E la sinistra ora attende che Cofferati entri in campo

08/04/2002


 
Pagina 9 – Interni
 
E la sinistra ora attende che Cofferati entri in campo
 
 
 
Da Fassino l´omaggio più significativo: "Il congresso di Pesaro è oramai alle spalle"
Il segretario della Cgil è rimasto in silenzio. Una prudenza che ha deluso i tanti "tifosi"
 

CURZIO MALTESE

ROMA – Tanti discorsi, alcuni interessanti, altri molto meno, alla nascita di Aprile, l´associazione figlia del «correntone». Ma gli occhi e i pensieri di tutti, al teatro Eliseo, erano per l´unico che non ha parlato, Sergio Cofferati. E´ arrivato fra i primi, accolto come una rock star, con tanto di interminabile standing ovation, si è seduto in prima fila e da lì ha accolto quattro ore di omaggi dal palco. Ha cominciato Giovanni Berlinguer, dedicando al Cinese l´unica citazione, dal discorso tenuto al Circo Massimo. Sono andati avanti gli altri, dai redivivi Occhetto e Tortorella, fino ad Antonio Bassolino, passando per il comunista Rizzo e perfino per Antonio Di Pietro, improvvisamente convinto dell´«unità, unità, unità contro Berlusconi». Ma l´omaggio più gradito è arrivato dall´onesto Piero Fassino, l´avversario di ieri. Il segretario dei Ds ha strappato vari applausi, il più grande quando ha detto: «Il congresso di Pesaro è ormai alle spalle». Fassino si è affrettato a precisare il significato: «Perché oggi mi sento il segretario di tutti». Ma la platea correntonista l´ha interpretata come l´ammissione che ormai, da Pesaro, l´aria è cambiata, fra Palavobis, girotondi, movimenti vari. Ma soprattutto dopo quel 23 marzo che ha saputo riunire per la prima volta tutta l´opposizione sotto una bandiera, quella rossa della Cgil, un valore comune, «i diritti», e un leader.
La nascita di Aprile arrivava in fondo a una settimana di congressi che ha eletto, nei fatti e nelle parole, Cofferati come il vero capo dell´opposizione. L´ombra del Cinese si era allungata da Bologna a Rimini, da destra a sinistra. Al congresso di An, dove tutti i leader goverativi, da Fini a Berlusconi a Bossi, hanno polemizzato a distanza (o dialogato, come Casini) soltanto con il segretario della Cgil, ignorando Fassino e Rutelli e lasciandosi andare, chi più chi meno, all´aperto rimpianto per D´Alema. Nelle stesse ore Cofferati ha raccolto l´ovazione di Rimini e un impensabile successo politico, riuscendo in pochi giorni nell´impresa fallita in anni da tutti i leader dell´Ulivo: far cambiare idea a Bertinotti. Tale è la paura che il Cinese «scenda in campo» e gli svuoti le urne.
Non c´era insomma alcun bisogno per Cofferati di salire sul palco dell´Eliseo e benedire la nascita di Aprile, che pure ha come primo ed evidente obiettivo politico l´elezione del pensionando Cgil alla guida della sinistra. E infatti Cofferati non ha parlato. Mossa conveniente, per lui. Molto meno per il numeroso pubblico, che non era venuto per Occhetto e Tortorella, con tutto il rispetto, e s´è scaldato solo nel finale per l´intervento appassionato di Antonio Bassolino. Perché, fatte salve tutte le migliori intenzioni di questo mondo, le ribadite «aperture» a destra e soprattutto a sinistra, la fiera disponibilità ad «accogliere tutti i movimenti», l´incrollabile volontà di «chiudere con gli atteggiamenti da nomenclatura», alla fine nella minoranza dei Ds, come nella maggioranza, hanno diritto di parola soltanto gli ex componenti del comitato centrale del Pci (e per motivi di età, gli ex dirigenti Fgci). Con l´unica differenza che, al confronto, il vecchio comitato centrale del Pci era un viavai di «società civile». Era la regola ferrea del «dibattito interno» quando a guidare la fronda era Walter Veltroni, e tale è rimasta. Con il risultato che il dibattito rimane molto, troppo interno. Quando Pancho Pardi ha provato a rompere il rito, è stato subito ricondotto all´ordine da Berlinguer.
Si capisce allora la prudenza di Cofferati, che viene da una storia parallela ma differente, quella del sindacato, e conosce bene l´altra. Se davvero arrivasse al posto di Fassino, sarebbe il primo «papa laico» di un partito che, fra cento svolte, ha sempre mantenuto la stessa dirigenza, l´eterna selezione interna dei quadri. Altro che cambiare una sigla o un simbolo. Saranno maturi i tempi della sinistra per una simile rivoluzione? Forse no. Dunque è meglio continuare a dire che «non è questione di persone o di leadership», che «contano le idee, i progetti, i valori». Tutto vero, certo. Ma se davvero poi Cofferati, come minaccia, tornasse a fare l´impiegato alla Pirelli, sai che delusione per la «sinistra rinata». E naturalmente, che sollievo per i berluscones della politica e dell´informazione.