E’ la più quotata

24/02/2003



Lunedì 24 febbraio 2003


MANAGER
Tutta business e famiglia

E’ la più quotata

Fernanda Pelati (Coin), tra le poche donne a capo di società del listino

      Ha il curriculum di una manager di ferro, ma i modi di una gentile signora dell’alta borghesia il futuro amministratore delegato del gruppo Coin. Fernanda Pelati, milanese, classe 1958, sarà, a partire da fine marzo, uno dei rari volti femminili della Borsa italiana. La prima «Ceo» donna catapultata dall’esterno alla guida di un gruppo familiare quotato. A trovarla tra decine di candidati è stato il cacciatore di teste Egon Zehnder, mentre a darle il benvenuto sono stati due rappresentanti della terza generazione della famiglia veneta, Marta e Piero, figli rispettivamente di Piergiorgio e Vittorio. L’arrivo di Pelati in Coin segna una svolta nella tormentata storia del gruppo veneto. La fine di una guerra dinastica durata tre anni e non diversa da quelle che hanno paralizzato altre famiglie del capitalismo italiano, dai Riello ai Tabacchi, dai Bisazza ai Bormioli. Alla giovane manager spetta il delicato compito di gestire il rilancio di un gruppo che ha la leadership in Italia per l’abbigliamento nella grande distribuzione, ma che sta attraversando un periodo di difficoltà, in particolare a causa della crisi della controllata tedesca Kaufhalle. Sulla sua nuova scrivania Pelati troverà anche l’offerta del fondo Bridgepoint per rilevare la catena dei punti vendita con il marchio Coin.
      Ma probabilmente la riporrà nel cassetto. La sua missione non è quella di vendere ma di conquistare: i consumatori da un lato, gli analisti e gli investitori dall’altro. Non è una sfida da poco con i venti di guerra che tirano. Ma Pelati non è tipo che si spaventa. Ha alle spalle la gestione delle risorse umane nell’area del Medio Oriente del gruppo Honeywell proprio durante gli anni della guerra del Golfo, e poi 10 anni di carriera in Ikea.
      Secondogenita di una famiglia della buona borghesia milanese, Pelati inizia a lavorare giovanissima: a 23 anni interrompe il corso di laurea in lettere straniere alla Statale di Milano per entrare nel gruppo Honeywell Control Systems. Nella multinazionale dei computer fa presto a scalare le gerarchie: in poco tempo dalla consociata italiana approda al quartier generale di Bruxelles. Si occupa di risorse umane per tutta la prima linea dei top manager europei. Dall’89 al ’91 viene incaricata di seguire 400 dipendenti Honeywell dislocati tra Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati arabi. «Era una situazione difficile – ricorda – ma è un’esperienza di cui vado fiera perché nessuno perse il lavoro».
      Dopo dieci anni nell’informatica Pelati ha voglia di cambiare: «Da tempo guardavo con interesse alla grande distribuzione; così, quando un cacciatore di teste mi propose di passare ad Ikea, accettai». Nella multinazionale svedese la manager trentenne dirige le risorse umane italiane, poi chiede di passare dall’altra parte: «Da una posizione di staff a una di linea». Dirige l’avvio del magazzino di Brescia, ha successo e viene incaricata di rilanciare anche lo store di Torino. E’ in quegli anni che la vendita al dettaglio comincia a diventare una passione. Nel ’99 il presidente europeo la nomina country manager in Svizzera e due anni dopo è in Olanda. In ambedue i Paesi riesce a conquistare quote di mercato, apre nuovi punti vendita e aumenta i dipendenti. Nel 2002 l’ultima promozione: torna a dirigere le risorse umane della multinazionale dell’arredamento, ma questa volta a livello europeo.
      Ha un ufficio a Milano ma è una globetrotter. Ha un compagno ma ha scelto di non avere figli. Viaggia in continuazione da una capitale all’altra e nel poco tempo libero riesce a soddisfare una vecchia passione: l’opera lirica. La nuova Ceo ha la fiducia della famiglia Coin, ma ci tiene a precisare che il suo ruolo è operativo. A garantire la stabilità dell’azionariato non sarà lei, ma la nuova governance e il futuro presidente, probabilmente un ex banchiere, che avrà il ruolo di arbitro e il cosiddetto casting vote, cioè il voto prevalente in caso di parità nelle decisioni del consiglio di amministrazione.
      E’ questa la clausola chiave dell’intesa che ha posto fine al braccio di ferro tra gli eredi di Aristide Coin. La faida familiare durava dal ’99: cioè da quando, all’indomani della quotazione, Vittorio riuscì a estromettere il fratello Piergiorgio dalla guida del gruppo. Iniziò così una catena di ricorsi e controricorsi al tribunale di Venezia. Il nodo stava nelle casseforti di controllo: Fincoin, che ha il 17,5% delle azioni, e la Sas Piergiorgio e Vittorio & C, con il 54%. I due fratelli hanno esattamente la metà di entrambe le società con clausole di prelazione molto strette. Vittorio avrebbe voluto liquidare il fratello. Ma trovare un accordo sul prezzo, in piena crisi congiunturale, risulta impossibile. L’ultimo colpo di scena risale a poche settimane fa quando l’ex amministratore delegato, Paolo Ricotti, d’accordo con il fondo Bridgepoint, propone un’offerta per rilevare il ramo Coin. Questa volta, a sorpresa, a puntare i piedi sono i figli. Marta e il cugino Piero si oppongono alla vendita del marchio fondato nel 1916 e preparano la pax familiare. Sabato 9 febbraio l’accordo viene messo nero su bianco: Fincoin sarà liquidata, l’accomandita trasformata in una Srl e i litigiosi genitori lasceranno il cda.
Roberta Scagliarini


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