E la Chiesa si interroga sul lavoro

13/05/2002




DOTTRINA SOCIALE

E la Chiesa si interroga sul lavoro
di Giancarlo Zizola

La riflessione della Chiesa cattolica sul lavoro è alle prese con una travagliata mediazione tra principi etici e le nuove tendenze che trasformano profondamente l’assetto del mercato del lavoro, in una economia globalizzata. I principi condivisi restano quelli dell’enciclica Centesimus annus. Il Papa si preoccupa che le veloci trasformazioni del sistema produttivo «non entrino in conflitto con l’equilibrio personale e familiare né con le esigenze dei ceti sociali meno favoriti». In questo solco merita segnalare un saggio di «Civiltà Cattolica». Se le indicazioni papali si mantengono generali, la rivista dei Gesuiti, non esita ad entrare nel vivo delle questioni critiche poste dalla metamorfosi della natura del lavoro. Il saggio del gesuita Paolo Ferrari da Passano apprezza l’evoluzione crescente dal lavoro eterodiretto al lavoro autonomo, per la responsabilizzazione del lavoratore, ma è perplesso sul rischio che la prestazione lavorativa sia intesa «come merce da usare secondo le esigenze del l’azienda e del mercato». Quanto alla flessibilità, può aumentare le opportunità di lavoro e di guadagno per il lavoratore,ma anche il rischio «che l’esperienza lavorativa diventi fin troppo intermittente, occasionale, e alla fineprecaria, con indiscutibili e gravi conseguenze su altri importanti aspetti della sua vita familiare e sociale, data la diminuzione delle garanzie di sicurezza economica e stabilità sociale». Il tema ha attirato gli interventi di alcuni leader dell’episcopato italiano. Pur convergendo sul principio della dignità del lavoro, da difendere nelle trasformazioni, e sulla necessità di configurazioni del modello produttivo che non penalizzino la famiglia e incoraggino un rilancio della natalità, gli accenti si sono differenziati nella valutazione dei rischi involutivi del nuovo modello. Più allarmato è apparso il cardinale Martini, nel discorso agli operai della Franco Tosi a Legnano la vigilia del 1º Maggio, quando ha denunciato la «mancanza di sicurezza e serenità» dovuta al venir meno delle tutele per i nuovi assunti, con contratti a tempo determinato, «che coprono le esigenze dell’oggi ma lasciano sempre l’affanno del domani», sfavorendo le famiglie vecchie e nuove. Assai cauta invece la Cei. Nel Consiglio in marzo ha condiviso le lamentele per la crisi demografica e la pressione sul Governo per «nuovi sforzi a sostegno della famiglia», ma non è andata oltre l’auspicio che «i problemi possano essere affrontati dalle istituzioni e dalle parti sociali con reciproco rispetto guardando i reali interessi del Paese,senza arroccamenti dettati da calcolo politico». È stato il presidente cardinale Ruini a dare la chiave interpretativa della linea del documento quando, senza scendere a citazioni del l’articolo 18, ha qualificato "illusoria" l’idea che in un mondo sempre più interdipendente e in rapida evoluzione «gli assetti ereditati dal passato possano essere conservati sostanzialmente inalterati senza penalizzare l’intero Paese e in particolare proprio le categorie che più si vorrebbero difendere oltre che i giovani che si affacciano sul mondo del lavoro».

Sabato 11 Maggio 2002