È pronto il piano 2003 per frenare le anzianità

04/10/2002


          4 ottobre 2002



          CONTI PUBBLICI




          È pronto il piano 2003 per frenare le anzianità
          Marco Rogari


          ROMA – Nel 2003 scoccherà l’ora "x" della riforma delle pensioni. Al di là dei timidi annunci e delle mezze smentite delle ultime settimane, il Governo sembra aver pianificato la tabella di marcia per correggere il sistema previdenziale, possibilmente (ma non necessariamente) facendo sponda sulla Ue. Il piano che l’Italia, come tutti gli altri Paesi europei, consegnerà all’Unione europea il 23 ottobre è già pronto da tempo (v. «Il Sole-24 Ore» del 2 ottobre): il ministro del Welfare Roberto Maroni lo ha consegnato al collega Giulio Tremonti per le ultime limature. E non è escluso che già prima della fine dell’autunno l’Esecutivo tenti di riaprire, nonostante le resistenze dei sindacati, una sessione previdenziale con le parti sociali. Un confronto che dovrebbe ripartire da quello che il Governo considera un punto fermo: la delega previdenziale da mesi ferma in Parlamento. Ma come si legge nel piano preparato dalla commissione coordinata da Giuliano Cazzola, proprio «mediante un ampio confronto con le parti sociali e senza l’assillo dell’emergenza, il Governo è pronto a promuovere ulteriori interventi riformatori». Tre gli obiettivi: favorire l’innalzamento dell’età pensionabile, anche con il ricorso a disincentivi e non solo a incentivi; facilitare la permanenza al lavoro anche attraverso la lotta al sommerso; accelerare lo sviluppo della previdenza integrativa. Possibile il ricorso a disincentivi. L’Esecutivo «non esclude» nell’iter legislativo della delega «di esaminare soluzioni» alternative. Ad esempio, come è noto da tempo, il ricorso a disincentivi sui pensionamenti di anzianità e non solo a incentivi per favorire l’innalzamento dell’età pensionabile. Un intervento che il Tesoro avrebbe già voluto introdurre nella Finanziaria 2003 (v. «Il Sole-24 Ore» del 28 agosto scorso). E a ufficializzare che questa è una carta che il Governo potrebbe giocare a breve è stato non più tardi della scorsa settimana addirittura il vicepremier Gianfranco Fini (v. «Il Sole-24 Ore» del 26 settembre scorso). Il riferimento all’introduzione di «incentivi e disincentivi efficaci», contenuto del documento della Commissione-Cazzola, dunque, non è affatto una novità. Ma i sindacati restano contrari. «Ridurre la spesa pensionistica». La strategia del Governo è chiara: rendere più sostenibile il sistema previdenziale e ridurre la spesa per pensioni. Un traguardo, quest’ultimo, che l’Esecutivo considera prioritario: «Con riferimento ad un orizzonte di medio-lungo termine – si legge nel piano – il Governo intende rafforzare la capacità di contenimento della spesa previdenziale. Ciò anche al fine di tener meglio conto, compatibilmente con gli obiettivi di miglioramento dell’adeguatezza del sistema pensionistico nel suo complesso, dell’esigenza del rilancio dello sviluppo economico, da perseguire anche riducendo il carico fiscale e contributivo, e di riforma e riequilibrio complessivo del Welfare». Le riforme degli anni ’90 troppo lente. Per la Commissione-Cazzola le riforme degli anni ’90 «hanno consentito di evitare il collasso del sistema», ma la fase di transizione «è per molti aspetti piuttosto lunga». Per questo motivo il Governo intende promuovere ulteriori interventi. Alzare l’età pensionabile in linea con la Ue. L’operazione alla quale sta lavorando il Governo ha come prima finalità di recepire le indicazioni della Ue sulla necessità di alzare l’età pensionabile. Proprio per questo il Governo conta sulla spinta di Bruxelles e prende in considerazione l’ipotesi di realizzare la riforma nel corso del semestre della presidenza italiana. Ma non è ancora del tutto esclusa la possibilità di accelerare ulteriormente i tempi. Secondo la Commissione-Cazzola, alzare l’età effettiva di pensionamento non solo contribuirà a migliorare i conti pubblici ma, considerando gli effetti del metodo contributivo, potrà garantire un trattamento pubblico più elevato. Infatti, se l’attuale pensionato-tipo (60 anni di età e 35 di contribuzione) nel 2050 (a legislazione invariata) riceverebbe come pensione il 48,1% dell’ultimo stipendio, con 65 anni di età e 40 di anzianità contributiva percepirebbe il 63,4% dell’ultimo reddito da lavoro dipendente. E un prolungamento dell’attività lavorativa fino a 65 anni determinerebbe anche un miglioramento del tasso di sostituzione della previdenza complementare di circa due punti (dal 16,73% al 18,75%).