla quale si calcola la pensione per i privati è costituita dalla media delle retribuzioni degli ultimi dieci anni, mentre per i pubblici avviene sulla base degli ultimi sei. L’ipotesi allo studio del governo prevede di anticipare – forse al 2004 – l’equiparazione della base. Va comunque tenuto presente che per i dipendenti pubblici la retribuzione che viene considerata è costituita da stipendio base, trediciesima e contingenza, escludendo voci come gli straordinari e gli incentivi.

GIOVANI
Contributi più bassi ma non per i Cococo

Novità in vista per i neo-assunti e per i tanti lavoratori parasubordinati (gli ex co.co.co). Per pagare le pensioni dei propri dipendenti, le imprese oggi pagano a nome del lavoratore il 32% dei contributi previdenziali. Per combattere il fenomeno del precariato e incentivare le imprese ad assumere, è stato proposto di tagliare del 3-5% i contributi a carico delle imprese che decidono di assumere nuovi lavoratori a tempo indetermiato. Ma la proposta, dopo essere stata bocciata dalla Camera e tolta dalla legge delega è tuttora controversa, e il livello della «decontribuzione» potrebbe risultare alla fine inferiore. Sindacati e opposizione, in particolare, si oppongono a questo intervento che, dicono, è destinato a creare un esercito di futuri pensionati poveri proprio in seguito ai minori contributi versati.
Per chi è un lavoratore parasubordinato (gli ex co.co.co) è invece probabile un aumento dei contributi da pagare per maturare la pensione dello Stato. Oggi il datore di lavoro trattiene dalla busta paga e versa all’Inps circa il 14 per cento dei compensi pagati al collaboratore.

A partire dall’anno prossimo la quota da versare dovrebbe essere del 19 per cento, come stabilito per gli altri lavoratori autonomi entro il 2014. Va però sottolineato che all’aumento dei contributi significherà la possibilità di avere una pensione più pesante.