“È una cosa di famiglia” la Cgil abbraccia il Cinese

23/09/2002

 
DOMENICA, 22 SETTEMBRE 2002
 
Pagina 11 – Interni
 
IL PROTAGONISTA
 
Una platea tutta sindacale per il saluto al leader, pochi i politici
 
"È una cosa di famiglia" la Cgil abbraccia il Cinese
 
Lacrime e applausi: non perdiamoci di vista
 
 
 
La moglie Daniela sulle gradinate: "È bello oggi qui, è come essere a casa"
Il congedo con i versi del poeta Caproni: "Sento che vi dovrò ricordare spesso…"
 
CONCITA DE GREGORIO

ROMA – Non sono tanti da dire una moltitudine, né vistosi da invadere il quartiere, né celebri da riconoscerli per strada e intervistarli in tv. Un gruppo si è perso in via Unione sovietica, cartina in mano, sono di certo forestieri perché il palazzetto di Nervi eccolo lì, piccolo elegante guscio d´insetto concepito cinquant´anni prima degli scarabei di Piano, qui al villaggio Olimpico. Sono duemila persone, forse duemila e cinquecento. La Cgil se vuole ne muove il doppio con uno schioccare di dita, perciò è evidente che stamani non voleva: «E´ una cosa in famiglia», sorride Massimo Gibelli il portavoce, l´unico che insieme alla segretaria Magda si trasferirà da martedì alla fondazione. Non sono stati invitati i leader politici, che difatti non ci sono, né celebrità da sottopalco. Sindacato e basta. Le telecamere della 7, ormai l´unica tv che si occupi di sinistra, inseguono i volti noti nel numero di tre: Giovanni Berlinguer, Sergio Staino, Teresa De Sio. Gli altri vengono da Napoli e dalla Fiom di Torino, gente che quasi solo Cofferati riconosce a un´occhiata: li guarda dal palco, gli dice «sono uno di voi». La moglie Daniela, solitamente silenziosa, è sulle gradinate. Parla, ride, si stringe al figlio Simone. «E´ bello oggi qui è come essere a casa, no?». Chissà se per casa intende quella di Sesto e Uniti, il paese della provincia di Cremona dove lei e il marito si sono conosciuti da bambini, i loro nonni avevano due osterie nel borgo, ha raccontato una volta Cofferati al "Giornale": «D´inverno, per risparmiare ci chiudevamo tutti quanti nella stanza grande della casa, di fronte al camino, dietro una sorta di abitacolo creato dei grossi tramezzi in legno sigillati con colla e carta di giornale perché non ci fossero spifferi. Tutta la famiglia lì, di fronte al focolare. In dialetto si diceva: ‘entrar ne la stùa´: entrare nella stufa».
Ecco, sembra che il Cinese abbia voluto questo per il suo congedo da 26 anni di Cgil. Qui sul parquet del palasport solo gli amici, la famiglia: come nella stufa. In prima fila ex segretari: Piero Boni, Bruno Trentin e Antonio Pizzinato che ormai quasi si somigliano, Ottaviano Del Turco, socialista, quello che si è inventato il quadratino rosso che oggi portano tutti al bavero della giacca. Lo striscione più grande, dalle gradinate, dice «Grazie Sergio non perdiamoci di vista», come per Moretti a San Giovanni. Walter Veltroni, che in quella piazza stava dietro le quinte e sotto il palco, è venuto a portare il saluto di sindaco e di leader di quel pezzo di sinistra non dalemiana che oggi sembra condurre le danze. In un altro quarto di platea c´è la moglie Flavia, ha una borsa di paglia africana e una maglia oversize. La signora Epifani, non distante, è in tailleur gessato capelli molto biondi e gioielli voluminosi. In terza fila Giovanni Berlinguer e sua moglie: fu Veltroni – in nome dell´amicizia col fratello Enrico – a riportarlo alla politica nazionale, un anno fa. «Bisogna convocare entro 6 mesi una costituente del nuovo Ulivo aperta non solo ai partiti ma anche ai movimenti», diceva Berlinguer alla festa di Modena domenica scorsa. In sala, in settima fila, Paolo Flores con la moglie e Pancho Pardi, i movimenti appunto. Più indietro Iginio Ariemma, storico braccio destro di Achille Occhetto, a sinistra il gruppo dei toscani: Alessio Gramolati, camera del Lavoro, con Sergio Staino ed Enzo Brogi, il sindaco di Cavriglia che due settimane fa ha portato Cofferati in carcere da Adriano Sofri: «Vedessi cos´è stato sabato scorso il viaggio in treno che abbiamo fatto da Roma a Modena, dopo la manifestazione di San Giovanni. Lui andava alla Festa dell´Unità, sarà venuto tutto il treno a salutarlo, pareva padre Pio».
Dev´essere anche questo che Cofferati intende quando dice alla platea «non so quale sarà la mia prossima stazione, dovunque sia porterò il vostro affetto», e loro in piedi in lacrime, e lui in piedi senza lacrime. La moglie lo scruta ma in effetti no, non si è commosso. «Nel senso che non si vede la sua commozione, ma sente tutto e tiene tutto dentro. Piangere no, non l´ho mai visto». Mai nemmeno per un lutto, per una nascita, mai? «Mai in tutta la vita. Quando è nato Simone era il ’72, allora i padri non assistevano, non si usava. Perciò non so come sarebbe andata ma poi non m´importa, a questo punto, saperlo».
Sul palco Epifani e Cofferati giocano la parte dell´allievo col maestro. Il nuovo segretario paragona il Cinese a Lama, lo saluta riprendendo le parole di Fernando Santi, «di te caro compagno ci possiamo fidare», ripete che Cofferati è bravissimo in tutto, certo non ci si può paragonare a lui farebbe ombra a chiunque: «Ho cercato un verso per salutarlo, come fa sempre lui – dice Epifani – ma non l´ho trovato. Anche in questo bisogna avere perizia, non sono stato capace». Invece Cofferati sì che l´ha trovato, il verso. Giorgio Caproni, il "Congedo del viaggiatore cerimonioso". «L´avevo pensato mesi fa, prima che dovessimo rinviare questo saluto per via delle volgari accuse di contiguità fra sindacato e terrorismo», applausi in piedi. Legge, dunque, il poeta: «Il luogo del trasferimento lo ignoro, sento però che vi dovrò ricordare spesso». Il congedo di Caproni è bellissimo e lungo. Più avanti c´è una strofa che dice: «Ci siamo – ed è normale anche questo – odiati su più di un punto e frenati soltanto per cortesia». Come succede nelle famiglie, in tutte, sommamente davanti alle stufe. Però questo Cofferati non lo legge. Chiude il libro prima, tanto chi deve saperlo lo sa.