E Tremonti chiude la partita “Basta, il Paese ride di noi”

13/03/2002



 
 
Pagina 7 – Economia
 
 
IL RETROSCENA
Buttiglione e Letta provano a mediare, ma li stoppano Fini, Bossi e il superministro dell´Economia

E Tremonti chiude la partita "Basta, il Paese ride di noi"
          Berlusconi: "La gente non ha capito: noi vogliamo assumere, non licenziare
          Il Senatur: "O ci caliamo le braghe o ci battiamo contro i privilegi sindacali"

          STEFANO MARRONI

          ROMA – A chiudere definitivamente la partita, martedì sera, è stato – raccontano – Giulio Tremonti. «Io rispetto le vostre ragioni», ha esordito il ministro dell´Economia, dopo aver ascoltato Rocco Buttiglione e Gianni Letta perorare ancora una volta prudenza, per evitare showdown con l´intero fronte sindacale: «Figuriamoci, nessuno di noi ha la vocazione a stare sulle barricate: ma l´abbiamo decisa in Consiglio dei ministri, la modifica dell´articolo 18. Continuo a pensare che fosse una decisione giusta, e del resto non ricordo che nessuno, allora, alzò la mano per dire no. Non vedo, francamente, come potremmo dirlo adesso: ci riderebbe dietro tutto il paese…».
          Per un attimo è caduto il silenzio, confida uno degli uomini che a tarda ora, rientrato da Torino, Silvio Berlusconi aveva riunito a cena al Plebiscito: il silenzio che marca le svolte. Un silenzio che ha convinto il Cavaliere a saltare nel varco aperto dal più thatcheriano dei suoi ministri. E a mettere una pietra, con un secco «non possiamo perdere la faccia», su dubbi e paure che lui per primo si era portati dietro nel suo peregrinare tra Trieste e Bruxelles: la paura, ancora una volta, di un bis del ’94.
          Sul tavolo, fin dalla scorsa settimana, il presidente del Consiglio aveva dati scoraggianti sulla percezione del suo braccio di ferro con i sindacati: «Per qualche ragione – spiegava «quasi incredulo» – il nostro messaggio della campagna elettorale viene percepito al contrario: invece che come paladini della libertà di assumere, passiamo per chi vuole libertà di licenziare». Chi ci ha parlato, confessa a cose fatte l´impressione che il premier fosse davvero sul punto di far marcia indietro. Spaventato dalla scoperta che «si è divisa anche la nostra base sociale». Sensibile agli Sos che tramite Letta, Buttiglione e Gianfranco Fini gli faceva arrivare Pezzotta.
          Per questo da tecnica, come era iniziata, la discussione si è fatta subito politica. E anche Umberto Bossi ha scoperto le carte, per dire a Berlusconi che era tempo di scegliere: «Io l´ho detto: non ha senso morire sulle barricate per una battaglia che la nostra gente nemmeno capisce bene», ha ricordato il Senatur. «E allora abbiamo due possibilità. Calar le braghe, lasciar perdere. O sparare alto: perchè se la battaglia sull´articolo 18 diventa la battaglia contro i privilegi dei sindacati, e parlo di tutti i sindacati, i nostri ci capiscono. Eccome, se ci capiscono». E Buttiglione ha provato a tenere duro, a ripetere che era meglio stralciare l´articolo 18 «perché non possiamo andare avanti con i paraocchi, se il paese non ci ha capito».
          Poi però è intervenuto Tremonti. E a ruota, Gianfranco Fini: «Non ci possiamo legare le mani, senza avere in cambio nessuna certezza dei risultati che porteremo a casa. Stralciare l´articolo 18, a questo punto – ha sottolineato il vicepremier – serve a far gridare vittoria solo a Cofferati, a fargli dire che la linea dura ha pagato. Dobbiamo andare avanti, anche perché nemmeno le proposte più moderate di Maroni consentirebbero a Cisl e Uil di non fare lo sciopero generale. Avanti, ma dando un segnale di attenzione a quel che ci hanno chiesto i moderati»: quasi un anticipo della mediazione formulata da Tremonti e Maroni, e che domani, al Consiglio dei ministri, escluderà il Sud dalle deroghe all´articolo 18.

          Si era fatta notte, intanto, attorno al tavolo, dopo due ore buone di una discussione che Berlusconi aveva seguito senza intervenire troppo. Il Cavaliere si è alzato, ha chiesto scusa, ed è stato via per una quindicina di minuti. E quando è tornato ha tracciato una linea scandita dalla certezza che i sindacati «ormai non li riprendiamo più», dalla preoccupazione di «dare segnali sbagliati a chi ha votato per noi», dalla sottolineatura che «se subiamo veti ora, alla prima sortita, non saremo mai in grado di far passare le riforme che pesano di più: a cambiare le pensioni, a cambiare il fisco. Sono quelli gli impegni su cui verremo giudicati. Non possiamo dare l´impressione che ci si possa intimidire».
          Attorno al tavolo, è tornata l´unità. E Marco Follini si è potuto permettere anche una stoccata a Bossi: «Dopo gli impegni presi con Blair, non possiamo arrivare a Barcellona dopo aver mollato sulla riforma del mercato del lavoro. Mio caro Umberto, è il super-Stato europeo che ci chiede più flessibilità…».