E Palazzo Chigi blocca Padoa-Schioppa

20/06/2007
    mercoledì 20 giugno 2007

    Pagina 3 – Economia

      IL RETROSCENA

        Prodi infuriato per le cifre sulla previdenza diffuse dal Tesoro. Pressing dell´ala radicale e di quella riformista sul ministro, che non va al vertice

          E Palazzo Chigi blocca Padoa-Schioppa

            Maggioranza in allarme per la tenuta del governo: cena segreta Ds-Margherita

              CLAUDIO TITO

              ROMA – Non se lo aspettava. Non lo aveva previsto. Eppure Tommaso Padoa-Schioppa ha dovuto fare un passo indietro. Disertare l´incontro con le parti sociali, il summit decisivo sulla riforma delle pensioni. «Forse è meglio così», gli hanno fatto sapere da Palazzo Chigi. Le indiscrezioni sullo sfondamento della spesa previdenziale se sarà cancellato il cosiddetto "scalone", del resto, avevano indispettito un po´ tutti. Il pressing per un momentaneo "allontamento" del ministro è stato fortissimo. Dell´ala radicale. E anche di quella riformista. Che vede proprio nelle tappe "economiche" di giugno lo scoglio più grande per il governo. Tant´è che i vertici di Ds e Margherita si sono riuniti segretamente venerdì scorso, per lanciare l´allarme sulla tenuta del governo e studiare le contromosse. D´Alema, Rutelli, Fassino e gli stati maggiore dei due partiti (ma non c´era nemmeno un prodiano) si sono visti a cena, a casa di un ministro Dl. Ventilando un pericolo: «La barca rischia di affondare». E, ha chiosato il ministro degli Esteri tra una portata e l´altra, «ci trascinerà tutti giù».

              Da quella sera il forcing per stringere un patto con Cgil Cisl e Uil è cresciuto esponenzialmente. Per molti, allora, non è stato un caso che all´incontro – «c´è la possibilità di un accordo», ha detto il premier -, il ministro dell´Economia non abbia preso parte. E non lo ha fatto perché implicitamente gliel´ha chiesto il Professore. E, più o meno esplicitamente, gliel´hanno imposto buona parte dei partiti del centrosinistra. Il documento di Via XX Settembre sugli effetti della mancata cancellazione del cosiddetto "scalone", aveva fatto infuriare un po´ tutti. Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti ieri mattina hanno subito protestato con Palazzo Chigi: «Una cosa che mette a rischio la trattativa», hanno avvertito.

              Il confronto sulla riforma previdenziale per un momento ha attraversato la linea del fallimento. E anche Prodi si è infuriato. Ha contattato al telefono Tps e lo ha rimproverato per quella «mossa» non concordata. «Ma perché hai fatto girare quel documento? Hai calcolato le conseguenze? Ora come ti presenti davanti ai sindacati?». Preoccupazioni condivise pure dal ministro del Lavoro, Cesare Damiano: «È una cosa che può compromettere tutto». Alcuni dei partner dell´Unione parlano di «commissariamento» di Padoa-Schioppa. Per Palazzo Chigi, non è così. Ma certo, il rischio che la delicata vertenza pensionistica potesse saltare per un incidente diplomatico è stato valutato attentamente. E non è un caso che nonostante la sua audizione alla commissione lavori pubblici del Senato fosse terminata in tempo, il ministro ha preferito non raggiungere la riunione. E non è un caso che lo stesso titolare del Tesoro abbia recapitato un messaggio esplicito al capo del governo: «Se l´accordo non sarà compatibile con i nostri conti, io non lo firmerò». Una fermezza che, anche a Palazzo Chigi hanno considerato eccessiva. Anche perché la strada dell´intesa stavolta è aperta: sul tavolo resta il progetto di trasformare lo "scalone" in tre scalini accompagnandoli in parte con un sistema di incentivi e soprattutto ampliando la platea dei cosiddetti "lavori usuranti", quelli esclusi dall´innalzamento dell´età pensionabile. Una soluzione che se sta lentamente convincendo le parti sociali, ma che non ha affatto persuaso la sinistra radicale. A partire da Rifondazione comunista.

              Che l´Unione stia vivendo una fase di fibrillazione, lo dimostra anche il vertice super segreto della scorsa settimana. A casa del ministro Gentiloni si sono riuniti D´Alema, Rutelli, Fassino, Franceschini, Finocchiaro, Migliavacca, Soro e Fioroni. Le due delegazioni di Quercia e Margherita al gran completo. Una davanti all´altra, senza Prodi e senza i prodiani. Al centro della discussione: il Pd e il governo. «Non so quanto durerà», ha ripetuto più di una volta il segretario Ds. Un dubbio che ha aleggiato per tutta la serata. Come i sospetti sulle manovre in corso soprattutto al Senato. I riflettori sono stati puntati sulle voci sempre più forti di una possibile spaccatura all´interno della Svp. Un tormento che potrebbe portare al ritiro dell´appoggio all´esecutivo. Luci anche sulla voglia dei "piccoli" partiti di votare con l´attuale legge senza aspettare il referendum. Quindi un esame sulle ipotesi – respinte – di un esecutivo per varare la riforma elettorale. «Il malessere c´è, non nascondiamolo – ha rincarato la dose Rutelli – e le elezioni amministrative ce lo hanno dimostrato. Dobbiamo trovare una soluzione. Così non si può andare avanti». Anche perché, ha sintetizzato D´Alema con una battuta riferita alla gita domenicale sul Po di Prodi, «il rischio è che se la sua barca cade, lui è l´unico che va a finire su una secca. Tutti gli altri affogano. È un po´ la metafora che stiamo vivendo nel governo…». Tutti d´accordo. Lo sono stati meno quando nel menù è comparso il Partito Democratico. «Visto che a Palazzo Chigi c´è ancora Romano – è stato la frase di Fassino – i Ds non potranno non esprimere il segretario». Gelo. Nessuna risposta. E tutti a casa.