E il Belpaese arranca in coda

18/02/2011

Segnali ancora non decisi, ma – secondo i dati Ocse – l’economia globale alla fine del 2010 è entrata in una fase di rallentamento, dopo la crescita tumultuose dei trimestri precedenti. Quale sarà l’entità della frenata quest’anno non è ancora definito, ma tutte le maggiori istituzioni internazionali sono concordi su un punto: nel 2011 il Pilmondiale crescerà meno di quanto è aumentato lo scorso anno. Ma partiamo dai dati del quarto trimestre 2010: nell’areaOcse (i 31 paesi più sviluppati del mondo) il Pil ha messo a segno un rialzo dello 0,4%, un po’ meno dello 0,6% del trimestre luglio-settembre. Ancora una volta l’Italia si distingue in negativo: secondo i calcoli dell’organizzazione parigina, infatti, la nostra ripresa ha rallentato vistosamente passando allo 0,1% rispetto allo 0,3% del terzo trimestre.
In termini congiunturale, quindi, la crescita italiana è stata di appena un quarto di quella del complesso dei paesi dell’organizzazione. Da notare che anche la Germania ha rallentato vistosamente: 0,4% contro lo 0,7% del terzo trimestre, mentre la crescita del Pil francese si è confermata allo 0,3%. Male l’economia britannica: nell’ultimo trimestre dell’anno, Londra ha registrato una caduta congiunturale dello 0,5%. Il declino viene spiegato con il clima rigido che ha frenato soprattutto l’attività edilizia. Tra i paesi extra europei dell’Ocse da segnalare il ritorno a una crescita negativa (-0,3%) del Giappone. La spiegazione della «decrescita» deriva dall’esaurirsi della misure pubbliche di stimolo dell’economia. Insomma, quando si esaurisce la droga, l’attività economica ristagna o addirittura diminuisce.
In netta controtendenza solo gli Stati Uniti: +0,8% rispetto a +0,6% del terzo trimestre. Anche negli Usa, tuttavia, arrivano segnali di un leggero rallentamento. Ieri, ad esempio, il Conference board ha comunicato che in gennaio il superindice anticipatore è salito di appena lo 0,1%, contro aumenti vicini all’1% dei mesi precedenti. Torniamo all’Europa: nell’area dell’euro la crescita congiunturale è stata dello 0,2%, contro lo 0,5% del terzo trimestre. Nel raffronto con il 2009, la crescita nel quarto trimestre nell’area Ocse si attesta al 2,7% in decelerazione
dal 3,2% del terzo trimestre. Nel G7, invece, la crescita più alta è quella registrata in Germania (+4,0%) e la più bassa in Italia (+1,3%). Per l’intero 2010 la crescita del Pil nell’area Ocse è stata pari al 2,9%, in rallentamento dal 3,5% del 2009. Particolarmente drammatica appare la situazione della Grecia: nell’ultimo trimestre il Pil è sceso del 6,6% rispetto al quarto trimestre del 2009. Solo negli ultimi tre mesi c’è stato un’arretramento congiunturale
dell’1,6%. Il 2010 si è chiuso quindi – ma era stato ampiamente previsto anche dalla Bce – con un secco rallentamento della crescita del Pil che sembra colpire maggiormente l’Europa e in particolare l’area dell’euro. I primi dati macroeconomici del 2011 (e soprattutto le inchieste tra gli imprenditori) sembrano confermare che il rallentamento non si è interrotto. Anzi, i prossimi mesi potrebbero essere ancora più negativi. La Bce insiste (anche nell’ultimo
bollettino) che la crescita in ogni caso prosegue. Va, tuttavia, considerato che quasi tute le leggi finanziarie approvate dai governi europei prevedono per l’anno in corso manovre correttive per cercare di ridurre i deficit pubblici (e i debiti) che si sono gonfiati nel tentativo di dare carburante alla ripresa della domanda globale. Tutto questo ora non c’è più e l’unica spinta alla domanda potrebbe arrivare solo da una forte svalutazione dell’euro che avrebbe come risvolto negativo una ripresa dell’inflazione. Come dire: solo la domanda estera può contribuire a dare slancio all’economia europea. C’è da dire, però che a giudizio di tutti gli analisti l’euro nei prossimi mesi si manterrà sui valori attuali. Nonostante ciò l’inflazione potrebbe rialzare la testa perché sul fronte delle materie prime prosegue la fase di tensione. In particolare per lematerie prime di origine agricola i cui prezzi dipendono soprattutto (oltre che dalla speculazione) dalla disponibilità fisica. Ovvero dai cicli agricoli. E se i prezzi aumentassero ben oltre la soglia del 2%, la Bce potrebbe ritoccare all’insù i tassi. E questo significherebbe in tutti i paesi una spesa maggiore per l’onere del debito pubblico e quindi nuove manovre correttive.