È l’Italia: 150mila bambini al lavoro

07/10/2003

1- È l’Italia: 150mila bambini al lavoro
2- la scheda
3- Intervista. Genovesi: «Situazione indegna per un paese civile…»




martedì 7 ottobre 2003
Storie di miseria e disperazione, uno spaccato drammatico raccontato in un dossier dalla «Global march against child labour»
È l’Italia: 150mila bambini al lavoro
I dati Istat sul settimo paese più industrializzato: per 30mila è sfruttamento. Allo stato puro
di 
Osvaldo Sabato

FIRENZE Claudio ha 17 anni e abita nel quartiere di San Cristoforo a Catania. Ha iniziato a lavorare a quindici anni in una pescheria della città siciliana, cinque ore al giorno per 25 euro la settimana. Ma non lo hanno mai pagato ed è andato via. Mauro invece quando si è presentato a un centro di volontari catanesi, che operano contro lo sfruttamento minorile, aveva dodici anni, frequentava la seconda media e prometteva molto bene. Una storia, la sua, fatta di miseria
e disperazione: aveva tredici anni quando il padre abbandonò la
famiglia dopo la nascita di un secondo figlio. Da allora per Mauro le
giornate sono state tutte uguali: lavoro e lavoro. Fino a oggi che continua a farlo al nero, con le paghe misere, ma con la voglia di andare avanti. Anche per lui un altro mondo sarà, forse, possibile.
Questi non sono che alcuni spaccati della realtà del sud d’Italia raccontati in un dossier dal Gapa (Giovani assolutamente per agire) che dal 1987 sono in prima fila a sostegno dei minori nel quartiere di S. Cristoforo, nella parte sud di Catania, che può essere considerata una delle zone calde della mafia. Questo quartiere è il covo del clan mafioso Santapaola. Come Claudio e Mauro in Italia ci sono 144.285 minori sfruttati quotidianamente nelle botteghe, nelle officine e nei cantieri. Senza la pur minima garanzia e contro le leggi che vietano il lavoro minorile. Di questi bambini fra i 7 e i 14 anni ben 31.500 sono quelli che vengono letteralmente sfruttati. E a volte, come avviene in India, per pagare i debiti contratti dai loro genitori. Tutto ciò accade nonostante una legge del 1997 fissi l’età minima per iniziare a lavorare a 15 anni e a 14 quella per la manodopera agricola e i servizi sanitari. Bastano questi dati per capire l’importanza della battaglia nazionale e internazionale contro lo sfruttamento dei più piccoli,
che culminerà nel maggio del 2004 con un grande congresso mondiale a Firenze. Sarebbero almeno 246 milioni i bambini sfruttati e la maggior parte di questi non ha mai visto un banco di scuola. Certo nel Bel Paese non abbiamo le grandi masse dei restavek haitiani, o i bambini nudi nelle favelas come accade in Brasile. Non ci sono storie tragiche conosciute come quella del bambino pachistano Iqbal Masih – ucciso dalla mafia dei tappeti – però anche da noi il problema esiste. E non bisogna abbassare la guardia. L’abbandono scolastico è una spia molto forte e quasi continuamente si arriva a questo punto perché le famiglie chiedono il contributo delle braccia, anche se piccole, e nell’Italia sempre più povera di Berlusconi, il fenomeno sembra in ascesa. La crisi si sente ancora di più in
queste fasce sociali. E nella scuola dell’era Moratti i minori sentono di
non potere avere prospettive concrete e una adeguata formazione
professionale per entrare dalla porta principale nel mondo del lavoro.
Un quadro più esauriente della situazione italiana emerge dai dati
raccolti dalla “Global march against child labour” e inglobati nel rapporto “Out of the shadows. Global Report on the Worst forms of child labour for 2002”. Anche in questo caso si evidenzia come anche in Italia migliaia di bambini sono immessi nel mercato illegale del lavoro. E molti di loro sono provenienti da Nord Africa, Albania, Cina e Filippine. Senza dimenticare i tremila bambini albanesi dediti all’accattonaggio sui nostri marciapiedi, ridotti a veri e propri schiavi dalla criminalità organizzata. O le 900 bambine, che secondo una ricerca del Censis fatta tre anni fa, si prostituivano nelle città italiane. Un fenomeno che, a quanto pare, riguarda anche Firenze, come rivelato dall’assessore fiorentino all’Infanzia, Daniela Lastri. Certo che anche nel capoluogo toscano ci sarebbero baby prostitute: «Ci sono stati casi di denunce in ambito extrascolastico di bambini e bambine – afferma l’assessore Lastri – e non parlo solo delle vittime di pedofilia». Stando sempre alle notizie raccolte dal Consiglio
d’Europa, molti bambini di origine Rom sarebbero protagonisti involontari del traffico internazionale dall’ex Jugoslavia per poi essere impiegati nelle faccende legate alla criminalità italiana. Vengono usati
per lo più nella campagna siciliana, non prima di aver frequentato delle vere e proprie “lezioni” gestite dalla mafia su come usare le armi e come trafficare sostanze stupefacenti. La battaglia contro il lavoro minorile portato avanti da alcune associazioni di volontariato, come Mani Tese, troverà una sponda in vari appuntamenti: dalla campagna di raccolta di fondi per i suoi progetti, alle iniziative nelle maggiori piazze italiane con la distribuzione di materiale di denuncia.
Il 13 maggio 2004 ci sarà, infine, una marcia dei bambini a Firenze, dopo il primo congresso mondiale dell’infanzia sfruttata, che concluderà l’intero percorso dell’attività di Mani Tese, nella sua veste di coordinatore europeo della Global march: 500 piccoli arriveranno in Toscana da ogni parte del globo per raccontare le loro piaghe fatte di miseria e… nobiltà. E sicuramente non ci sarà tanto da ridere.

