E la mossa della Uil allontana lo sciopero generale

18/01/2002






LE CONFEDERAZIONI

E la mossa della Uil allontana lo sciopero generale

      ROMA – E’ stato il segretario generale della Uil Luigi Angeletti il protagonista della giornata di ieri. E’ da settimane che il governo (e la Confindustria) cerca in mille maniere di agganciare la Cisl di Savino Pezzotta e introdurre un cuneo nella ritrovata unità sindacale. A sorpresa, invece, a sparigliare è stata la più piccola delle confederazioni. Lui, il successore di Giorgio Benvenuto e Pietro Larizza, si schermisce: «Ho solo fatto una valutazione oggettiva. Basta confrontare le cose che Roberto Maroni ha detto mercoledì e quelle che ha dichiarato ieri. Sono diverse. La lingua italiana sarà pure flessibile ma fino a un certo punto. Il ministro è disposto al confronto e io non ho timori». Sarà, ma di sicuro la sua esternazione ha spiazzato gli uomini della Cgil, che fino all’ultimo hanno pensato a un errore di interpretazione da parte delle agenzie di stampa, che avevano raccolto a Sanremo la dichiarazione del sindacalista. Ieri mattina, infatti, i tre segretari generali – Sergio Cofferati, Pezzotta e Angeletti – si erano casualmente incontrati all’aeroporto di Fiumicino, ognuno in partenza per un appuntamento nel Nord e niente lasciava prevedere che nel pomeriggio si sarebbero divisi nel giudizio sul governo. La Uil, dunque, apre all’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi anche se maschera la novità dietro una pura questione di metodo. Ma la storia sindacale è piena di precedenti e di circostanze in cui dal metodo al merito il passo è stato breve. Finora all’interno della sua confederazione Angeletti è stato abile a evitare gli scogli. Da una parte deve tener conto del peso che in via Lucullo ancora conserva Larizza, fiero guardiano della concertazione, dall’altra deve tenere a bada una sorta di componente demichelisiana che gli chiede di differenziarsi dalla Cgil. Ergo, quando gli si chiede cosa pensa dell’articolo 18 il numero della Uil risponde senza esitazioni che «va accantonato», che è stata costruita una querelle politica «su provvedimenti che comunque sarebbero inutili». Il percorso che intravede può essere sintetizzato così: il governo fa marcia indietro e rinuncia «a ideologizzare il confronto», si riapre a Palazzo Chigi un tavolo negoziale e lì si discute di mercato del lavoro. Nel frattempo «il Parlamento aspetta», esamina il provvedimento presentato dal governo senza però affrontare l’articolo 18. «Ciò rappresenterebbe un segnale chiaro e contribuirebbe a svelenire il clima». Quanto ai tempi di quest’operazione, per Angeletti non c’è fretta. «Nulla di ciò di cui stiamo parlando è urgente».
      E’ realmente percorribile la strada individuata dal leader della Uil? La risposta non è facile, le incognite infatti sono molteplici. Accetterà Maroni di fare un vero dietrofront? La Cgil alla vigilia del suo congresso nazionale si farà imbrigliare in un negoziato dai contorni quanto mai incerti? E i parlamentari del centro-destra saranno così politicamente corretti da rispettare le prerogative delle parti sociali? Comunque vadano le cose Angeletti con il distinguo di ieri due risultati li ha portati a casa. Ha ribadito il carattere pragmatico della sua confederazione evitando, almeno per una volta, di rimanere stritolato nella tenaglia Cisl-Cgil. E ha ricacciato in soffitta il fantasma dello sciopero generale. «Se qualcuno intende lo sciopero generale nell’accezione di strumento per fare cadere il governo – scandisce il segretario della Uil – evoca sì un fantasma. Che però rimarrà tale. I governi cadono nelle urne, se capitolano in altri luoghi allora significa che la democrazia è un po’ malata. Verrebbe infatti sottratto agli elettori il loro potere». E ancora: «Noi come sindacato non abbiamo avuto mandati né per sostenere né per far cadere governi». Più chiaro di così si muore.
      Ma non è tutto. Accantonato lo sciopero generale, la Uil lancia però un’altra sfida. «Lo sa perché la riapertura di un tavolo negoziale a Palazzo Chigi sarebbe di grande importanza? Perché rappresenterebbe l’occasione per coinvolgere le Regioni». Nelle relazioni industriali made in Italy si continua a dimenticare la devoluzione. Si fa finta di niente. «Ma se il presidente della Lombardia o del Veneto facesse passare nella sua assemblea l’abrogazione dell’articolo 18 nessuno potrebbe dirgli niente. L’unica cosa che ci resterebbe da fare sarebbe il ricorso alla Corte Costituzionale».
      Con la sortita di ieri Angeletti, comunque, si è assunto dei rischi. Il fronte delle colombe non è così largo. Un aiuto potrebbe però venirgli dagli imprenditori del Nord, raccontano infatti i bene informati che dalla sua Brescia l’ex presidente della Confindustria Luigi Lucchini faccia arrivare a Roma segnali di moderazione.
Dario Di Vico


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