È pronta la corda per legare Cofferati

08/10/2001



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È PRONTA LA CORDA
PER LEGARE
COFFERATI


di EUGENIO SCALFARI


SARÀ pure coraggioso il Libro bianco predisposto dal ministro del Lavoro e per certi aspetti certamente lo è. Resta da vedere in quale direzione viene concentrato questo coraggio, su quali obiettivi, con quali alleanze sociali, con quali possibili risultati in termini di redistribuzione di ricchezza, redistribuzione di potere e infine qualità della vita.
Penso che l’argomento sia meritevole d’essere esaminato a fondo poiché delinea un nuovo modello di società. In parte questo modello è già operante nei fatti ed è soprattutto già realizzato in altre società dell’Occidente post- industriale: Stati Uniti, Gran Bretagna, Olanda, Irlanda. Ma è tuttora ipotetico o in fase appena iniziale nei maggiori paesi dell’ Europa continentale: Francia, Germania, Spagna, Italia, Svezia.
Sembra essere intenzione del governo compiere passi risolutivi verso il modello anglosassone, dal quale in verità l’organizzazione del lavoro in Italia è la più lontana. Di qui l’importanza di questo documento e la stagione di negoziati, dibattiti e lotte che attorno a esso si svolgeranno.
Lotte sindacali e sociali, soprattutto, poiché esso è intimamente intrecciato con la politica economica e fiscale, con i rinnovi contrattuali, con la legge finanziaria del 2002 e con i suoi allegati: materie concrete e roventi specie in una fase calante del ciclo congiunturale mondiale. Sono in gioco gli interessi dei vari gruppi sociali e quello generale nel paese.
Occorre dunque mettere in chiaro qual è l’ossatura vera del documento per poterne dare un giudizio possibilmente non prevenuto e il più possibile improntato a criteri oggettivi.
Rintracciare quell’ossatura portante non è facilissimo: il Libro bianco si compone di 88 fitte pagine, scritte con uno stile molto gergale del più classico "burocratese", accentuando il carattere di progetto aperto quasi a ogni riga, non si capisce se per rispondere a un’esigenza realmente avvertita dai suoi autori o per nascondere sotto un profluvio di ipotesi, soluzioni propositive, diagnosi e terapie vagamente accennate quella che è la vera sostanza delle politiche del lavoro, dei rapporti tra i gruppi, tra le categorie, tra le istituzioni coinvolte.

UNA constatazione emerge fin da una prima lettura: il progetto di organizzazione del lavoro descritto nel documento è esattamente il contrario di un tentativo di semplificare la farraginosa realtà esistente; se questo era uno degli obiettivi dei suoi autori la prima conclusione cui si arriva è che esso è completamente fallito.
Si accavallano ad ogni passo livelli e geometrie sovrapposti e oggettivamente conflittuali; alle competenze dell’autorità centrale si aggiungono competenze regionali egualmente penetranti; ai contratti collettivi nazionali si mescolano non solo gli integrativi aziendali ma contratti atipici di ogni genere, interinali, a tempo determinato, a tempo parziale, di formazione, di apprendistato, inerenti a grandi imprese, a multinazionali con contratti di tipo europeo, a imprese piccole e piccolissime; analoga proliferazione di soggetti si auspica nel settore del collocamento. Infine il contratto individuale viene robustamente indicato come il modello vincente, il più appropriato alle nuove forme che il mercato va assumendo sotto la spinta della flessibilità in entrata e in uscita.

