E il capo inciampa sull’articolo 18

05/04/2002



 
   
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E il capo inciampa sull’articolo 18

Cita Luciano Lama: anche lui voleva cancellarlo. Ma è un falso. I delegati si adeguano


ALESSANDRO MANTOVANI


BOLOGNA
Pezzotta è deluso, Angeletti un po’ arrabbiato. «Nessuna apertura», dice il leader della Cisl stroncando il discorso di Gianfranco Fini. Ma i delegati di An applaudono, sia pure senza entusiasmo, quando Fini ribadisce il via libera alla riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Poco importa che in platea ci sia anche Stefano Cetica (Ugl), il sindacato di riferimento della destra che sciopererà il 16 aprile con i confederali. Poco importa che Francesco Storace, presidente della regione Lazio, ripeta che la modifica della norma anti-licenziamenti non gli sembra essenziale. E poco importa che Gianni Alemanno, ministro dell’agricoltura e capofila con Storace della destra sociale, abbia pubblicato un libro in cui si annunciano «nuove idee» su mercato del lavoro e articolo 18. Molti iscritti di An, per non dire gli elettori, sciopereranno sul serio. Alla fiera di Bologna, però, il discorso di Fini è andato giù a tutti. Magari si fanno ammazzare pur di difendere la fiamma e la scritta Msi (che non sta su un cartello stradale ma sulla sagoma stilizzata della bara di Mussolini: è sempre bene ricordarlo), ma sulle politiche economiche stanno con Berlusconi e la Confindustria. Con buona pace di Storace e Alemanno, che pure rappresentano una componente solida e forse la più radicata di An. «Se c’è qualcosa di profondamente ingiusto – ha detto il vicepremier sull’articolo 18 – è solo la campagna di disinformazione. Non è solo propaganda dell’opposizione, c’è qualcosa di più profondo. Specie sul mercato del lavoro importanti esponenti del centrosinistra hanno preso nel tempo posizioni assai più radicali delle nostre». E giù la stoccata, il colpo ad effetto: «Potrei citare Tiziano Treu o Massimo D’Alema. Mi limito a ricordare ciò che scrisse, in un saggio del Cnel, nientemeno che Luciano Lama, 17 anni fa, nel 1985». Fini cita un testo del Cnel attribuendolo a Lama (allora segretario della Cgil), nel quale si dice che «il licenziamento senza giusta causa non dovrebbe comportare l’ordine incondizionato di reintrazione del posto di lavoro, ma soltanto una condanna alternativa che lascia al datore di lavoro la scelta tra la riassunzione entro un termine breve e il pagamento di una penale». Lama non l’ha mai detto: «E’ un falso clamoroso – ha detto Andrea Gianfagna, rappresentante Cgil nel Cnel – quello era un documento del Cnel, non di Lama». Senz’altro però – e non c’è neanche bisogno di arrivare a Treu – nel centro sinistra c’è chi la pensa così. E questo serve allo scopo di Fini. Il capo di An infatti spiega che lo sciopero è legittimo («massimo rispetto per chi sciopera», dice bontà sua), ma «dopo il 16 aprile il dialogo deve riprendere». Perché il problema è dimostrare che la destra saprà fare le riforme nonostante tutto. Non come D’Alema, ostaggio di Cofferati.

Lo capiscono anche i «duri». «Dobbiamo capire che siamo al governo – commenta un delegato pugliese, sindacalista Ugl fino due anni fa quando l’hanno richiamato al partito -, e che i sindacati non possono dire: di questo non si discute. Il governo deve poter fare le riforme di cui il mercato del lavoro ha bisogno. E il sindacato fa il suo mestiere: sciopera. Tutti si incazzano quando qualcuno interviene nella loro sfera, è normale». Finiano di ferro? «Macché, non hai capito: Destra sociale». E non è l’unico: altri attorno a lui – tutti pugliesi e campani, provenienti cioè da regioni in cui An mantiene un radicamento popolare – dicono le stesse cose. «E non scrivete che siamo liberali, Fini ha spiegato bene la differenza tra liberalismo e comunitarismo: An non farà mai riforme antisociali», aggiungono i ragazzotti di Azione giovani di Belluno, vestiti un po’ da Berluscones. Con la destra sociale non c’entrano: all’idea dello sciopero hanno un attacco di orticaria.