È la pace sociale il segreto di Aznar

28/01/2002





È la pace sociale il segreto di Aznar
Leonardo Maisano
(DAL NOSTRO INVIATO)

MADRID – Il congresso di metà mandato parlamentare, forse l’ultimo congresso da leader incontrastato del Partito popolare. Se José Maria Aznar manterrà la promessa fatta, se saprà contenere i tentativi di quei suoi compagni che ancora credono in un ripensamento, la grande festa che s’è aperta ieri nel recinto ferial di Madrid potrà avere un solo seguito, l’anno prossimo, con quella di addio. Nel 2003 si dovrà scegliere il successore, l’uomo che guiderà il Partido Popular nella campagna elettorale del 2004, l’erede di un premier che ha scelto di governare per due sole legislature e di abbandonare, cinquantenne e senza le rughe di un potere trascinato, la presidenza del consiglio dei ministri. Oggi il protagonista è ancora lui, sue sono le immagini sui muri del Palazzo dei Congressi dove i popolari di Spagna s’affollano per celebrare se stessi e il fenomeno di un Paese di cui si sentono madri e padri unici. Senza debiti con nessuno, eccetto quelli con la sorte che in politica resta alleato indispensabile. Javier Arenas, segretario generale, sale sul palco e apre i giochi con un appassionato discorso che sottolinea ad ogni passo la centralità del pensiero popolare, di quella forza di centro-destra che s’è fatta vieppiù centro, nel segno di una moderazione che di thatcheriano ha avuto poco, indugiando, invece, sull’anima democristiana più ecumenica e usa al compromesso. E anche in questa metà del secondo mandato, con la maggioranza assoluta in Parlamento e liberi, dunque, dallo "schiaffo" della coabitazione con i nazionalisti catalani, baschi e canari che segnò la prima legislatura, non hanno rifiutato il negoziato, né l’intesa bipartisan sui grandi temi di riforma. Aznar è così ritratto, nella galleria di immagini allestita al congresso, mentre stringe la mano di José Luis Zapatero leader socialista poco dopo aver siglato il Patto sulla Giustizia, ovvero l’accordo trasversale per riformare l’organizzazione dell’amministrazione giudiziaria. «Con quell’intesa raggiunta nel giugno scorso – dice Enrique Lopez, magistrato e portavoce del Consiglio del potere giudiziario ovvero il Csm di Madrid – s’è segnata una svolta: per la prima volta maggioranza e opposizione hanno trovato linee comuni sul modello di giustizia. È un accordo di principio, ma credo che potrà divenire legge entro il 2003». È già norma vigente, invece, il nuovo meccanismo di nomina dell’organo di governo dei giudici. I socialisti di Gonzalez, a metà anni Ottanta, vollero un Csm di completa scelta parlamentare, l’accordo Zapatero-Aznar ha ridato, da sei mesi, la voce ai magistrati. Oggi la maggior parte dei membri del "Csm di Madrid" sono scelti dal Parlamento fra una rosa di nomi presentata dai giudici di tutto il Paese. È stato uno dei passaggi chiave di questo nuovo mandato insieme con l’altra grande alleanza trasversale, quel Patto Antiterrorismo rigettato da tutte le formazioni nazionalistiche, ma nato dall’esigenza comune di fronteggiare la minaccia dei separatisti baschi dell’Eta sui consiglieri popolari e socialisti. «Non so quanto reggeranno – dice Javier Tussel, docente di storia e commentatore politico – queste intese. Quella sulla giustizia in particolare non credo che resisterà a lungo (questi sono giorni di grande tensione per la nomina di un giudice in Cassazione che secondo il Psoe andrebbe contro lo spirito del patto con la maggioranza Ndr). Ma, è vero, in Spagna esiste da sempre la tradizione a serrare i ranghi in tempi difficili. Ora i problemi sono meno gravi e questo principio potrebbe venir meno». Alcune similitudini, moltissime differenze permettono paragoni occasionali, ma non devono consentire paralleli costanti con il nostro Paese. La storia della Spagna, il punto di partenza della Spagna, restano