E Maroni rispolvera le gabbie salariali

17/02/2004


17 Febbraio 2004

E Maroni rispolvera le gabbie salariali
Il ministro ai sindacati: discutiamo di potere d’acquisto e contratti diversificati

Roberto Giovannini
ROMA
Il governo torna all’assalto sul tema delle «gabbie salariali». Ieri il ministro del Welfare Roberto Maroni ha rilanciato l’esigenza di collegare più strettamente il salario che viene contrattato da aziende e sindacati con la realtà locale in cui sono fisicamente situati lavoratori e imprese. «Un contratto unico nazionale – ha detto Maroni – che preveda stipendi e salari uguali ovunque, che non tengono conto quindi del costo della vita che è localmente diverso, da Regione a Regione e da Provincia a Provincia, è un contratto che non garantisce il valore reale degli stipendi e dei salari».
Una linea, quella del depotenziamento o dell’abolizione dei contratti nazionali di categoria, già sostenuta nel «Libro Bianco» sul lavoro di Marco Biagi, che se attuata cambierebbe completamente il sistema contrattuale oggi in vigore: come prescrivono gli accordi del luglio del ‘93, oggi il salario (inteso come recupero del potere d’acquisto rispetto all’inflazione) viene negoziato a livello nazionale, nei contratti di categoria. A livello aziendale o territoriale, invece, le parti sociali contrattano aumenti legati ai miglioramenti del processo produttivo e della produttività del lavoro. È un tema, ha detto Maroni, «che questo governo ha promesso ai sindacati di aprire per affrontare il problema del carovita, un tavolo che credo si possa aprire dopo giovedì prossimo, quando ci sarà la fase conclusiva del confronto sulle pensioni». Anche perché, ha proseguito, «le parti sociali hanno un ruolo che loro compete, ed è quello della revisione dei modelli contrattuali. Su questo tema c’è una riflessione in corso da parte di alcune parti sociali, come Cisl e Confindustria e, come c’è scritto nel “libro bianco” di Marco Biagi, occorre ridefinire il modello contrattuale per tener conto del costo della vita. Allora si avrebbe una struttura del salario più articolata e più flessibile che non farebbe venir meno la necessità del contratto unico nazionale, ma adatterebbe la retribuzione al costo della vita distribuendo ovunque salari reali e non fittizi».
Sempre ieri, però, Maroni ha ammesso che questo «è un tema che compete alle parti sociali e non al governo, il quale non può fare altro che sollecitare ma non normare». E in effetti le cose stanno così: le regole della contrattazione sindacale sono definite autonomamente da sindacati e imprenditori. Tutti sanno che il governo – e a maggior ragione il leghista ministro del Welfare – vedrebbe con favore una contrattazione regionale, vicina per molti versi al vecchio sistema – abbandonato negli anni ‘60 – delle «gabbie salariali» per provincia, sotto la spinta delle lotte dell’«autunno caldo». Una idea che – anche se in una forma non meglio precisata – piace anche al leader della Margherita Francesco Rutelli. Ma allo stesso tempo, è chiarissimo che non è alle viste alcun possibile accordo tra sindacati e Confindustria sull’argomento. Se non altro, perché Confindustria per molti mesi sarà impegnata nel rinnovamento del vertice; e in assenza di una guida dell’associazione dei datori di lavoro, è del tutto irrealistico immaginare l’avvio di un negoziato tanto impegnativo. In più, i sostenitori della contrattazione regionale o delle gabbie salariali vere e proprie devono fare i conti con la posizione delle tre centrali sindacali. Che (con maggiore o minore entusiasmo) non hanno nessuna intenzione di abbandonare il sistema incentrato sui contratti nazionali di categoria.
È la Cisl il sindacato che più si è esposto sull’argomento: da molti anni il sindacato di Via Po propugna un potenziamento sostanziale del secondo livello contrattuale (aziendale o in alternativa territoriale, affidandogli più materie negoziali. Oggi, il sindacato di Savino Pezzotta definisce il contratto nazionale «un elemento di equilibrio», ma ha in effetti chiesto più volte alle altre organizzazioni di discutere come articolare la contrattazione tenendo conto delle peculiarità aziendali e territoriali. La Uil con il numero uno Luigi Angeletti ha bocciato l’ipotesi delle gabbie salariali come «un’idea senza senso» mentre la Cgil, difende il modello contrattuale attuale chiedendo di estendere la contrattazione di secondo livello senza ridurre il peso del contratto nazionale, che continua a ritenere un elemento centrale per la salvaguardia del potere d’acquisto, in grado di consentire più forza contrattuale ai lavoratori delle aree più deboli e di ridurre gradualmente le distanze di reddito che ancora separano Nord e Sud.