Quanto al tema centrale della retribuzione, si delinea di fatto un pulviscolo di possibilità, non solo differenziate dalla multiforme tipologia dei contratti ma altresì dalla diversa produttività delle singole aziende e della loro collocazione sul territorio.
Governare l’insieme di questa materia diventa, in tali condizioni di formicolante molteplicità, un obiettivo pressoché disperato, ma gli estensori del Libro bianco in realtà neppure se lo propongono; la loro filosofia infatti non è quella di dare una forma al caos bensì quella di spezzare ogni forma esistente a vantaggio della creatività dei singoli soggetti sociali e istituzionali.
Se questo è il coraggio rivendicato dagli autori del documento, bisogna riconoscere che esso non fa difetto; quanto si tratti poi d’un coraggio responsabile è invece molto dubitabile; la mia impressione è che si tratti piuttosto di una rischiosa avventura intellettuale e politica, non dissimile da quella che fu messa in campo dal ministro dell’Economia nella formulazione del suo programma di drastici tagli fiscali da finanziare con le maggiori entrate rese possibili dall’aumento della domanda. Per fortuna, tra tanti guai e sciagure d’altro genere, la "strana guerra" scoppiata nel mondo dopo le stragi dell’11 settembre ha impedito al nostro ministro del Tesoro di avventurarsi sul percorso avventuroso che aveva deciso di esplorare. Se alla caotica creatività del ministro Maroni si fosse accoppiata la creatività ancor più sbrigliata del ministro Tremonti, non so che cosa sarebbe rimasto in piedi. Ma anche così, ce n’è d’avanzo.
Il vecchio edificio dell’organizzazione del lavoro in Italia non è certo da portare ad esempio; è logoro e superato da nuove realtà in più punti, assai poco equo, più portato ad escludere che ad includere. Una sua riforma profonda sarebbe dunque non solo auspicabile ma necessaria e per molti aspetti tardiva.
Di qui al suo smantellamento pressoché totale il passo è lungo, soprattutto quando non è affatto visibile il profilo del nuovo edificio che si vuole costruire.
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L’ossatura del Libro bianco si basa sui seguenti punti:
1. Smantellamento della concertazione tra le parti sociali e il governo.
Non ci saranno più incontri triangolari che abbiano come oggetto la politica economica, l’inflazione, gli investimenti, l’andamento dei consumi, il livello dei salari. Si riconosce che il metodo concertativo è stato utile per abbattere l’inflazione imperante negli anni Ottanta e per realizzare l’ingresso dell’Italia nell’Unione europea. Ma adesso non serve più, è un ferro vecchio da buttare nel secchio delle immondizie.
2. Al posto della concertazione sale sul podio il "dialogo sociale" di cui in tutte le ottantotto pagine del Libro si dice gran bene. Di che si tratta? Si tratta di "tavoli" – molti tavoli – da aprire per iniziativa del governo e/o delle parti sociali su argomenti circoscritti, "il più circoscritti possibile" recita il testo. Progetti concreti e limitati sui quali si auspica che le parti sociali trovino soluzioni appropriate. Se non le trovano entro un tempo determinato e ragionevolmente breve o se il governo le giudicasse inappropriate spetterà all’autorità pubblica prendere le decisioni finali. Al governo ma non solo: in fertile concorrenza con esso spetterà anche alle Regioni, ai Comuni e ad altri enti muniti di specifica autorità e competenza.
Assisteremo dunque ad un dialogo sociale intercorrente tra una moltitudine di soggetti su argomenti concreti e per un tempo determinato, trascorso il quale il dialogo si conclude, scende il silenzio, cala la decisione, salvo riaprire incessantemente altri tavoli, altri chiacchiericci con analoghe modalità.
L’esame di una visione d’insieme è precluso.
3. L’obiettivo strategico che il ministro del Lavoro si propone è l’aumento dell’occupazione dall’attuale 53 per cento della forza lavoro al 58.5 per cento entro il 2006. Non è un traguardo particolarmente ambizioso, visto che nel biennio ’99/2000 l’occupazione aumentò di oltre 2 punti percentuale, ma tuttavia – dice il Libro – non sarà facile da raggiungere. Tutti gli strumenti indicati nelle ottantotto pagine del documento mirano comunque a questo risultato.
4. Lo strumento anzi il concetto-principe per perseguire questa strategia si chiama "occupabilità". Che cosa si intenda con questa parola non è ben chiaro sebbene il documento le dedichi un intero capitolo. Più semplice è capire quale sia il concetto contrario cui il Libro fa esplicito riferimento: l’obiettivo non sarà più la difesa del singolo posto di lavoro ma, appunto, l’occupabilità che dev’essere assicurata da un mercato del lavoro reso adeguatamente flessibile e quindi capace di creare nuovi posti in luoghi, settori e con caratteristiche diversi da quelli che sono stati appena distrutti. Naturalmente – aggiunge saggiamente il testo – sempre che l’andamento generale della congiuntura lo renda possibile. In un contesto siffatto non è azzardato supporre che compatibilità sia sinonimo di flessibilità, da cui l’ovvia equivalenza che maggiore è la flessibilità maggiore sarà l’occupabilità, che è cosa ben diversa da occupazione; quest’ultima è un fatto, l’altra un semplice requisito.
