E per un giorno i politici finiscono sotto il palco

16/09/2002



analisi

Pierluigi Battista


(Del 15/9/2002 Sezione: interni Pag. 6)
NELLA PIAZZA UNA STORICA INVERSIONE DI RUOLI
E per un giorno i politici finiscono sotto il palco
Solo i girotondisti restano sulla scena: una piccola Waterloo per i partiti

          ROMA

          LORO giù, gli altri su. Loro, i politici, stanno sotto. E la piazza si accorge della loro esistenza soltanto quando, con studiata nonchalance, quasi sottovoce, con deliberata freddezza elencatoria gli altri, i nuovi padroni del palco, passano in rassegna i nomi degli esponenti della Politica presenti a San Giovanni. Stanno invece sopra i registi e i cantanti, gli attori e i giornalisti che da contorno che erano sono diventati la portata principale della pantagruelica scorpacciata di folla che rallegra a buon diritto gli organizzatori di questo sabato di protesta. Una storica inversione di ruoli in un pomeriggio che è sì, ovviamente, lo scenario dell´indignazione collettiva contro il governo dell´odiato Berlusconi ma è anche il palcoscenico di una formidabile, e tutt´altro che priva di conseguenze politiche, spallata alla leadership consacrata della sinistra. E del centrosinistra. La leadership dei politici della sinistra appare tanto più scossa, quanto più la piazza dei girotondi tende ad assomigliare a una delle tante, affollate, combattive, partecipate e tradizionali manifestazioni della piazza di sinistra. Se non fosse per quel macroscopico ribaltamento di ruoli che anche visivamente offre l´impressione di una consuetudine rovesciata, di una recita a parti invertite. La piazza non è piena di alieni, o di cittadini solitamente poco adusi alla pratica dei cortei e dei comizi. Sono le stesse facce del popolo di sinistra (giusto una manciata di vip in più). Le stesse bandiere, molte rosse, molte verdi, molte arcobaleno-pacifiste, molte con i simboli dei partiti (e con poche novità lessicali e cromatiche, malgrado le raccomandazioni «spontaneiste» della vigilia). Lo stesso servizio d´ordine, gentilmente messo a disposizione dalla Cgil di Sergio Cofferati. Persino lo stesso luogo: Piazza San Giovanni, meta e simbolo di chissà quante manifestazioni politiche e sindacali. Ma l´immagine di quei politici sotto e non sopra, chiamati individualmente, come nomi da pagine gialle e non come leader di partito, offrono la rappresentazione di un cambiamento radicale. Le telecamere, è vero, inseguono Piero Fassino e Luciano Violante, Francesco Rutelli e Alfonso Pecoraro Scanio, Walter Veltroni e Oliviero Diliberto e i taccuini dei giornalisti si squadernano a caccia di una dichiarazione. Ma inseguono sopratutto i simboli della «società civile», i volti noti che si fanno largo tra gli osanna della piazza gremita, da Michele Santoro a Dario Fo, da Roberto Zaccaria e Monica Guerritore a Fabio Fazio. Unica eccezione: Sergio Cofferati, che viene gratificato da un´ovazione nell´applausometro e che sembra l´unico spazio concesso dal palco ai politici invisibili, persino con qualche fischio di troppo. E pensare che, chissà perché, forse per distrazione, o forse con la malavoglia di chi si accinge a sbrigare una pratica poco entusiasmante, Nanni Moretti dal palco ha sbagliato il nome di Castagnetti (Luigi, anziché Pierluigi) e di Parisi ha detto solo il cognome, senza il nome Arturo. E pensare anche che, rispetto al programma della vigilia, si è allargata la sfera degli oratori, ma non per includere «i politici» tenuti a giocare un ruolo di comparse, bensì per accalorarsi con Dario Fo e Franca Rame, Giuliano Giuliani (una strizzata d´occhio ai no-global) e l´immigrato dell´Arci (per non apparire troppo elitari e borghesi pasciuti e snob), Lella Costa e Elio Veltri (solo a nome di Paolo Sylos Labini, però). Ma la separazione fisica tra i «politici», confinati ai piedi del palco, e la crème girotondista è stata rispettata con drastica intransigenza. Con un effetto collaterale. Che con il ridimensionamento fisico e simbolico della leadership politica del centro-sinistra, gli umori della piazza hanno potuto dilagare con punte di oltranzismo che forse hanno messo a dura prova persino la gestione apparentemente «moderata» degli organizzatori. A cominciare dall´intervento di Gino Strada di Emergency che ha sostenuto in un diluvio di applausi che l´embargo Onu all´Iraq (l´embargo, non la guerra) è fatto della stessa pasta terroristica degli attentati dell´11 settembre. Cose che non si sarebbero dette se la leadership del centro-sinistra non fosse stata messa ai margini. Piero Fassino afferma: «Qui c´è la stessa gente che si trova alle feste dell´Unità e alle manifestazioni di partito». E aggiunge che «la contrapposizione tra partiti e movimenti è un´invenzione giornalistica». Ma non è un´invenzione il fatto che, se tutto appare simile alle solite manifestazioni, l´unica, sostanziale, gigantesca differenza è che qui i «politici» non hanno diritto di parola. Perciò Fausto Bertinotti può ritenersi soddisfatto se il suo nome non sfigura nella classifica sancita dall´applausometro di piazza, unico e problematico momento di sfogo per i partiti ridotti a comprimari della manifestazione. Perciò a doversi misurare con la radiosa giornata girotondista sarà molto più la leadership contestata della sinistra che non la maggioranza dell´odiato Berlusconi. Con il corollario che, considerata la consapevole ritrosia con cui i girotondisti guardano alla ventilata ipotesi di un «partito Sacher», il rischio da cui si dovranno guardare i «politici» recintati sotto il palco è quello dell´inseguimento dei girotondi e della «sacherizzazione» dei partiti attualmente esistenti