E le deroghe son servite

30/09/2010

A volte c’è problema persino a capire di cosa si stia discutendo. Ieri sera –dopo una «trattativa» iniziata alle ore 14 e che la stessa Federmeccanica prevedeva «breve» – è stato siglato l’«accordo sulle deroghe» al contratto nazionale dei metalmeccanici. «Uno strappo democratico gravissimo», nel giudizio di Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, perché le sigle che l’hanno sottoscritto «non hanno nessun mandato dei lavoratori; e perchè «apre il percorso a chi vorrebbe cancellare il contratto nazionale». Ovvero l’unica garanzia, per un dipendente, di non restare «solo» davanti al datore di lavoro. «Una scelta sbagliata», anche secondo il segretario generale Cgil, Guglielmo Epifani, «che porterà inevitabilmente alla cancellazione di un contratto nazionale». Primo problema. Di contratti nazionali in vigore ce ne sono due. Uno, del 2008, firmato anche dalla Fiom Cgil e valido fino alla fine del 2011, non ammette «deroghe». Un altro, siglato qualche mese fa solo da Cisl, Uil e Fismic,ma non dalla Fiom, è stato invece ricalcato sull’accordo interconfederale del 2009, che ha disegnato «un nuovo modello contrattuale». Le deroghe si riferiscono a quest’ultimo e lo svuotano completamente. L’accordo di ieri è di fatto solo un «via libera » alla formulazione di un «contratto per il settore auto», che la Fiat – in pratica l’unico fabbricante di autoveicoli in Italia – sembra avere le idee chiarissime su come deve esser fatto: tanti turni, pochi soldi, zitti sempre e niente contrattazione sindacale sulle condizioni di lavoro. Ma nessuno vuole ammetterlo apertamente. Il presidente di Federmeccanica, Pier Luigi Ceccardi, dopo la firma spiegava che «l’accordo riguarda tutte le 12 mila imprese associate a Federmeccanica» e «non prevede regole specifiche per l’auto». In effetti, «il merito» di questo accordo sarà letteralmente dettato dalla Fiat il 5 ottobre, nell’incontro da lei convocato con tutti i sindacati. Nessun dubbio sostanziale che voglia farlo combaciare con il suo «modello Pomigliano». Al di là delle ipocrisie diplomatiche, infatti, basta ascoltare cosa ha detto, sempre ieri, Roberto Di Maulo, segretario del Fismic. «Senza la definizione di regole specifiche per il comparto auto che recepiscano con chiarezza la clausola di responsabilità (ovvero la sanzionabilità di lavoratori e sindacati in caso di sciopero, ndr) definita nell’accordo di Pomigliano, ci troveremmo nella classica situazione situazione della montagna che partorisce il topolino». Per Di Maulo, infatti, «occorre che a partire da Cassino, in ogni stabilimento Fiat e nel settore anufatturiero, si estenda l’accordo di Pomigliano, che deve rappresentare la prima esperienza per tutta l’Italia» . Si potrebbe pensare che in fondo si tratti della sparata di un sindacatino inesistente fuori dalla Fiat. Ma bisogna tener conto che il Fismic è l’unico «sindacato» a poter vantare una filiazione tutta aziendale. Una volta si chiamava Sida, e venne letteralmente inventato da Valletta – allora seduto al posto oggi occupato da Sergio Marchionne – come filiale dell’«ufficio del personale». L’«aria nuova» che spira nell’industria italiana lo spinge perciò a togliersi addirittura qualche sassolino dalla scarpa: «Con Fim e Uilm dovremmo essere alleati, invece in talune occasioni ci ostacolano, come dessimo loro fastidio. Spero che mantengano la loro posizione unitaria per la firma all’accordo per il contratto auto il 5 ottobre prossimo con Federmeccanica». Il buon Di Maulo, unversalmente definito «la voce del padrone», avverte tutti: si farà un «contratto auto» e gli altri sindacati – nelle «nuove relazioni industriali» che hanno già sottoscritto – saranno decisamente meno importanti. Resta la Fiom,ma Di Maulo, scaramanticamente, non ne parla.