la scheda
· I DATI ISTAT Secondo gli ultimi dati forniti dall’Istituto nazionale di statistica circa 144.285 bambini tra i 7 e i 14 anni sarebbero economicamente attivi in Italia. Di questi almeno 31.500 sono da considerarsi come bambini sfruttati.
· LA LEGGE La legge 977 del 1967 ha fissato l’età minima di ammissione al lavoro a 15 anni e a 14 quella per il lavoro agricolo e i servizi familiari. È dunque proibito il «lavoro dei fanciulli», mentre quello «degli adolescenti» è regolamentato.
· GLI STRANIERI Moltissimi provengono dal Nord Africa, dall’Albania, dalla Cina e dalle Filippine.
· COSA FANNO In particolare, secondo i datiraccolti nel nostro paese dalla Global March against Child Labour, l’accattonaggio, molto diffuso anche nelle comunità nomadi, coinvolgerebbe circa3mila bambini albanesi. È in aumento il traffico di bambine e ragazze a scopo di prostituzione: provengono specialmente dall’Albania, dalla Nigeria, dalla Russia e dall’Europa dell’est.

l’esperto della Cgil
«Situazione indegna per un paese civile…
che il governo finisce per incoraggiare»

Maristella Iervasi

ROMA «L’Italia, con questo governo, sta facendo di tutto per incoraggiare il lavoro minorile. Sta facendo di tutto per consolidare
un’idea di sviluppo in barba ad ogni diritto e tutela: dalla formazione al sostegno al reddito». Parla Alessandro Genovesi, responsabile dell’economia sommersa della Cgil. E spiega: «Non è rendendo le
famiglie più povere che si combatte lo sfruttamento dei lavoratori baby. Un dramma, quello che sta accadendo nel nostro paese. Dopo la fase d’attacco al padre, quella del figlio ed ora sui nonni, con le pensioni. Ma si sa, questo è il governo dei condoni».
Si spieghi meglio…
«Voglio dire che si sta operando per non combattere il lavoro minorile. C’era la legge quadro sull’assistenza che agiva sul padre, sulle famiglie: è stata congelata e ai Comuni sono state tagliate le risorse. Per non parlare della Moratti… con lei l’obbligo scolastico è stato abbassato a 14 anni. C’era anche il reddito minino l’inserimento, che aiutava le famiglie bisognose e quindi
contribuiva alla lotta contro la dispersione scolastica: abolito. Nulla di tutto questo è oggi in vigore».
Secondo l’Istat, 144.285 bambini tra i 7 e i 14 anni lavorano. E di questi almeno 31.500 vengono sfruttati. Come commenta questi dati?
«Andiamo per ordine. I dati Istat sul lavoro minorile sono sottostimati, mancano nelle loro statistiche il computo dei rom
e dei bambini immigrati. Cosa che noi come sindacato abbiamo conteggiato nel 2001, facendo salire il dato a 300mila minori
sfruttati».
Ma l’Italia non dovrebbe vergognarsi? E membro dei sette grandi e i suoi piccoli?
«È un quadro drammatico e indegno di un paese civile. Schematicamente c’è uno sfruttamento del minore per necessità, per
lo più accentuato nel Mezzogiorno e presso le famiglie immigrate. E poi c’è il ragazzetto del Nord-Est che lavora nell’azienda del padre o del cugino, per degrado culturale».
Dunque?
«L’Italia è lo specchio di una contraddizione di un modello di sviluppo: invece di scommettere sulla formazione e l’inclusione,
arretra. Invece di sviluppare pratiche di condanna sociale sembra tollerare il lavoro nero nella sua patologia, senza metter mano
alla vera questione: rendere la scuola appetibile e garantire realmente il diritto all’istruzione fino ai 18 anni d’età. Nonché ridare ai Comuni gli strumenti e le risorse per una politica sociale integrata».