differenti dalla realtà italiana, eppure la sensazione di un Paese in pace con se stesso, orgoglioso di se stesso, contento di se stesso è il tratto più forte nella terra di Aznar, a metà della seconda legislatura e all’avvio della Presidenza dell’Unione europea. «La pace, quella sociale – dice Enrique de la Lama, direttore del dipartimento di Economia della Ceoe, la Confindustria spagnola – la garantiamo noi. L’intesa fra le parti sociali è all’origine del clima attuale. Un esempio? In settembre il Governo ha presentato a imprenditori e sindacati un progetto di legge per la riforma generale della contrattazione e ci fu indicato come la pietra angolare di una revisione strutturale. Abbiamo fatto fronte comune con il sindacato e abbiamo indotto l’esecutivo a ripensarci invitandolo a ragionare, in questo caso, sul quadro congiunturale più che su quello strutturale. Il risultato è un documento dettagliato in cui imprenditori e sindacati, insieme, raccomandano per il 2002 accordi salariali in linea con la media dell’inflazione dell’Ue (e quindi ben al di sotto di quella spagnola che è sempre marginalmente più alta ndr). Le nuove norme sulla contribuzione pensionistica che prevedono sgravi crescenti, anche del 100%, per le aziende che trattengono i lavoratori fino ai 65 anni, sono frutto di un altro accordo impresa-sindacati, poi votato alle Cortes da popolari e socialisti». Per Emilio Ontivares, ordinario di economia delle imprese all’Università autonoma di Madrid con un pedigree solidamente di sinistra, l’ultimo conflitto sociale risale alla «lotta fratricida e quindi per tradizione la più sanguinosa» fra sindacati e Governo Gonzalez. L’esigenza indifferibile di abbattere una disoccupazione attorno al 20% impose ai sindacati di ridefinire le priorità visto che nel ventennio 75-95 non si sono mai creati posti lavoro. «Oggi viviamo – riconosce Ontivares – il quarto anno di crescita economica di fila: non era mai accaduto. Così come per la prima volta il rallentamento previsto nel 2002 sarà inferiore a quello medio europeo». Meriti che Ontivares ascrive al circolo virtuoso innescato dalla corsa verso l’euro, più che dalle politiche di Aznar, e maturati nel clima di accordo sociale dettato anche «dal generale indebolimento del sindacato afflitto da un forte calo di adesioni». Né Ontivares crede che il contesto economico più fragile del 2002 potrà spezzare questa arcadia delle relazioni sociali che vive oggi Madrid. All’origine di essa, per Juan Pablo Fusi, politologo e ordinario all’università Complutense di Madrid, c’è anche «la gestione del potere senza provocazione, senza revanchismo, senza volontà di vendetta da parte dei popolari. Il pugno di ferro Aznar lo ha avuto soprattutto all’interno del partito – dice – per soddisfare un elettorato che non tollera divisioni in seno alle forze politiche». Per altri analisti, invece, la cifra del cambiamento fra prima e seconda legislatura comincia a maturare proprio ora. Se nei primi quattro anni di Governo la coalizione costringeva i popolari ad un dialogo costante e se nella prima metà di questo secondo mandato l’abitudine a trattare nella ricerca di un consenso non più indispensabile è rimasta, adesso emergono altre indicazioni. Il caso più recente è la riforma universitaria. Mai una legge aveva mobilitato tanta gente, mai s’erano viste le piazze piene di dimostranti, mai s’era sfidato il sostegno popolare con tanta decisione. «La legge sull’università varata un mese fa – commenta Tussell – ricorda la poll tax della signora Thatcher. Un esercizio di decisionismo non richiesto che ha sorpreso anche molti esponenti del partito popolare». Il segno di un cambiamento, nella lettura di Tussell, che potrà maturare compiutamente già in questo congresso allineato dietro la parola d’ordine "Un nuovo impulso per la Spagna", significativa promessa di svolta politica.

Sabato 26 Gennaio 2002