È il terziario il «motore» dell’Italia

10/12/2001

Il Sole 24 ORE.com



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    Scenari – Un’indagine dell’istituto Tagliacarne sull’evoluzione del sistema economico italiano in occasione del centenario dell’Unioncamere

    È il terziario il «motore» dell’Italia
    Rossella Cadeo
    Un tasso di crescita "secolare" del Pil intorno a una media annua del 3,3%, un avanzamento massiccio del terziario a fronte di una fortissima contrazione dell’agricoltura, una riduzione del divario tra Settentrione e Mezzogiorno, accompagnata dalla decisa entrata in scena delle province del Nord Est, dei distretti industriali e della piccola e media impresa, un rafforzamento dell’apertura ai mercati internazionali. Sono queste le chiavi dello "Sviluppo territoriale italiano dal 1901 al 2001" secondo lo studio realizzato dall’Istituto Guglielmo Tagliacarne per conto dell’Unioncamere in occasione del centenario dell’organismo (si veda la scheda sotto). «Il dibattito sui temi dello sviluppo è stato seguito fin dall’inizio del secolo scorso dalle strutture camerali – osserva Giuseppe Tripoli, segretario generale dell’Unioncamenre -. Del resto le camere di commercio hanno rappresentato l’organismo che in tutti questi anni ha osservato e studiato le economie locali, incaricandosi di dar loro voce e accompagnarle nella crescita». Dall’agricoltura al terziario. Lo studio Tagliacarne mette in luce una serie di aspetti sia generali sia territoriali dell’evoluzione del Paese. «Ad esempio – osserva Luigi Pieraccioni, presidente dell’Istituto Tagliacarne – la graduale trasformazione del sistema economico: a inizio secolo basato sul settore agricolo, vede una graduale espansione dell’industria e infine il sorpasso del terziario». In effetti nel 1901, il primario contribuiva per oltre la metà alla formazione del Pil mentre nel 2000 la sua incidenza si è ridotta al 3,7%; l’industria, dal canto suo, dopo alterne vicende nel corso del secolo e una costante perdita di peso per tutti gli anni 90, si assesta intorno al 35%; veri protagonisti, alla vigilia dell’ingresso nell’era dell’euro, i servizi, che sulla formazione del Pil contano ora per oltre il 60 per cento. Minore divario fra le province. Ma lo studio Tagliacarne scatta anche fotografie più ravvicinate: negli anni 50 solo un terzo delle province italiane (34 su 95) si collocavano su livelli di sviluppo (misurato dal valore aggiunto per abitante) superiori alla media nazionale, con una forte concentrazione nel Nord Ovest e nel Centro Italia. Cinquant’anni dopo, invece, sopra la media si collocano 46 province su 103 (il 45%), con un miglioramento che interessa soprattutto il Nord Est, mentre continuano a segnare il passo le province del Sud. «Tuttavia nell’arco di questi cinquant’anni – osserva Pieraccioni – si è accorciata la distanza tra la prima e l’ultima provincia, segnale questo di un miglioramento nei differenziali di sviluppo». In effetti tra la prima della "classifica" del 1951, Torino (indice 207) – seguita da Milano, Genova, Aosta, Imperia, Varese, Savona e Ravenna, tutte con un Pil per abitante pari a una volta e mezzo il dato nazionale – e l’ultima Agrigento (indice 57) c’era un rapporto pari a ben 4 volte. Invece nel 1999 il rapporto tra prima (Milano=158) e ultima (Agrigento =50) scende a 3,2; inoltre solo la capolista e Bologna superano l’indice 150. Altra indicazione del Tagliacarne: nonostante il marcato e diffuso processo di terziarizzazione, in 45 province si assiste anche a un incremento dell’industria in senso stretto. Quest’espansione ha luogo soprattutto nelle province del Nord Est e del Centro, con l’aggiunta della parte adriatica dell’Abruzzo e del Molise e di Potenza. Capoluoghi di regione come Torino, Milano, Napoli e Roma, spiccano invece per il maggiore "ritiro" dell’industria: un fenomeno che del resto si accompagna al progressivo affermarsi di questi centri come grandi poli terziari.
    Lunedí 10 Dicembre 2001
 
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