5. Il mercato del lavoro in Italia, afferma il documento, è caratterizzato da un’alta diversità dei livelli di occupazione nelle varie zone e settori di attività e da una rigida e uniforme struttura dei livelli retributivi. Questa situazione diminuisce fortemente la competitività del sistema. Ne segue che alla flessibilità dei contratti di lavoro deve accompagnarsi una ancor più accentuata flessibilità delle retribuzioni, determinata in primo luogo dalla produttività delle imprese e dalla loro localizzazione.
6. Ne segue a rigor di logica che il contratto nazionale diventa il più basso degli scalini della contrattazione, in massima parte destinato a garantire i principi di garanzia normativa e i diritti del lavoratore nell’azienda. Questi principi sono quelli elencati nella Carta dei diritti votata dal Consiglio europeo nella sua ultima sessione di Nizza. Comincia con il divieto di schiavitù e sfruttamento dei minori e procede con il divieto di discriminazioni, il diritto all’informazione eccetera eccetera. In questo quadro il contratto nazionale, come pure la legge-cornice sulle condizioni di lavoro che il governo riserva alla sua esclusiva competenza sovra-regionale, dovrebbero di fatto certificare che viviamo nel terzo millennio dell’era cristiana e non già ai tempi del faraone e neppure in quelli della tratta degli schiavi tra la Guinea e le coste della Louisiana.
7. I livelli retributivi reali, partendo da una base minima fissata dal contratto nazionale, dovrebbero invece essere stabiliti in sede aziendale e locale. Le Regioni avrebbero competenza a riscrivere gli statuti del lavoro d’accordo con le parti sociali, intervenendo anche sul famoso articolo 18 riguardante le modalità dei licenziamenti. Nei giorni scorsi il ministro Maroni aveva portato avanti una sua campagna leghista contro l’odierno referendum federalista avvertendo che quel referendum avrebbe conferito alle Regioni quei poteri che egli si propone di devolvergli. Gelosia e invidia a chi arriva prima?
Questa è nei suoi aspetti essenziali la sostanza delle politiche del lavoro presentate nel Libro bianco. Aggiungo che la flessibilità dei livelli retributivi persegue un aumento robusto dell’occupazione anche attraverso un meccanismo di incentivi: nei distretti industriali del Nord si avrebbero livelli salariali elevati e quindi vi sarebbe una convenienza notevole della manodopera a spostarsi verso quei luoghi; contemporaneamente i livelli salariali del Sud sarebbero decisamente più bassi e abbinati inoltre a politiche incentivanti in favore delle imprese disposte a investire in quelle località. La combinazione di questi meccanismi determinerebbe un afflusso di lavoratori nel Nord e un afflusso di aziende nel Sud con i conseguenti benefici.
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Come si vede da queste prime osservazioni, il progetto contiene un’elevata dose innovativa.
Di fatto il potere sindacale viene ridotto al minimo e il sindacato stesso risulta completamente destrutturato. L’immersione nel mondo della flessibilità è completa, sia in entrata sia in uscita, pur riservando al potere legislativo delle Regioni maneggiare quest’ultima patata bollente. Il contratto nazionale di fatto tenderebbe a rassomigliare al salario minimo garantito esistente in altre legislazioni europee; la variabilità del salario agganciato non già al contenuto del lavoro ma alla produttività dell’azienda servirebbe a sostituire lo strumento della svalutazione monetaria ormai precluso.
Questa soluzione – che è poi quella raccomandata fin dallo scorso aprile dalla Confindustria – ha una forte controindicazione: scaricando sul salario il recupero di competitività anziché mettendo alla frusta la ricerca, l’innovazione tecnologica e le dimensioni aziendali. Scoraggia le imprese a innovare i fattori che dipendono dalla loro iniziativa. Ma così piace al fronte imprenditoriale e al governo anche.
Ciò detto, alcune proposte sono stimolanti, altre addirittura necessarie.
Tacciare questo programma di pigrizia intellettuale sarebbe sbagliato.
Ho già detto quel che ne penso all’inizio e qui lo ripeto: esso abbatte dalle fondamenta l’edificio esistente. Come sarà il nuovo modello non lo sappiamo e meno che mai lo sa Maroni. Una sola cosa è certa: la moderazione salariale degli anni Ottanta e Novanta andrà a farsi benedire. Se è questo che si voleva, questo certamente si avrà.