E Mussi ha conquistato mezzo vertice della Cgil

27/03/2007
    martedì 27 marzo 2007

    Pagina 15 – Politica

    Quattro membri della segreteria del sindacato votano la mozione del ministro. Epifani non si schiera

      E Mussi ha conquistato
      mezzo vertice della Cgil

        Enrico Marro

        ROMA — Gli scossoni che hanno colpito i Ds in vista del congresso del 19-21 aprile a Firenze stanno investendo con intensità la Cgil. Mezzo gruppo dirigente del più grande sindacato italiano ha scelto la mozione di Fabio Mussi «A sinistra». Si identifica cioè con quel pezzo dei Ds, capeggiato oltre che dal ministro dell’Università anche da Cesare Salvi, Fulvia Bandoli e Valdo Spini, che si oppone al matrimonio con la Margherita e alla nascita del «partito democratico». Mussi riunirà i suoi giovedì a Roma per decidere, tra l’altro, se partecipare al congresso di Firenze o se uscire prima dal partito di Fassino e D’Alema, per aprire subito un dialogo con Rifondazione comunista e/o con i socialisti di Enrico Boselli alla ricerca di un nuovo soggetto politico. Tra i cinque promotori della mozione Mussi c’è un personaggio di spicco della segreteria Cgil, Paolo Nerozzi. Ma anche altri 3 segretari confederali l’appoggiano: Fulvio Fammoni, Morena Piccinini (che ha la delicata delega sulle pensioni) e Carla Cantone, responsabile dell’organizzazione.

        La segreteria Cgil risulta così spaccata a metà, perché ai quattro «mussiani» si contrappongono i quattro che sostengono la mozione Fassino per il partito democratico: Mauro Guzzonato, Achille Passoni, Nicoletta Rocchi e Marigia Maulucci (benché non più iscritta ai Ds). C’è poi Paola Agnello Modica, vicina alla sinistra radicale, ma senza partito (uscì da Rifondazione quando ci fu la scissione del Pdci). Resta infine il più importante, il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, diessino, ex socialista. Epifani ha scelto di non schierarsi con alcuna mozione (fece così anche due anni fa quando la divisione era tra il «correntone» e i dalemiani). E così la bilancia resta in equilibrio.

        Fuori dalla segreteria confederale i mussiani possono contare sull’appoggio di importanti segretari di categoria: Enrico Panini (scuola), Carlo Podda (pubblico impiego), Franco Chiriaco (agroalimentare), Betty Leone (pensionati). A questi bisogna aggiungere i leader di strutture regionali come la Lombardia (Susanna Camusso), il Lazio (Walter Schiavella), la Puglia (Domenico Pantaleo), il Molise (Italo Stellon). Di assoluto rilievo, infine, il sostegno a Mussi di Raffaele Minelli, presidente del direttivo della Cgil (il parlamentino di Corso Italia) e dell’Inca (il patronato della Cgil), nonché sindacalista vicinissimo ad Epifani.

        In Cgil, insomma, l’opposizione al partito democratico è molto forte. Con motivazioni diverse. C’è una parte che ha scelto Mussi e Salvi perché è su posizioni intransigenti in materia di welfare e mercato del lavoro, più vicine a quelle di Rifondazione che a quelle di Fassino e D’Alema. È il caso per esempio di Podda, Panini e Chiriaco. Ma c’è anche una parte che non vuole il Pd perché lo vede come un nuovo compromesso storico tra ex comunisti ed ex democristiani che annullerebbe lo spazio politico della famiglia laico-socialista. Spiega così, per esempio, la sua scelta l’ex socialista Susanna Camusso. La conclusione è comunque questa: se finora il grosso della Cgil si è identificato con i Ds (e prima con il Pds e il Pci) non sarà così se nascerà il partito democratico. Si passerà da un punto di riferimento egemone a una pluralità di referenti.

        La scomposizione dei Ds avviene mentre il sindacato si avvia a trattare col governo e le imprese sulle riforme per la competitività e lo Stato sociale. Le divisioni già presenti a sinistra sulle pensioni (da Fassino a Giordano, passando per Salvi) potrebbero inasprirsi se si dovesse arrivare a un’ipotesi di accordo lungo le linee tracciate da Romano Prodi (aumento dell’età pensionabile e taglio dei coefficienti) e se i mussiani dovessero uscire dai Ds e avvicinarsi a Rifondazione. E questo potrebbe agire da freno sulla disponibilità della Cgil all’accordo, oltre al freno già rappresentato dalla posizione intransigente dei metalmeccanici (Fiom) di Gianni Rinaldini e Giorgio Cremaschi. Ma Nerozzi nega: «L’autonomia della Cgil dai partiti sta sopra ogni altra cosa. Noi condividiamo il documento unitario con Cisl e Uil e quanto votato dalla Cgil nel direttivo». Epifani, commentando l’inizio del negoziato con Prodi, ha detto: «Non sarà una passeggiata». Non lo sarà neppure nella Cgil.